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Spider-Noir (2026): da grandi poteri derivano grandi Nicolas Cage

La cosa interessante di “Spider-Noir” non è tanto cosa racconta, ma il modo in cui decide di farlo vedere. Prime Video prende il personaggio e lo immerge dentro un mondo a colori o in bianco e nero, la sensazione che qui non si tratti semplicemente di un’altra versione dell’Uomo Ragno, ma di un MCU alternativo.

Non è un’impressione casuale, perché “Spider-Noir” non nasce come prodotto pensato per l’ennesima iterazione seriale del multiverso, ma come una delle declinazioni più sporche e affascinanti dell’immaginario Marvel alternativo, quella zona laterale dove i personaggi smettono di essere icone luminose e diventano variazioni più cupe, più stilizzate, più vicine al noir classico che al supereroismo tradizionale, che poi è da dove nascono proprio i “Super”, ovvero gli eroi Pulp degli anni ’30, tutti trench, Fedora e 45 automatiche. Nei fumetti questa versione si costruisce come una riscrittura radicale dell’archetipo, un universo in cui l’Uomo Ragno non vive tra grattacieli lucidi ma dentro ombre più dense e anche visivamente più aggressive. Nel dare una forma precisa a questo immaginario ha avuto un ruolo anche il lavoro di Carmine Di Giandomenico, che sulla carta ha creato la prima incarnazione del personaggio, la più cupa, Noir appunto.

Si chiama come uno dei miei Uomini Ragno alternativi del cuore, ed è interpretato da uno degli eroi della Bara.

Poi, come spesso succede ai personaggi che funzionano davvero, arriva il salto, Spider-Noir finisce dentro il grande meccanismo del multiverso animato di Spider-Man – Un nuovo universo, dove questa versione trova una seconda vita completamente diversa, anche grazie alla voce di Nicolas Cage, che non si limita a interpretarlo ma lo trasforma in una presenza immediatamente riconoscibile. Qui c’è già una specie di destino industriale che si chiude: Cage, che per anni è stato a un passo dall’entrare nel pantheon dei supereroi – quasi Superman per Tim Burton, poi Ghost Rider per la Marvel – qui finalmente trova il suo punto di arrivo naturale, uno Spider-Man che può essere solo suo, deformato, personale, completamente fuori asse rispetto a qualsiasi versione “ufficiale”.

Più NOIR che spider.

È lì che il personaggio smette di essere una semplice variazione e diventa qualcosa che il pubblico riconosce al volo, anche senza bisogno di spiegazioni. Ed è proprio da lì che la serie targata Amazon Prime Video parte, ma scegliendo una direzione diversa: non citare, non replicare, ma ricostruire atmosfera. La scelta più evidente è quella della doppia fotografia, colore e bianco e nero, che non funziona come semplice opzione estetica ma come vero dispositivo narrativo. A colori, la New York degli anni ’30 resta dentro una logica da ricostruzione cinematografica, con una patina da gangster movie classico che mantiene una certa distanza emotiva. In bianco e nero, invece, tutto cambia consistenza: le ombre diventano parte della trama, i volti vengono caratterizzati dai chiaro/scuri, non è citazionismo di plastica, ma vero omaggio ad una storia molto noir.

Dentro questo doppio livello si muove il protagonista, sempre interpretato da Nicolas Cage, che ormai ha sviluppato una carriera parallela fatta di personaggi che sembrano arrivare tutti da una realtà leggermente fuori asse rispetto alla nostra. Tutta la serie si appoggia a un’idea che Cage aveva messo sul tavolo già in fase di costruzione del personaggio: un incrocio tra James Cagney e Bugs Bunny. Una definizione che suona come una battuta, finché non ti accorgi che è esattamente quello che stai guardando e che Nicola Coppola sa dare davvero vita alle sue parole con la sua recitazione. Eroe!

Si sente il pianoforte che suona malinconico in sottofondo anche da qui.

Perché il suo Spider-Noir funziona proprio così: alterna momenti seri, intimisti, un personaggio che non ha problemi a mettere su doppi giochi o alleanze di comodo, ma anche ad intrecciare le tele in una storia d’amore tormentata con la cantate del Club, il tutto mentre ha momento da schizzato, quasi da cartone animato pazzo, in equilibrio tra Cagney e il caos. Se non amate il talento di Nick Cage, non sapete cosa vi state perdendo, poveri voi.

La Femme Fatale impersonata da Li Jun Li non può mancare, canone del genere.

La voce diventa il centro di tutto, per Cage non è solo interpretazione, è costruzione del personaggio. Senza maschera il tono è più umano, con la maschera addosso cambia la pressione della voce stessa, come se la finzione non servisse a nascondere ma ad amplificare ulteriormente l’identità. Volete un consiglio? Guardatelo in lingua originale e in bianco e nero, un gioiellino! Questo equilibrio emerge con forza anche nei momenti più estremi della serie, come nell’episodio 1×07, quando Spider-Noir, visibilmente ubriaco, si ritrova coinvolto in una rissa con alcuni avventori che parlano male del Ragno, uno spasso.

Poi c’è il lato più inatteso, quello dell’episodio 1×06, quasi una deviazione horror dentro la struttura della serie, dove le origini dei poteri vengono rilette in chiave psichedelica. La mutazione non è più solo biologica, ma percettiva, Nick Cage ha parlato della mutazione di Spider-Man con Sam Raimi e poi ha locato la kafkiano mutazione di Jeff Goldblum, e dopo aver mescolato tutto questo, ci ha regalato la sua versione.

«My city scream» (Cit. ma nella versione giusta questa volta)

In questo stesso gioco di deviazioni e reinterpretazioni rispetto al materiale originale si inserisce anche il resto del cast, costruito come una serie di variazioni laterali dell’immaginario Marvel. Jack Huston, per esempio, arriva con una traiettoria quasi parallela al cinema dei supereroi, essendo stato in passato vicino al ruolo di Doctor Strange, poi finito nelle mani di Benedict Cumberbatch. Qui quella traiettoria mancata si trasforma in altro, e il suo Flint Marko diventa la seconda incarnazione del personaggio fuori dai fumetti.

Lonnie Lincoln non più albino, Flint Marko con il baffo alla Clark Gable ed Electro, che però si chiama Megawatt, quasi come un cattivo di Darkwing duck.

Lo stesso vale per Brendan Gleeson, il cui Silvermane funziona come una delle versioni più interessanti del potere criminale della serie. Più che un boss tradizionale, è una sorta di Kingpin riletto in chiave irlandese, più silenzioso e più glaciale, dove la minaccia non ha bisogno di esplodere perché è già costante, non serve alzare la voce quando il controllo è totale.

Alla fine Spider-Noir è una serie che lavora interamente su questo principio: prendere un immaginario noto per la sua estetica e spostarlo leggermente fuori asse, abbastanza da renderlo familiare ma mai rassicurante. La doppia fotografia diventa il modo più immediato per dichiararlo senza bisogno di spiegazioni: Cagney e Bugs Bunny, bianco e nero e colore.

Più SPIDER che noir.

Risultato finale? Mi sono bevuto tutti gli episodi della prima stagione in pochissimo tempo, al netto di un paio di episodi centrali anche troppo seriosi, un vero gioiellino, non so se ci sarà una seconda stagione, questa me la sono davvero goduta… Excelsior!

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