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Spy Game (2001): i tre giorni del Tony

Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù e quando muore va in un posto dove non è concesso vedere i film di Tony… Lo Scott giusto!

Non so voi, ma io tendo ad essere un tipo un po’ abitudinario, uno di quelli “se non è rotto non provare ad aggiustarlo”. Se trovo un ristorante che mi piace ci torno, un modello di scarpe comode ne compro più paia, robe così. Non ho avuto la fortuna di conoscere Tony Scott, ma dall’andamento del suo cinema, sembra che anche lui fosse un po’ così.

Top Gun funziona? Facciamone un altro con le auto da corsa. Affidarsi ad una grande sceneggiatura funziona? Facciamolo ancora. Di sicuro a quello giusto e proletario della famiglia Scott piacevano i thriller di spionaggio degli anni ’70, con Nemico Pubblico ha preso “La conversazione” (1974) di Francis Ford Coppola portandola nel nuovo millennio, ha funzionato? Facciamolo ancora.

Il modello di riferimento, questa volta, diventa “I tre giorni del Condor” (1975) diretto da Sydney Pollack ed interpretato dal suo attore feticcio, Robert Redford. Ma giochiamo per un momento al giochino dei sei gradi di separazione. Tony Scott vorrebbe lavorare con Robert Ford Rossa e chiudere il cerchio con il film di Pollack, primo grado. Redford ha diretto Brad Pitt in “In mezzo scorre il fiume” (1992) e da allora sono in buoni rapporti, oltre a sembrare padre e figlio, secondo grado. Anche Scott ha diretto Brad Pitt in Una vita al massimo, lo avrebbe voluto anche in Allarme Rosso e i due sono in cerca di un soggetto per tornare a lavorare insieme, terzo grado. Insomma: non ci si arriva nemmeno a sei gradi di separazione, perché tanto la sceneggiatura di “Spy Game” scritta da Michael Frost Beckner e David Arata mette tutti d’accordo.

Ora, “I tre giorni del Condor” è un capolavoro per diverse ragioni – non ultima la scena in cui Roberto Ford Rossa torna in ufficio e trova tutti i colleghi morti. Quanto vorrei capitasse anche a me, ma con la mia fortuna, sarei tra i cadaveri – tra cui il bel romanzo da cui era tratto a fare da solida base, “I sei giorni del Condor” di James Grady. Se volete sapere che fine abbiano fatto i tre giorni mancanti, chiedete al Condor.

Call of duty: Tony Scott edition.

Il lavoro di Michael Frost Beckner (quello del classico “One Shot One Kill” con Tom Berenger e dei suoi infiniti seguiti. Questo spiega perché Brad Pitt in questo film faccia il cecchino ) e David Arata non ha la stessa solidità del romanzo di Grady. La storia si prende tutti i suoi 126 minuti per arrivare ad un finale molto coinvolgente, ma il minutaggio si avverte tutto e la coppia composta da “papà” Robert e il suo quasi identico figliolo Brad, anche se ha tutto per mandare in sala almeno due (se non tre) generazioni di spettatrici, pur facendo un ottimo lavoro non si traduce in un duello di talento come quello messo su da Denzel e Gene. Poco male, la storia ha altri intenti e anche il suo regista, perché Tony Scott qui dirige con il coltello tra i denti.

…con il coltello tra i denti, però in pantaloncini (il caldo è una brutta bestia)

Nella primissima scena, Tom Bishop (Brad Pitt) si finge prima dottore e poi morto per infiltrarsi in una prigione cinese, distribuendo gomme da masticare per coprire il suo passaggio e completare la missione, ma beccato diventa l’agnello da sacrificare per l’agenzia. La CIA ha intenzione di negare ogni coinvolgimento lasciando Bishop al suo destino, dettaglio che a Nathan Muir (Roberto Ford Rossa) non va tanto giù, lui Bishop lo ha selezionato ed addestrato per essere il suo sostituto, la sua versione 2.0, lo ha reso lui la spia che è oggi e anche se dopo trent’anni di lavoro alla CIA sta per andare finalmente in pensione a godersi le Bahamas, quest’ultima porcata non la vuole assecondare. Inizia operazione “cena fuori”, una missione ombra per recuperare Bishop, approvata e sostenuta dalla CIA, senza che la CIA ne sappia nulla.

