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Spring: Strambo paese a forma di Folklore popolare

Abbiamo una
saga dai tanti seguiti e dagli incassi milionari che dovrebbe mescolare
l’Horror (vampiri e licantropi) alla parte romantica della storia, avete
presente di cosa sto parlando no? Ecco, adesso buttiamo via tutto e parliamo
di “Spring”. Molto meglio ve lo assicuro.

Se vi dico
Benson & Moorhead voi cosa rispondete? Se avete risposto “Una marca di
sigarette” potete smettere di leggere adesso, ciao, vi voglio bene lo stesso.
Se avete
risposto “Resolution” è perché siete delle brave creaturine della notte e avete
visto l’esordio di questi due pazzarelli americani che mescolava la Meth di
Breaking Bad, il capanno di “The Cabin in the Woods” ad un discorso
meta-cinematografico sui Found footage, una discreta bombetta che consiglio se
non vi da noia il ritmo lento aspettando 5 minuti finali notevoli.
Justin Benson
(scrive e dirige) e Aaron Moorhead (co-regia, montaggio e fotografia) hanno
perso un attimo la tramontana in “V/H/S Viral”, il loro segmento “Bonestorm”
era il più riuscito sì, ma di un film comunque brutto, una roba adolescenziale
di Skaters e sette messicane. Dimenticabile.



Ci volevano Giustino e Aronne a spiegarci il Bel Paese.

Per “Spring”,
invece, hanno decisamente alzato il tiro, decidendo di giocare fuori
casa, in uno strambo Paese a forma di scarpa di mia e vostra conoscenza.

Evan (Lou
Taylor Pucci) ha appena perso la madre dopo una lunga malattia, al bar dove
lavora, fa a cazzotti con un membro di una gang, finisce nei guai con la
polizia e, siccome non ha più legami, capisce che è il momento di cambiare aria, per farlo
sceglie l’Italia.
A Roma
incontra due scozzesi e dividendo i costi della benzina (e della birra)
raggiunge un piccolo paese in Puglia: Polignano a Mare.
In cambio di
lavoro in campagna, trova vitto e alloggio presso il cascinale del vecchio
Angelo (MVP! MVP! MVP!), ma soprattutto fa la conoscenza della bella Louise
(Nadia Hilker)…



“Prima di dire ‘cosa ci fa una ragazza come te in un posto come questo’ aspetta che siano calate le tenebre”

Lo so cosa
state pensando, state pensando che il vostro amichevole Cassidy di quartiere si
è bevuto il cervello e sta qui a consigliarvi un palloso “Un ragazzo incontra
una ragazza” girato da due Yankee in Italia, il tutto condito dai soliti cliché di come gli stranieri vedano gli Italiani, invece è proprio in questi due
passaggi critici che “Spring” funziona alla grande.

Il nostro Paese
ha delle location che sembrano intrappolate nel tempo, luoghi che rimandano
subito al Folklore popolare, se avete familiarità con la provincia o con i
primi Horror di Pupi Avati potrete facilmente capire di cosa sto parlando.
Evidentemente la cosa salta più agli occhi di due (Lupi mannari) americani in Puglia, perché Benson & Moorhead sono riusciti a cogliere la magia, ma
soprattutto la paura che alcuni luoghi del nostro Paese sanno evocare.



Meglio di dieci guide Lonely Planet dedicate all’Italia.

Vi consiglio
di vedere “Spring” prima che questo titolo arrivi ai media generalisti, per
capirci, prima che qualche nostro TG ci faccia su un servizio del tipo “Il film
Horror girato in Italia” pescando a caso tre informazioni da Internet di cui
due sbagliate. Sì, perché “Spring” è uno di quei film che ti fa capire che al
mondo ci sono ancora stranieri che riescono a vedere qualcosa in questo strambo Paese a forma di scarpa dalla pessima fama.

