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Squirm – I carnivori venuti dalla savana (1976): non zombi, non squali, solo vermi!

Jeff Lieberman è un nome di culto, portano la sua firma un’infilata di titoli orgogliosamente Horror, orgogliosamente indipendenti, tutta roba da Bara Volante che merita il suo spazio e i primi cinquant’anni del suo film d’esordio sono un’ottima occasione per farlo.

Il primo vero talento di Jeff Lieberman era il disegno, ma è stato quel giorno in cui ha visto per la prima volta Blow Up di Michelangelo Antonioni a cambiargli la vita per sempre, convincendolo a diventare un regista, e vi prego, prendete appunti dei grandi nomi di Maestri della settima arte che snocciolerò da qui alla fine del post, in maniera del tutto coerente con questa storia di origini, perché credo che nessuno scomoderebbe tali Titani per un B-Movie pieno di vermi, per questo dovete leggere la Bara Volante!

Sapevo della Tequila con il verme, non del frullato.

Nel tentativo di lanciare la sua carriera, dimostrando che con la giusta pubblicità si poteva vendere tutto, anche un cortometraggio assurdo su un anello da mettere al naso che possiede i ragazzi, Lieberman ha diretto “The Ringer” (1972), quindi se volete conoscere il padre nobile del Septum, ora lo sapete e se l’idea vi sembra matta, per sua stessa ammissione Lieberman, nei contenuti speciali del festeggiato di oggi, disponibili nella bella edizione della Midnight Factory del film, sosteneva che negli anni ’70 si usava molta droga, soprattutto LSD.

“Squirm” è stato scritto attorno al 1973, su un blocco di fogli gialli, e quando dico scritto, intendo proprio scritto a mano, perché Lieberman non sapeva usare la macchina da scrivere e fece dattilografare il tutto a sua moglie. Questo è il motivo per cui una razza di uccelli citata nei dialoghi ha cambiato nome per un errore di trascrizione da parte della signora Lieberman, anche la prima a sfornare una recensione su un film che, al momento, non esisteva nemmeno: «La peggior idea mai avuta» (storia vera).

Lo spunto iniziale per lo sceneggiatore deciso a lanciare la sua carriera era ovviamente Alfred Hitchcock, il suo piano era quello di rifare il padre nobile degli Animal Horror (o Eco Horror, visto che aveva entrambe le caratteristiche), ovvero Gli Uccelli, ma con dei vermi al posto dei pennuti. Forse la signora Lieberman non aveva tutti i torti.

Avete presente il classico casting hollywoodiano? Ecco, dimenticatelo.

Qualche dritta il nostro Jeff l’ha avuta da Ed Pressman, che in quel periodo aveva prodotto alcuni film di Brian De Palma ed era nel giro di New York, quello dove nessuno chiamava i film Horror, erano tutti film indipendenti, terreno buono per i vermi di Lieberman: bastava modificare il copione, spostando la storia dal New England alla Georgia, si sarebbe potuto ottenere fondi e andare a girare laggiù, dove peraltro costa tutto molto meno. A quel punto però bisognava chiedere ad attrici e attori di New York, dove si svolgeva la selezione del cast, se erano in grado di recitare con l’accento del sud (storia vera).

In compenso le riprese sono state una passeggiata: il primo giorno in cui tutto il caravanserraglio di Lieberman è arrivato nella piccola cittadina della Georgia, è saltato per aria il generatore, provocando un casino bestiale e un mezzo tentativo di linciaggio da parte degli abitanti ai danni di cast, regista e troupe. Superato questo piccolo incidente iniziale, il resto delle riprese sono proseguite senza troppi intoppi, una delle scene più famose del film, i vermi che si divorano la faccia di un povero malcapitato, è stata girata buona la prima, perché grazie a del trucco prostetico e del filo da pesca, i vermi finti andavano tirati via tutti insieme e di sicuro non ci sarebbero più stati soldi e tempo per girare nuovamente la scena, quindi bene così, dritta al montaggio! ma non prima di averci aggiunti le urla dei vermi, generati elaborando elettronicamente urla di maiali perché sì, in questo film i vermi urlano!

Cibo per i vermi… Letteralmente!

Nel casting poi non spicca nessun volto noto, anche se abbiamo rischiato di avere a bordo qualche personaggio di livello: un amico del regista andava nella stessa palestra di Sylvester Stallone, che Jeff Lieberman aveva visto recitare in “La banda dei fiori di pesco” (1974), una sorta di seguito di Happy Days, ma zio Sly ha preferito andare a fare la storia per conto suo, senza nessun verme.

