Home » Recensioni » Springsteen – Liberami dal nulla (2025): questo New Jersey al mattino sembra un paesaggio lunare

Springsteen – Liberami dal nulla (2025): questo New Jersey al mattino sembra un paesaggio lunare

Ci sono due brani nell’album “Nebraska” di Springsteen, che terminano con la stessa frase, deliver me from nowhere, che è anche il titolo del libro di Warren Zanes da cui è tratto il film di oggi, prodotto da 20th Century Studio, di cui aspettavate il mio parere, spudoratamente di parte in quanto springsteeniano di lungo corso.

Il primo è “State Trooper” la storia di un criminale dalla coscienza poco pulita che prega perché l’agente della stradale non lo fermi al volante, una roba talmente tesa che, come molti pezzi di Springsteen, grazie alla sua intensità e la sua capacità di scrivere suggerendo immagini profondamente cinematografiche, potrebbe già essere la scena madre di un film. L’altro pezzo è quasi opposto nel tono, anche se parla sempre del girovagare notturno tra gli “scenari lunari” del New Jersey, mi riferisco a “Open all night”, che per inciso, è sempre stato il mio pezzo da ascoltare in auto per i ritorni a casa alle quattro del mattino o giù di lì (storia vera).

Suda anche come il Boss, solo che l’originale è così dopo tre ore di concerto.

Sono due pezzi gemelli, quasi opposti perché sempre nella stessa stanza di motel, con la moquette arancione alle pareti, la stessa voce, chitarra e registratore a quattro piste, il Boss è riuscito a raccontare storie intime dei suoi eroi (e anti-eroi) springsteeniani che potevano essere ballate in odore di folk oppure pezzi di puro Rock ‘n’ Roll, basta dire che il suo pezzo più famoso di sempre, “Born in the U.S.A.” è uscito dalle sessioni solitarie nel motel, un esempio? “Johnny 99” dal vivo è stato suonato spesso con un arrangiamento un pochino diverso e ha fatto muovere il culo ad un sacco di gente, anche se parla di uno che si becca 99 anni di carcere, e qui sta tutto il punto, a come te la suoni, Scott Cooper se l’è suonata proprio bene la sua ballata.

La Wing-woman mi prende per il culo da anni, quando le dicevo che Bruce Springsteen non suona sempre “Born in the U.S.A.” ai suoi concerti e lei, se l’è beccata dal vivo, due concerti su due, 100% di realizzazione (storia vera). Perché per anni è stato così davvero, testone come pochi al mondo, Springsteen non suonava dal vivo il suo pezzo più famoso (e spesso male interpretato, citofonare Ronald Reagan per conferma) come a voler far avvertire l’assenza, su questo sottile sentimento è costruito anche tutto “Springsteen – Deliver Me from Nowhere” da noi “Liberami dal nulla”.

Scott Cooper è sempre stato un regista che ha firmato titoli dal buon compitino, al filmone sottovalutato (mi mangio le mani per non aver mai scritto di “Hostiles”), aver deciso di raccontare la storia personale di Springsteen con il tono giusto, tutto per sottrazione, in linea con “Springsteen on Broadway”, con la sua autobiografia e con il fatto che il suo aver aperto al mondo sui suoi problemi di depressione, hanno fatto si che Superman si sia finalmente tolto il mantello, spogliato da quell’aurea da musicista/atleta che fa concerti di tre ore che a volte, sembra l’unico argomento di interesse del pubblico per la figura di Springsteen.

Come ci immaginiamo tutti quando passeggiamo da soli per strada con la giacca di pelle addosso, tanti piccoli Bruce (seee magari!)

“Springsteen – Liberami dal nulla” riesce nell’impresa di prendere le distanze da tutte le biografie-fetecchia sui cantanti che purtroppo spopolano, lo ribadisco, se pensate che anche il Boss sia salito anche lui sul carrozzone, toglietevelo dalla testa, questo film è l’anti-Bohemian Rhapsody, non una puntata di “Tale e quale” condita da tentativi di riscrivere la storia.

A proposito di storia, agli springsteeniani è nota, all’apice del successo del tour dell’album “The River”, il Boss fa i conti con la fama raggiunta e con qualcosa che “Runs in the family” per usare le parole del film, ereditato dal lato paterno, una depressione che forse per una buona parte di pubblico sarà una novità, perché è istintivo pensare che tra tutte le persone al mondo, proprio Bruce Springsteen sia il meno associabile al concetto stesso di depressione, ma viviamo in una società che ha l’ossessione per l’estetica, il corpo, molto concentrata a curare il male fisico visto che abbiamo medicinali per tutto, ma molto poco propensa a tenere conto della salute mentale, tema tabù spesso volutamente ignorato.

