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Squid Game – stagione 1 (2021): il potere del paginone di Netflix

Vi ricordate di Don Max? Dovreste, perché è la mente dietro 21stCentury Schizoid Don, oggi graditissimo ospite per questa suonata a quattro
mani sulla serie del momento. Don Max la palla è nel tuo campo!

Un tempo qui era tutta campagna, ora è solo campagna marketing.
Joel Keller del New York Post dopo aver visto Squid Game affermò che la serie è «creativa». La
descrisse come avente «una narrativa serrata e una storia che ha il potenziale per essere tesa ed
eccitante» e concluse la recensione dicendo che «[Squid Game] prende una nuova idea e la
trasforma in un dramma elettrizzante; speriamo che continui a creare la tensione che abbiamo visto negli ultimi venti minuti, durante tutta la stagione». È chiaro che Joel Keller del New York Post non
avesse letto né “Acido Solforico” né visto un film che è uno di Fukasaku o Miike.
Ne parlano tutti, quindi noi qui sulla Bara non possiamo commentarla in due?
Cosa è quindi Squid Game? Il Gioco del calamaro, un popolare gioco per bambini, praticato fin
dagli anni ’70 e una serie TV targata Netflix di nove episodi. La serie narra la storia di un gruppo di
persone che rischiano la vita in un mortale gioco di sopravvivenza. La premessa distopica è
piuttosto semplice: 456 concorrenti disperati gareggiano gli uni contro gli altri in vari giochi per bambini nel tentativo di sopravvivere e vincere il montepremi in palio di 45.600.000.000 ₩ cioè poco più di 33 milioni di euro. Un misterioso invito a partecipare alla gara è inviato a persone con un disperato bisogno di denaro. I 456 partecipanti di ogni ceto sociale sono intrappolati in un luogo segreto dove competono per vincere. Ad ogni turno si cimentano in un gioco per l’infanzia, giochi
coreani ma anche il popolare “Un, due, tre, stella”. Il punto è chi perde… muore! 45,6 miliardi di won che potrebbe trasformare la loro triste esistenza in qualcosa di magnifico, o di terribile. Come si vive dopo aver visto 455 persone morire?
Supertelegattone? Miiiiiao!
A difesa del prodotto ammetto che pur non presentando niente di nuovo come drama, ha una differenza sostanziale con le altre opere citate: il mondo in cui è ambientato “Squid Game” non ha
niente di distopico (come “Battle Royale” ) o gli elementi “fantastici” di “As the Gods will” (la bambola
daruma, il gatto gigante), è invece un mondo fortemente realistico, dove la gente non si trova a dover svolgere dei giochi mortali all’improvviso (Alice in Borderland), ma decide di parteciparvi di propria volontà. Questa è anche la differenza con il romanzo “Acido Solforico” . Non è il prodotto del secolo, è carino, fatto bene tecnicamente, con un adattamento verosimile alla cultura coreana. Per certi versi mi ha ricordato Il Buco, il sentore è quello di vedere Netflix puntare sul sicuro perché il gioco è rodato ma niente di così speciale. Tra l’altro sebbene la prima puntata sia uguale al primo
gioco di “As the Gods will”, l’autore Hwang Dong-hyuk si è difeso sostenendo di aver scritto la sceneggiatura nel 2008. In quegli anni il regista aveva problemi finanziari, frequentava le manhwabang (i manga caffè) in periodo di crisi economica e leggeva opere come “Liar Game” e
“Gambling Apocalypse: Kaiji”. Entrambe opere uscite prima sia del film, che del manga di “As the
Gods will”. Ammette però di aver letto “Battle Royale”.
“Strega tocca colore… rosso sangue!”
Il cast, fra alti e bassi, funziona quasi tutto: il quattrocchi Lee Jung-jae è bravissimo, ma il personaggio più tosto di tutti è la Nord Coreana interpretata dalla modella HoYeon Jung (se l’operazione sia o meno il tentativo di lanciare la sua carriera da attrice non sta a noi stabilirlo),
quello più debole invece è interpretato da Anupam Tripathi ed è lo stereotipatissimo e ingenuo al
limite del ridicolo Ali il pakistano.
Come si dice Labyrinth in coreano? 
Non si dica che non ci metto l’impegno, però il primo episodio è “Febbre da Cavallo” senza Proietti e
Montesano con una mezza citazione al cinema di Miyazaki nella sequenza dell’un due tre stella e a
quello di Miike. “Squid Game” ha attirato l’attenzione del pubblico ed è diventato un fenomeno di massa, una roba che non succedeva da Game of Thrones. C’è tanto Oriente, ma c’è anche tanto Occidente e una serie di episodi rimandano a un film che ormai ha 90 anni, sto parlando di “The Most Dangerous Game” (Pericolosa Partita) in cui un ricco annoiato dà la caccia alla preda più
pericoloso: l’uomo!
L’anno prossimo saranno 90 anni anche per il vecchio conte Zaroff.
E a proposito di ricconi annoiati, non stupisce come Jeff Bezos abbia espresso interesse nella serie.
L’episodio finale sembra scritto da lui:
Se va bene a lui, buon capitalismo a tutti (quasi-cit.)
In sintesi la serie è come un film di Tarantino. Lo guardano tutti perché è matto e pieno di cose che
il pubblico medio non ha mai visto e perché Netflix con la sua potente campagna marketing gli dice
che è bello. Se fosse stato targato diversamente sarebbe stato “trash”. E come i film di Tarantino, ogni singola idea e inquadratura arriva da altri FILM, tutti più belli. Niente di così estremo, niente di nuovo, la prova che oggigiorno la buona campagna marketing e la buona influenza di un
influencer è quello che conta. Per carità, c’è una regia è una direzione di fotografia, ma manca la
personalità, sembra una serie simile rispetto ai film degli autori sopra, poca roba.
DonMax
Ed ora, Ancora “due” parole da parte di Cassidy.

