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Spiriti nelle tenebre (1996): quando l’Africa risponde a colpi di denti

Stephen Hopkins è uno di quei registi che negli anni ’90 si è trovato spesso nel posto giusto con il film giusto in mano, nel senso che prendeva storie che sulla carta sembravano abbastanza semplici da catalogare e le trasformava in qualcosa che aveva sempre un secondo livello di tensione, insomma, li rendeva film fighi.

Il regista artisticamente nato con Freddy e consacrato dal Predator giusto (anzi, quello che piace ai giusti), si è specializzato con il tempo in storie di caccia in territori urbani o anche solo caccia all’uomo, quindi ha molto senso il suo approdo in Africa, alla caccia, nel suo senso originale.

“Spiriti nelle tenebre” è probabilmente il punto in cui questa cosa diventa più evidente, perché qui non c’è solo un film d’avventura con animali feroci e un cantiere coloniale fuori controllo, c’è proprio l’idea che la natura non sia uno sfondo, ma un personaggio che ha già deciso come andrà a finire la storia, e quella storia, sarà perfetta per un film di genere alla Stephen Hopkins.

«Tu spari a quello con la criniera», «Anche tu hai la criniera», «Ok, allora spara a tutti quelli con la criniera tranne che a me!»

La vicenda è nota, anche perché sembra una di quelle storie che se non fossero documentate verrebbe spontaneo pensare che qualcuno le abbia romanzate troppo: fine Ottocento, Africa orientale, l’Impero britannico che decide di piantare lì un ponte ferroviario come segno di progresso e controllo, ingegneri, manodopera, logistica, tutto quel pacchetto di certezze occidentali che in teoria dovrebbe funzionare come un orologio. John Patterson arriva sul posto con quella fiducia molto specifica degli uomini che pensano che i problemi siano sempre risolvibili se li si scompone abbastanza bene, il tipo di fiducia che nei film o nella realizzazione dei progetti, dura sempre meno del previsto, citofonare Matteo, ministro italiano gira sagre per conferma.

Perché qualcosa inizia a muoversi fuori campo, e non nel senso metaforico. Due leoni iniziano a colpire il campo di lavoro, ma da subito è chiaro che non siamo nel territorio della “natura selvaggia” come la intende il cinema più classico. Non è il predatore che reagisce all’invasione umana, è qualcosa che sembra averla presa sul personale, come Michael Joardan con i difensori, per cercare motivazioni e rendere il suo dominio incontrastato ancora più divertente. I leoni non attaccano e basta, tornano, non si limita a cacciare, ma insistono, e soprattutto non sembrano mai interessati a rispettare le regole implicite che di solito separano l’uomo dall’animale nei racconti di questo tipo. Perché è chiaro che “The Ghost and the Darkness” non sia un documentario, come Lo Squalo prima di lui porta in scena dei predatori da cinema, se non proprio metaforici, lo sappiamo tutti che il leone maschio non fa un cazzo, è un “mammo” che sta a casa a difendere i cuccioli, però è grosso, con il “vocione” quindi fa paura, nel branco fanno tutte le femmine, perché come diceva Rudyard Kipling, in tutte le specie la femmina è sempre la più letale.

Quando mi ricapita Val Kilmer nella posa degli eroi della Bara (ciao Val, minchia quanto ci manchi)

Dal momento dell’attacco il film cambia temperatura, non diventa immediatamente un horror, non diventa nemmeno un survival puro, resta sospeso in una zona ibrida dove la tensione non esplode mai tutta insieme ma si accumula come se il territorio stesso stesse lentamente stringendo il cerchio. Il ponte, che dovrebbe essere il simbolo del controllo umano sull’ambiente, inizia a funzionare al contrario: più si prova a costruirlo, più sembra evidente che lì intorno il controllo non è mai stato una possibilità reale.

Val Kilmer interpreta Patterson come un uomo che continua a fare affidamento sulla logica anche quando la logica ha smesso di essere un linguaggio condiviso. Dettaglio che ho sempre trovato interessante perché questo non rende il personaggio un ingenuo, ma lo incastra in quella zona molto umana in cui continui a credere che prima o poi il mondo si adeguerà al suo modo di leggerlo. Michael Douglas, invece, entra in scena come una figura quasi laterale, un po’ il Quint della situazione, più mito che personaggio, uno di quei cacciatori che sembrano esistere perché qualcuno li racconta, non perché li incontri davvero. Infatti il film gioca molto su questo contrasto: da una parte l’uomo del progetto, dall’altra l’uomo della leggenda, e in mezzo qualcosa, nello specifico l’Africa, che non ha bisogno di nessuno dei due.