Niente, ogni fotogramma di questo film mi suggerisce il titolo di un pezzo di Springsteen, rischio di scrivere tutte le didascalie con citazioni musicali (storia vera)

La risposta istintiva di Bruce è stata una fuga da tutto questo, ispirato alle non proprio eroiche gesta dell’assassino Charles Starkweather, e ancora di più da quello che sarà eternamente il mio film di Terence Malick preferito, ovvero “La rabbia giovane” (1973, titolo originale “Badlands”, se siete personcine a modo in questo momento state cantando), il risultato è stato un piccolo ma monumentale disco intimo, in equilibrio tra Rock e Folk intitolato “Nebraska”, senza la faccia (o le chiappe) di Bruce in copertina, non supportato da un tour e a dire il vero nemmeno da singoli veramente trainanti, da radio, per lo meno non nel senso classico del termine.

“Springsteen – Deliver Me from Nowhere” è più vicino a lavori come Rocketman, per la sua volontà di parlare dell’uomo prima che dell’artista, ed è un film che dialoga con A complete unknown, che però ammettiamolo, non gli allaccia nemmeno le scarpe alla storia di Bruce. Sì perché il Bob Dylan di quel film spariva dietro occhiali neri nel suo passaggio dal Folk al Rock, con sacrilega chitarra elettrica, da umano a Rock star. Il Bruce di questo film invece fa il percorso inverso, suda, si dispera, rivive i traumi, va fuori strada, se serve all’apice emotivo piange, come dicevo lassù, si toglie il mantello da super uomo che troppo spesso è stata l’unica narrativa attorno al Boss.

Niente occhiali da sole per lui, al massimo delle lenti a contatto.

Il risultato è qualcosa di imprescindibile per i fan e di perfettamente seguibile anche per chi non conosce la storia, la lotta per la purezza di “Nebraska” (malgrado il suo suono ruvidissimo) e della stessa “Born in the U.S.A.”, diventano un ottimo modo per ripercorrere i fatti e allo stesso tempo, il percorso interiore di Springsteen, la sua lotta con l’abisso che può esplodere in fiamme – in una riuscita scena lo fa, letteralmente, strizzando l’occhio proprio alla scena madre del film di Malick– che solo uno dei grandi mali del nostro tempo può generare, la grande “D”.

In questo senso Scott Cooper non sbaglia un colpo, apre con il personaggio sullo cresta dell’onda, a Cincinnati nel 1981, sul palco ad eseguire una travolgente “Born to run”, per poi fare i conti con gli effetti di una vita passata a correre, a volte anche lontano dai propri demoni, che per Bruce sono il parallelo con la vita di suo padre, Douglas Springsteen, che diventerà materiale da elaborare in musica, per sfornare le dieci tracce che compongono “Nebraska”, in un percorso anche interiore, supportato in alcuni fondamentali momenti, da una figura paterna come quella di Jon Landau, l’uomo che da giornalista, vide il Boss suonare e scrisse: «Ho visto il futuro della musica Rock, il suo nome è Bruce Springsteen» (storia vera), salvo poi lasciare il suo lavoro e diventare manager del musicista, il primo a mostrargli quell’orgoglio paterno, che per qualunque figlio è un punto d’arrivo.

I pregi del film sono molti, a partire da una fotografia impeccabile, ma voglio partire dai difetti: ad un certo punto del film parte “I’m on fire”, ho pensato ad una scelta ruffiana visto che si tratta di uno dei pezzi più amati del Boss, indubbiamente anacronistica, anche se pubblicata successivamente era già un pezzo esistente, ma allo stesso tempo talmente azzeccata in quel particolare momento della storia, che non me la sento di considerarla un vero problema, quindi fine dei difetti, ecco forse i flashback in bianco e nero, e l’entrata in scena del padre, che da subito sembra un violento, ci vuole di più per capire che anche lui ha la grande “D”, vera eredità per il figlio.

Gli altri difetti? Alcuni passaggi un po’ didascalici, brevi, ma comunque presenti, penso ad esempio a Jon Landau che parlando con la moglie (un personaggio che compare solo in queste scene, a “reggere il sacco” ai monologhi del marito), che spiega il senso dei pezzi di “Nebraska”, in modo che anche l’ultimo spettatore in sala possa capirlo, certo, fin troppo espositivo, ma dura talmente poco che posso accettarlo, passiamo ai pregi.

«Credimi, io di padri complicati sono esperto, quasi quattro stagioni con Logan Roy, non dico altro»

Nel raccontare questa storia intima che inevitabilmente parla di musica, Scott Cooper sceglie in maniera sacrosanta il filtro del cinema, anche con una scelta di casting micidiale, Jeremy Strong si cala nei panni di Jon Landau, lui che di vicende di famiglia è esperto. Ancora più azzeccata la scelta di Stephen Graham per la parte di un Douglas Springsteen, forse anche esacerbato nelle sue spigolosità, lo vediamo entrare in scena, tra bar e liti domestiche, sulla soglia della camera del figlio, intento ad insegnare al ragazzo a fare a pugni, un’epifania narrativa che mi ha rimandato al mio ruolo preferito di Graham, quando sul piccolo schermo impersonava Al Capone, regalandoci la scena padre-figlio più struggente mai vista, che guarda caso, passava proprio dalla capacità di tenere la guardia alta. Il fatto che lo facesse in una serie come “Boardwalk Empire” (mai abbastanza celebrata), ambientata proprio nel New Jersey, non fa che ridurre la distanza, anche geografiche con i personaggi e gli attori scelti per interpretarli, e quindi sì, dobbiamo parlare di Jeremy Allen White.

