
Se siete come me, ossessionati da un film che ha avuto un enorme impatto sulla cultura popolare e che in uno strambo Paese a forma di scarpa quasi nessuno ricorda, allora sappiate una cosa: “Spinal Tap II – The end continues” è finalmente tra noi!
Tanto atteso, tanto sospirato, tanto sofferto, perché arriva nel momento migliore e peggiore allo stesso tempo, guardiamo il lato positivo, anche se non mi si addice, il suo regista Rob Reiner ha fatto in tempo a dirigerlo, a vederlo uscire (negli Stati Uniti) e a rilasciare le interviste promozionali prima di lasciare questa valle di lacrime in un modo tanto assurdo quanto tragico, siccome Reiner è sempre stato armato di tantissimo umorismo, anche nero, so che molto probabilmente avrebbe riso lui per primo per quello che sto per scrivere: una fine senza alcun senso, come uno dei tanti batteristi degli Spinal Tap.

Il lato negativo è un altro, ora che Rob Reiner ha tutti gli occhi addosso per la sua insensata fine (e quella di sua moglie), tutti quelli che sostengono di averlo apprezzato per le sue opere, dovrebbero essere almeno interessati al seguito del suo film d’esordio, ma ve lo dico io, andate a vedere il numero di commenti della Bara sotto il post di This is Spinal Tap, vi sarà chiaro che questo film lo conosciamo in quattro, quindi il seguito è una roba per pochi, forse per me, per omaggiare un’altra volta un regista che ci ha regalato titoli incredibili, fin dagli albori della sua filmografia.
Perché continuare dopo un film che è diventato un’icona assoluta della parodia Rock non è una missione semplice, e forse non dovrebbe nemmeno esserlo. Questo sequel arriva con il peso della leggenda sulle spalle, e con la consapevolezza che certi miti non si replicano, al massimo si accompagnano, si osservano invecchiare, si lasciano suonare ancora una volta.

“Spinal Tap II – The end continues” ci riesce benissimo, nasce dall’intento nobilissimo di Reiner, Guest, McKean e Shearer, che dopo una vita si sono guardati in faccia e, calcolatrice alla mano, si sono resi conto che l’aver creato un film iconico non ha portato loro in tasca una lira bucata. This is Spinal Tap è stato ristampato in tutti i formati, mentre vi scrivo, ho scoperto che finalmente aarà in Blu ray 4K anche in uno strambo Paese a forma di scarpa (… meglio tardi che mai!), ma i nostri eroi dalla loro mockumentary non hanno guadagnato niente, quindi, proprio come le vecchie Rockstar che sono, hanno pensato bene di monetizzare, con un seguito! Fa ridere? Certo, ma è anche un motivo nobilissimo, centinaia di seguiti sono stati sfornati per motivi meno nobili ma dello stesso conio.
Sono passati più di quarant’anni da quando This Is Spinal Tap ci ha insegnato che il volume può andare oltre il limite, che Stonehenge può diventare minuscolo e che i batteristi possono morire in circostanze sempre più improbabili. Quel film non era solo un mockumentary, ma un gesto fondativo, una lente deformante che ha cambiato per sempre il modo di guardare al Rock, ai suoi eccessi e alle sue mitologie. Tornare oggi a quegli stessi personaggi significa fare i conti non solo con la nostalgia, ma con il tempo, con l’età e con la memoria, come lo fa Rob Reiner? Inforcando ancora una volta il berretto del suo alter ego, il regista Marty DiBergi, palese parodia dell’altro Martin, Italo-americano famosino, e del suo modo di fare domande ficcanti agitando le mani nei documentari musicali che ha spesso diretto (storia vera).