I nostri amici
Giustino e Aronne tratteggiano un luogo in cui biologia e antiche maledizioni
convivono, il cui Evan con le tre parole in croce di Italiano che conosce, è
evidentemente uno straniero, ma di fronte all’elemento Horror, non viene
caratterizzato come l’unico essere civilizzato incastrato in un paesino pieno
di trogloditi paurosi delle tradizioni.
Ci sono due
particolari che fanno impettire e allo stesso tempo incazzare: il primo è il
vecchio Angelo, il classico personaggio che rischiava di finire etichettato
come “Pizza, spaghetti mandolino” e, per un attimo, quando ho visto la pizza
sul tavolo della colazione di Evan, ho temuto per il disastro, invece no,
perché Giustino e Aronne ci consegnano un personaggio adorabile, lui di Inglese
conosce sei parole, ma porta con se una tradizione popolare e dei trascorsi
umani (intuiti mai sbandierati) che lo rendono uno dei personaggi non
protagonisti migliori che mi sia capitato di vedere, da troppi film a questa
parte.



Angelo è talmente il migliore che lo dicono anche i sottotitoli.

L’altro
dettaglio è il fatto che Evan, si trovi a disagio messo a confronto con un
gruppo di turisti americani (abbastanza sbragati), in certi momenti sembra sempre
che voglia scusarsi per il fatto di essere connazionale di quelli là, una
sensazione che noi Italiani conosciamo fin troppo bene…

Ecco, tutto
questo fa impettire perché capisci che Benson e Moorhead non ragionano e non
giudicano con i paraocchi, ma soprattutto fa incazzare, perché devono arrivare
due Yankee a spiegarci come fare bei film a casa nostra? Il nostro cinema è
troppo spesso impegnato a celebrare il Bel Paese, perseguendo tutti i modi
sbagliati per farlo, poi arrivano un Aronne e un Giustino qualunque, a darci
sonore scoppole sul coppino.



Giustino e Aronne si permettono pure una (riuscita) scena comica.

“Spring”
è soprattutto una riuscita commistione di generi e qui devo partire con un
avviso ai naviganti. Il film è dettato dai tempi brevi, perché l’amore tra
Evan e Louise scoppia in breve tempo e ha ancora meno tempo per essere
vissuto, eppure è totalmente credibile e convincente, neanche per un secondo si
mette in dubbio l’amore tra i due protagonisti, grazie ad una
sceneggiatura che si prende il suo tempo per rendere credibile questo amore, il
che si traduce in un film che ci mette un po’ ad ingranare e quando meno
te lo aspetti, ti piazza la zampata Horror.

Gli effetti
speciali sono usati con parsimonia e forse per questo ancora più efficaci, non
vi rivelerò in cosa consiste l’elemento orrorifico della storia, perché sarebbe
farvi un torto togliendovi la sorpresa, deve essere il film a farvi sospendere
l’incredulità e vi posso dire che se gli concederete una chance ci riuscirà.

Questo dovrebbe togliervi ogni dubbio sul fatto che sia un Horror (e ancora non avete visto niente!)

Quindi, siamo
di fronte al classico film troppo Horror per chi cerca la storiella romantica,
ma allo stesso tempo non grondante sangue per accontentare lo spettatore medio
di film dell’orrore. Però è un film di apici: i momenti Horror funzionano alla
grande, sono efficaci, tutta la messa in scena del film è solida, anche di più
rispetto a “Resolution” e considerato che si tratta di un film costato
relativamente poco, è notevole.

Nella seconda
metà c’è forse qualche spiegone di troppo, ma sono spiegoni non risolutivi che
comunque non azzoppano il ritmo della narrazione. Benson e Moorhead creano un
mondo dove la magia e la biologia si intrecciano, il film potrebbe anche
attirare delle critiche e far storcere qualche naso (l’avvenente Louise che si
nasconde in un paesino di provincia con quel vestito addosso?), ma sono comunque difetti da poco, per un
film che polverizza tutti i prodotti romantici preconfezionati che potete
trovare in giro.



Siamo in zona “Miglior finale del 2015”.

Louise (Nadia
Hilker, tedesca, più mediterranea delle Italiane) è un personaggio magnetico
per la sua bellezza e maledetto dal suo destino, una Freak dolente costretta ad
una vita solitaria, attraverso di lei Evan dovrà scendere a patti con tutto
quello che pensa di conoscere, ma allo stesso tempo metabolizzare il lutto per
la sua perdita, vale la pena rischiare tutto per amore?



Il finale poi,
è uno di quelli che vi mette alla prova, se il film vi ha preso, di pancia,
allora vi arriverà fortissimo e non avrete bisogno di spiegazioni per capirlo.
Personalmente l’ho adorato, come questo film. Dategli una possibilità e
preparatevi alla “Bruschetta nell’occhio” nel finale.

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