Un attimo, e la mente vola ad una delle dieci scene più belle di una serie purtroppo mai ricordata.

Quando il suo nome è stato annunciato per questa parte, molti hanno storto il naso, perché purtroppo il maledetto effetto che io chiamo “Ma è ugualeeeeee!” ha ormai corrotto le menti di troppo pubblico, se non sei identico al personaggio che devi interpretare, per molti, troppi, parti già perdente, dimenticando che un attore deve interpretare un ruolo, quello che cercate voi è un cosplayer.

Un paio di lenti a contatto per mimetizzare l’azzurro degli occhi sono l’unico trucco usato da Jeremy Allen White, il resto è tutta farina del suo sacco, dal linguaggio del corpo, al lavoro fatto sulla voce – per le parti cantate ma non solo – Jeremy Allen White non impersona Bruce Springsteen, è diventato Bruce Springsteen, considerando poi che la parte del volto zigomi/bocca è quasi identica, sembra un figlio illegittimo del Boss, che suda anche come la sua controparte e che per trascorsi attoriali, non solo è la scelta migliore possibile sul mercato, ma anche in continuità.

«… I got a blogger named Cassidy, and Cassidy ain’t no good»

Le ansie del suo personaggio in The Bear si riflettono nel suo Springsteen, un dialogo aperto tra due opere che parlano di musica, rapporti umani e salute mentale, qui per fortuna con il filtro del cinema sempre nel cuore. Pur non essendo identico al Boss, Jeremy Allen White ha davvero capito il personaggio, lo ha indossato alla grande e in certi momenti, conoscendo molto bene quella voce, avendo passato diverso tempo della mia vita ad ascoltarla, ci sono momenti in cui quella dell’attore ha saputo sovrapporsi alla grande, non metto in dubbio che ci sia stato del lavoro di mixaggio, ma passaggi come l’attacco di “Atlantic City”, mi hanno fatto pensare davvero un caso di possessione da parte del “Diavolo del Jersey”.

“Springsteen – Liberami dal nulla” riesce a rendere omaggio alla musica, alla creatività che sta essa dietro, senza trasformarla in pantomima o merce, è lavorando tutto per sottrazione trova il modo giusto per raccontare una storia intima come ascoltare per la prima volta “Nebraska”, però carica di cinema, come i testi di Bruce per le tracce di quel disco sapevano già essere.

Uno dei pochi momenti in cui si vede parte della E-Street band, in un film che è logicamente incentrato solo su Bruce.

Il percorso che il personaggio compie in musica e con il cinema, nel corso di questo film, risulta interessante e coinvolgente per potenzialmente tutti, fan e non solo, la sottotrama, portata in primo piano della salute mentale poi, raccontata utilizzando un’icona come Springsteen rende il personaggio stesso, uno di quegli eroi di tutti i giorni, che il cantante del New Jersey ha sempre narrato nelle sue canzoni, quel nulla da cui liberarsi, evocato due volte da due personaggi di “Nebraska”, qui prende il volto di Jeremy Allen White, lo sovrappone a quello di Springsteen e lo racconta, per sottrazione, per assenza, il vuoto assordante delle depressione, che a volte è davvero come attraversare un paesaggio lunare, come il New Jersey al mattino e del pezzo più famoso di una discografia, volutamente non suonato.

Era difficile cogliere quella sensazione, o anche solo la mistica di un album come “Nebraska”, sarebbe stato più facile e ruffiano giocare sul velluto, parlare direttamente del trionfale tour di “Born in the U.S.A.”, ma la scelta ripaga pienamente, si spera solo che questo film ci liberi anche dal nulla di troppe biografie musicali che non rendono omaggio alla musica, al cinema e spesso, nemmeno ai drammi, le passioni e i legami che li alimentano entrambi. Ora fatemi un favore, evitare di salire sul carro e fare tutti i fan di “Nebraska” eh? Fino a ieri anche tra fin troppi springsteeniani di plastica era l’album da non ascoltare mai, vi conosco mascherine.

5 5 voti
Voto Articolo
Iscriviti
Notificami
guest
8 Commenti
Più votati
Recenti Più Vecchi
Inline Feedbacks
Vedi tutti i commenti
Film del Giorno

La casa dalle finestre che ridono (1976): affresco di famiglia con interno di agonie

Un grande onore per me oggi introdurre, al suo esordio su questa Bara, una nuova voce, si tratta di Enry Orso, lo trovate sul suo blog personale e oggi per [...]
Vai al Migliore del Giorno
Categorie
Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
Chi Scrive sulla Bara?
@2025 La Bara Volante

Creato con orrore 💀 da contentI Marketing