«Perché Tony ha fatto indossare il berretto da Baseball a tutti tranne che a te?», «Quando arriverai alla mia età ti spiegherò il segreto»

In Nemico Pubblico, lo Scott giusto prendeva Gene Hackman facendolo idealmente tornare ad interpretare la versione anziana del suo personaggio di “La conversazione” e nel frattempo dava una bella spallata alla regia e alla post produzione digitale, concentrandosi sulla messa in scena al fulmicotone qui, lo fa un’altra volta. Nathan Muir potrebbe essere il protagonista di “I tre giorni del Condor” dopo una vita passata alla CIA, uno talmente affidabile che in un trionfo dell’analogico sul digitale, anche gli alti vertici preferiscono consultare i suoi vecchi archivi cartacei e sentire il racconto degli eventi dalla sua testimonianza, piuttosto che metterci ore per avere le stesse informazioni dal computer. Una forzatura della trama? Forse, ma quanti colleghi avete al lavoro che piuttosto di farselo da soli, vengono da voi a chiedervelo perché sanno di poter dormire tra due guanciali? Poi chiedetevi perché mi piace tanto il film di Sydney Pollack.

“Spy Game”, attraverso il racconto di Muir sull’agente Bishop, si divide così in tre tronconi netti e distinti: arruolamento, addestramento ed ideale passaggio di consegne con il nuovo agente. Ognuno di questi ambientato in tre momenti storici diversi e su tre fronti belli caldi.

S’inizia in Vietnam nel 1975, con Brad Pitt giovane cecchino con “Mullet” alla Don Johnson per sembrare più giovane e Robert Redford con basettone, occhiali da sole e berretto da baseball (la divisa ufficiale dei personaggi di Tony Scott) illuminato da fotografia color seppia, per mascherare qualche ruga di Roberto e far pensare alle vecchie foto del ‘Nam.

«Una volta mi sono trovato in una situazione così con un altro biondo di nome Paul. Non è finita benissimo»

Alternando momenti in cui Muir parla al suo pubblico, raccontando un po’ alla “Rashomon” (1950) la sua versione dei fatti, si passa alla Germania ancora divisa dal muro, in cui Muir comincia ufficialmente ad insegnare a Bishop tutto quello che sa del lavoro della spia, da trucchi semplici come portarsi sempre dietro gomme da masticare, coltellino svizzero e un sorriso, oppure cosette più complicate del tipo: conosci qualcuno in quel palazzo? No? Bene, voglio vederti affacciato ad una di quelle finestre entro cinque minuti. Che può sembrare una trovata hollywoodiana, ma in realtà fa parte dell’addestramento base degli agenti del Mossad (storia vera).

L’ultima parte è quella, forse, più difficile da mandare giù, perché coinvolge i sentimenti di Bishop che perde la testa per Catherine McCormack (che aveva già fatto lo stesso effetto a William Wallace, nel 1995 in “Braveheart”), un massacro emotivo per tutti i personaggi e parte del pubblico che si svolge in uno dei posti più martoriati del pianeta: la Beirut degli anni ’80.

William Wallace per questa qui ha fatto un macello, quindi non sottovalutatela.

“Spy Game” è un film parlato, anzi è tutto basato sui dialoghi, sui dialoghi e sui trucchi di Muir, uno che il sistema lo conosce dal suo interno e se Allarme Rosso metteva in dubbio le procedure, “Spy Game” conferma che se sai come funziona il gioco, puoi trovare le lacune per infilarti. Muir è uno di quelli che fa, quindi sa come si fanno le cose, infatti riesce a farla letteralmente sotto il naso dei capi della CIA, organizzando con trucchi da spia, contatti coltivati in anni di esperienza e trovate orgogliosamente analogiche (lo scambio delle tue scansioni satellitari), una missione per salvare il suo protetto e sostituto. Se in tutto questo volete vederci la vecchia Hollywood di Robert Redford che si garantisce la pensione preservando la carriera del suo ideale sostituto Brad Pitt, siete liberi di farlo, io preferisco concentrarmi sul lavoro dello Scott giusto.

«No, io sono tuo padre», «Devi fare la voce più roca e respirare a fatica, così non sembri Darth Vader»

Per assurdo, Tony nelle scene d’azione sembra alzare il piede dal pedale, l’inseguimento in auto tra i vicoli di Beirut, ad esempio, è ottimo, ma quasi “normale” rispetto al resto del film e al netto del fatto che proprio nella porzione ambientata a Beirut, quello giusto della famiglia Scott dirige l’esplosione di un palazzo in maniera colossale, non solo perché l’esplosione in sé resta notevole da vedere sul grande schermo, ma perché è un momento drammatico di cui la storia ha bisogno e Tony le concede il massimo risalto.

Quello che è veramente fulminante di “Spy Game” è il modo di girare le scene all’aperto di Tony Scott: primo piano, stacco, inquadratura sull’auto di Redford che prosegue lungo un ponte, stacco, inquadratura sul palazzo della CIA, tutto così. Se Muir è orgogliosamente analogico nel fare il suo lavoro, Tony Scott ha abbracciato l’era digitale (e in particolare la post produzione) in pieno considerate la lunghezza media delle inquadrature di questo film, è attorno ai 2,7 secondi di media, per darvi un modello di confronto, Michael Bay (che sta a Tony come Bishop a Muir) è accusato di far venire a tutti l’epilessia quando attesta le sue inquadrature sulle media di 3 secondi.