Se Quint non avesse avuto l’Orca ma un fucile.

I leoni, infatti, non diventano mai semplicemente “i cattivi” della situazione, Hopkins li tiene sempre in una zona ambigua, mai completamente spiegata, mai ridotta a puro istinto. Non c’è antropomorfismo, ma c’è una costanza che li rende quasi narrativi, come se non stessero solo agendo dentro la storia, ma la stessero anche scrivendo a modo loro. E questa è la parte più inquietante del film: l’idea che il conflitto non sia tra uomo e animale, ma tra uomo e un sistema che non accetta la sua presenza come elemento centrale. La sceneggiatura di William Goldman (… giù il cappello!) poi sfrutta benissimo il “mito” di questi predatori, anche nella scena della gabbia per tigri, quando i fucilieri sparano agli animali da pochi metri di distanza, beccano sistematicamente le sbarre, come se la loro mira fosse guidata, più che dalla paura, da un certo timore referenziale nei confronti di tutto quello che rappresentano.

«Dov’era Gondor, quando adattavamo il romanzo?», «Goldman, William Goldman», «Ah scusa, l’abitudine»

Nel frattempo il cantiere continua, il ponte avanza, si interrompe, riparte, ma ogni fase della costruzione sembra più un atto di ostinazione che di progresso. Qui che il film smette definitivamente di essere una storia d’avventura nel senso classico e diventa qualcosa di più vicino a un racconto di logoramento, una sorta di assedio senza mura di cinta da difendere.

Per assurdo, le ambizioni da film grande e grosso, Hollywoodiano, si spengono o per lo meno, funzionano meno bene davanti alle tante pennellate da film tipicamente di genere, tutta farina del sacco di Stephen Hopkins: la battuta di caccia con il fucile “prestato” che si inceppa, oppure l’incubo di Patterson, che vede la moglie scendere dal treno solo per venire smembrata dai leoni. Tutta roba efficacissima dove il mestiere di Hopkins ha il sopravvento e rende questo film un classico dei passaggi tv su Italia 1, penso di averlo visto e rivisto ad ogni replica per anni (storia vera).

Dentro a questa storia che parla di industria che vuole costruire, c’è anche lo zampino, non dei leoni ma dell’industria di Hollywood, Michael Douglas non è solo la star del film, è anche uno dei produttori, infatti il suo personaggio, il cacciatore Charles Remington nel romanzo originale… Non esiste, quello che gli vediamo fare nel film è interamente sulle spalle di Patterson.

«Se non potremo salvare Simba, allora lo vendicheremo» (quasi-cit.)

William Goldman, sceneggiatore con un curriculum che da solo basterebbe a riempire una videoteca intera piena di film giusti, prende infatti il materiale di partenza e costruisce attorno a Douglas una figura che nel libro non esisteva proprio. Un personaggio “aggiunto” non come riempitivo, ma come espansione del mondo, come se il film avesse deciso di inserire dentro sé stesso una leggenda parallela, un cacciatore che sembra esistere da sempre perché Hollywood ha bisogno che esista qualcuno così. E Douglas di fare il figo.

Forse è anche per questo che “Spiriti nelle tenebre” funziona meglio di quanto venga ricordato: perché non è solo un film su due leoni e un ponte in costruzione, ma anche un film che ci ricorda che negli anni ’90, i titoli medio grossi che uscivano, avevano attori di peso come Kilmer e Douglas e venivano messi in mani sicure come quelle di Hopkins.

Alla fine “Spiriti nelle tenebre” è uno di quei film che meritano di essere rimessi in circolo senza troppi preamboli, perché funzionano ancora esattamente per quello che sono: cinema di genere fatto bene, costruito con mestiere e con quella solidità anni ’90 che oggi si riconosce subito, nel bene e nel male. Ha retto senza problemi i suoi trent’anni sulle spalle, e anzi, in certi momenti sembra quasi guadagnarci.

Intrattenimento ben fatto, motivo per cui ad un regista come Stephen Hopkins, con la sua filmografia piena di solidi titoli in pieno stile Bara Volante, questo feretro dedica sempre volentieri tempo e spazio, un’idea di cinema che vale sempre la pena raccontare, figuriamoci in occasione dei primi trent’anni di “Spiriti nelle tenebre”.

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