Abbiamo sottovalutato il potere del paginone di Netflix?

Mi ha sempre preoccupato il fatto che qualunque titolo
venisse sparato in bella vista sulla “home page” (ma “paginone” mi piace di più)
della nota piattaforma di streaming, diventasse in pochissimo tempo tra i più
visti e cliccati dal pubblico. Ma con “Squid Game” è avvenuto un mezzo
miracolo: convincere la stragrande maggioranza del pubblico allergica ai
sottotitoli e alle “giapponesate” (spiegaglielo poi che sono coreani…) a
guardare un’intera serie con queste caratteristiche.

A me vengono sempre in mente i Pink Floyd.

Un momento di apertura mentale di massa? Non lo so, sono
scettico e anche un po’ cinico. Credo che Netflix in poco tempo sia passata
dall’essere la cornucopia che conteneva tutti i film (spiegaglielo poi che non
è così…) ad un calderone dove i film targati dalla casa della grande “N” rossa
facessero tutti uno schifo, ma le serie, beh si quelle si possono vedere.

Sarà per via delle tute monocolore, ma appena ho visto
spuntare “Squid Game” sul paginone, ho sentito puzza di La casa di cacca,
quella specie di sbornia Iberica che molti considerato tipo la più grande serie
della storia dell’umanità, ma anche no.

In ogni caso Biff vuole indietro la tuta.

Non mi sento di aggiungere molto a quando scritto da Don Max, che ha colto tutti i riferimenti “alti” della serie, inoltre io non avevo
apprezzato particolarmente nemmeno Alice in Borderland, quindi sempre più spesso ultimamente gli omaggi, le strizzate d’occhio o le idee riciclate (in stile
GIEI GIEI) mi lasciano sempre più indifferente se non elaborate in maniera
sensata e logica, preferisco qualcuno che dimostra di aver capito la lezione piuttosto che ripeterla tipo filatrocca,
ma oltre ad Edgar Wright penso che oggi come oggi, di bravi studenti così ne siano rimasti in pochi. Che poi a dirla tutta, io di Squib ne riconosco solo uno, solo che ora non si indossa, ma è a forma di paginone.

Siccome non credo che improvvisamente l’oriente e i suoi prodotti siano diventati popolarissimi (anzi, credo proprio l’opposto), bravissimi quelli di Netflix, con la loro rete a strascico a
pescare da tutti gli oceani del pianeta, sempre quella nuova serie in grado di
generare meme in rete, il vero moderno barometro della popolarità nell’era di “Infernet”. Però in tutta onestà, a me viene voglia più di rivedermi “Battle Royale” (2000) o
al massimo, al pari di tutine colorate, L’Implacabile.

“Tornerò… in replica sul televisore di Cassidy”

Ringrazio ancora Don Max per questo pezzo che dalla Sabina
può far tremare anche la Corea. Vi invito a passare a trovarlo sulla sua del
Faccialibro: 21st Century Schizoid Don e sui suoi canali You Tube, entrambi per non farsi mancare nulla.

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