Dicono che guardo solo film con le esplosioni, visto? Stanno seduti e parlano.

“Spy Game” è un film meno frenetico di Nemico Pubblico, perché nelle scene d’interni si prende il suo tempo per dare spazio al racconto di Robert Redford, oppure alla storia d’amore con Catherine McCormack, ma dal punto di vista della regia è un attacco frontale alle sinapsi dello spettatore. La scena in Germania (dove Muir e Bishop dialogano sul tetto di un palazzo), di fatto è un dialogo normalissimo che la Universal, per risparmiare, avrebbe voluto girare in interni, Tony insistette inutilmente per avere un elicottero a noleggio pur di girarla all’aperto, alla fine l’elicottero se lo è pagato di tasca sua (storia vera), ma ditemi che non è la scena migliore di tutto il film, anzi, forse è la scena simbolo di “Spy Game”.

L’urgenza della storia, la corsa contro il tempo per organizzare l’operazione “cena fuori” con ogni mezzo (anche distraendo i finanziatori cinesi durante la trattativa, facendo guardare loro un episodio di “Baywatch”) è resa alla grande dalla regia dello Scott giusto, anche se un film che va al triplo della velocità di Nemico Pubblico, sembra procedere due volte più lento, perché non hai un protagonista che scappa e si arrampica sui balconi di un Hotel, ma persone sedute intorno ad un tavolo a parlare di qualcuno che è chiuso in una prigione, il massimo della staticità possibile, insomma.

Una foto per le lettrici della Bara Volante (tutte e quattro)

Insieme ai berretti da baseball, gli occhiali da sole (cosa fa Robert Redford a missione completata? Inforca i Ray-Ban con un primissimo piano sugli occhi) e l’estetica curata ottenuta grazie ad un talento sopraffino, l’altro grande filo rosso che lega tutti i film di quello giusto della famiglia Scott resta la corsa contro il tempo, anzi nei titoli dal 2000 in poi è quasi impossibile non notarlo. La sfortuna è stata che un film che parla di spie e un po’ critica la CIA, sia uscito negli Stati Uniti nel novembre del 2001, un momento storico in cui l’aria era parecchio pesante e parlare male degli U.S.A.! U.S.A.! U.S.A.! Non era popolarissimo, anche perché il film è andato bene, ma non benissimo (140 milioni raccolti nel mondo, al netto di 115 spesi per realizzarlo), un po’ come accaduto a “Black Hawk Down” (2001) il film diretto dal fratello di Tony che ha in comune anche la dedica finale alla memoria di Elizabeth Jean Scott, mamma Scott venuta a mancare proprio quell’anno.

Insomma: “Spy Game” è un gioiellino di tecnica a cui voglio più bene di testa che di pancia, anche se l’ultima scena è fantastica, l’ennesima conferma del talento di narratore di Tony, la conclusione di operazione “cena fuori” è capace di coinvolgere anche l’ultimo degli spettaori distratti. Inoltre, ancora una volta, quello giusto di casa Scott ha saputo guardare un po’ più avanti nel futuro, passano gli anni e Brad Pitt si sta progressivamente trasformando in Robert Redford, Tony è stato il primo a mettere in chiaro la “parentela”. A proposito di parenti, adesso arriva l’ormai tradizionale schemino della “Scottitudine”, mentre la prossima settimana arriva un’altra bomba firmata dal nostro Tony, ma se fossi in voi resterei nei paraggi tra oggi e domani, potrebbero esserci tante altre cosette firmate dallo Scott giusto di vostro interesse. Consideratevi avvisati!

«Certo che puoi venire a cena anche tu Cassidy. Porta il gelato, al pistacchio per me grazie»

Spy Game (2001)

Se lo avesse diretto Ridley?

Molti starebbero con il dito puntato a sottolineare ogni grande inquadratura ed ogni impeccabile stacco di montaggio, inoltre ci toccherebbe sorbirci un pippone sulla continuità generazionale tra Roberto Ford Rossa e Brad Pitt, invece lo ha diretto Tony, quindi lo si ricorda quasi solo per i due “biondi”.

Nel paragone diretto, resta comunque molto meglio di: Nessuna verità (2008)

La coppia Redford/Pitt batte in risultati e attrattiva per il pubblico quella composta da un DiCaprio scatenato e un Russell Crowe sottotono. Sulla regia non entro nemmeno nel merito, piuttosto qualcuno si ricorda di cosa parla “Nessuna verità”? Qualcuno di quelli che sono riusciti a rimanere svegli durante il film intendo. Almeno uno dei due, niente?

Risultato parziale dopo l’undicesimo Round:

Tony va a giocare nel campo da gioco del fratello con un film sulla carta più suo e non solo gioca meglio, ma vince anche, succede quando sei lo Scott giusto!

Sepolto in precedenza in data: venerdì 8 novembre 2019

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