Un altro attore che è quasi stato nel cast del film è Martin Sheen, che arrivava da una serie di produzioni teatrali, per questo stava in fissa dura con Shakespeare e continuava a chiedere quali fossero i trascorsi del suo personaggio. Bello! Ho cinque settimane per girare una roba con i vermi, non voglio stare qui con te a parlare di Shakespeare! La produzione si è liberata del papà di Charlie ed Emilio per direttissima, in compenso, erano tutti concordi sul fatto che Kim Basinger, che si era presentata al provino, fosse fantastica, forse anche troppo: non hanno avuto il cuore di assumerla per ricoprirla di vermi dalla testa ai piedi (storia vera).

Costato 420 mila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, “Squirm” ha battuto il primo colpo quando Jeff Lieberman ha visto qualcuno in sala vomitare, ma soprattutto quando un ragazzo gli ha spedito una bobina del film, montato sopra una colonna sonora composta da lui, questa roba non solo aveva un pubblico, ma poteva diventare per lo meno un piccolo culto.

… Vieni a pescare con noi ci manca il vermeeeee (cit.)

Bisogna ancora però sciogliere la questione del titolo: in originale, come detto, il film si chiama “Squirm”, che è anche il nome della casa di produzione fondata per produrre il film poi distribuito in sala dalla AIP, ovvero la Squirm Company. In italiano invece l’esordio alla regia di Lieberman ha preso il titolo di “I carnivori venuti dalla savana”, come mai? Perché, al pari dei pennuti che hanno cambiato nome durante la battitura a macchina, il nostro doppiaggio ha pensato bene di cambiare l’origine di alcuni dei vermetti. Nei dialoghi si dice che quelli venduti nel negozio di pesca arrivano da Savannah, la città della Georgia, nella versione italiana invece – il Re Verme solo sa perché – sono stati tradotti come vermi che vengono dalla savana, e non paghi, sparati dritti nel titolo del film, contribuendo all’aria da B-Movie già bella evidente di questa pellicola.

“Squirm” parte da un presupposto che farebbe impallidire qualsiasi produttore moderno: e se i lombrichi diventassero carnivori e decidessero di ribellarsi all’umanità? Non zombi, non squali, non piranha. Vermi. Quelli che trovi nell’orto. Quelli che di solito salvi dalla pioggia. Qui i vermetti mordono, divorano, entrano sotto la pelle e trasformano il tuo incubo agricolo in body horror rurale, il tutto provocato da… beh, un fulmine che li ha colpiti facendoli impazzire. Vi ho già detto che è un B-Movie vero? Ok, andiamo avanti.

La storia è ambientata in una cittadina della Georgia (più palude che paese), popolata da gente che sembra già morta dentro prima ancora che inizino gli attacchi. Il classico scontro tra abitanti di città contro abitanti di un ambiente rurale, con il protagonista cittadino giovane e insipido, la ragazza carina ma perennemente spaesata e soprattutto il villain umano, il rozzo campagnolo viscido quanto i vermi che il film cerca di farci temere. Perché sì, “Squirm” non è solo un monster movie, è anche una gara a chi è più repellente, spesso a vincere sono gli esseri umani.

Il finale di Terminator 2 lo ricordavo diverso.

Ma parliamo del vero motivo per cui questo film è diventato un cult, i lombrichi. Migliaia, tonnellate, a palate, ovunque: nei piatti, nei letti, nei muri, nelle persone. Lieberman li filma con una serietà disarmante, come se stesse dirigendo Lo squalo e non una rivolta di invertebrati da giardinaggio, il risultato è straniante, a tratti ridicolo, ma sempre genuino. Quando “Squirm” fa schifo, lo fa con orgoglio, quando esagera, lo fa senza vergogna.

Gli effetti speciali sono un mix di trucchi pratici e puro caos anni ’70, il famoso assalto finale è una roba che oggi non ti permetterebbero neanche in un film vietato ai lombrichi stessi, cinema che puzza di terra bagnata, di sudore e di VHS consumata. Certo, “Squirm” è spesso mal recitato e narrativamente sgangherato, ma è proprio lì che nasce il suo fascino: uno di quei film che non cercano l’ironia, un B-movie sincero, sporco, ingenuo e profondamente sbagliato, che ancora oggi riesce a generare quel sano senso di schifo. Da quarant’anni è un piccolo cult, se per caso la prossima volta che vedrete un lombrico dopo la pioggia esiterete un secondo prima di evitarlo, allora vorrà dire che questi carnivori hanno vinto.

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