Nigel Tufnel, David St. Hubbins e Derek Smalls non sono più le caricature di giovani musicisti egocentrici e inconsapevoli, sono le caricature di uomini anziani, con vite laterali, fallimenti sedimentati, matrimoni falliti e negozi di formaggio, oltre che ad un passato che pesa più di qualsiasi amplificatore Marshall. Il film li ritrova sparpagliati, lontani dal palco, impegnati in esistenze che sembrano quasi la parodia della parodia: negozi improbabili, lavori creativi marginali, musei dedicati a passioni assurde, ed è proprio in questo scarto che gli attori possono continuare ad improvvisare battute e a dare uno slancio al tour finale del gruppo, la fine sì, che però continua.
La struttura resta quella del mockumentary classico, la formula non cambia, come un vecchio pezzo Metal, Marty DiBergi è ancora l’osservatore appassionato di una band che non ha mai smesso di essere tragicamente fuori tempo massimo, la più famosa vera-finta band della storia della musica. La macchina da presa indugia sui volti segnati, sull’improbabile preparazione del tour e sullo scontro tra la musica del passato e l’industria musicale moderna, la comicità, sempre assurda, sfrutta una consapevolezza, i Tap sanno di essere fuori dal tempo e allo stesso tempi iconici, e continuano comunque a suonarla fino in fondo.
Le gag ci sono, e funzionano spesso proprio perché non cercano di superare quelle storiche, al massimo sono un effetto eco, come quello dell’assurda pedaliera di igel Tufnel. Stonehenge ritorna come spettro ingombrante, le dinamiche interne della band oscillano ancora tra rivalità infantili e affetto autentico, e i cameo illustri sembrano più un gesto di affettuosa complicità che un modo per assecondare i fan, anche perché, almeno fuori in uno strambo Paese a forma di scarpa, come detto, fan di questo film siamo in quattro. Non tutto colpisce allo stesso modo, e in alcuni momenti si ha la sensazione che il film si appoggi troppo alla memoria dello spettatore, come se desse per scontato che il legame emotivo basti a sostenere ogni scena, insomma, come il disco o il tour di reunion di qualunque vecchia gloria del Rock, anche per questo, in linea con il suo spirito.

Eppure, sarebbe ingiusto liquidare “Spinal Tap II” come semplice operazione nostalgica, il cuore del film non è solo la risata immediata, ma il tempo che passa, il Rock, qui, non è più solo un campo di battaglia per l’ego, ma un rifugio contro l’oblio, tornare sul palco diventa un gesto quasi esistenziale, non per dimostrare qualcosa, ma per ricordarsi chi si è stati, e soprattutto fare soldi questa volta! Cazzo va bene tutto, iconici, diventati di culto e amatissimi, però tradurre tutto questo in assegni non fa schifo a nessuno, tanto meno ai Tap.
Anche questa volta non mancano le facce note e le gag ricorrenti, come quella del nuovo batterista, che dovrà infilarsi in una tradizione non fortunata, se non proprio una maledizione, che infatti Chad Smith (o Will Ferrel, non sono sicuro) e Lars Ulrich cercando di rimbalzarsi uno con l’altro.
I due baronetti di Sua Maestà che compaiono qui, lo hanno fatto per autentica stima nei confronti dei Tap, basta dire che la scena con Paul McCartney è esattamente quello che accadde anni fa, quando l’ex Beatles si infilò in sala di registrazione per rendere omaggio al gruppo (storia vera).

Allo stesso modo il trionfale duetto con Elton John cavalca lo stesso spirito, che sia il più provocatorio e non-sense possibile, ovvio che questo seguito non potrà mai essere la rivoluzione comica che fu nel 1984, ma se vi calate nell’atmosfera della reunion funziona tutto, ancora di più sapendo che Rob Reiner ci ha accompagnati verso l’uscita così, con un sorriso e un amplificatore ancora acceso. Ovviamente ad undici.
Proprio per questo avete un’altra occasione per ignorare un post della Bara Volante sugli Spinal Tap (sono recidivo!) e ostinarvi a non recuperare, questo seguito, ma soprattutto il mitologico film originale, ma come omaggio, in due parti ad un regista che ci ha lasciati troppo presto e male, proprio come uno dei batteristi dei Tap, va bene così, perché non ho intenzione di chiuderla qui, Marty DiBergi ci saluta, ma il figlio del grande Carl tornerà ancora a trovarci, quando faccio un tour finale di omaggio, mi piace fare le cose per bene.



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