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Stalker (1979): tre uomini e una stanza

Allora raga, questo è un film russo di quasi tre ore fatto di monologhi e pozzanghere. Non troverete commenti sagaci o frizzanti elucubrazioni, ché ‘sta roba è un po’ contagiosa.  Non sarà facile e non sarà breve. Voi mettete i piedi dove il mette Quinto Moro, il vostro Stalker nella Zona.

La prima volta che ho sentito parlare della Zona avevo 12 anni. Era il 1996 (leggete pure con la voce di Nonno Simpson) e dalle pagine di Dylan Dog, in uno dei suoi mischioni ipercitazionisti, Tiziano Sclavi raccontava di uno Scout (cioè uno Stalker) che accompagnava gli stanchi del mondo verso una terra promessa, la Zona, la “Zed” che dava il titolo all’albo.

L’idea di un luogo fantastico accessibile da questo mondo, da poter raggiungere fisicamente e spiritualmente, è stata esplorata da un’infinità di culture ed opere letterarie. Viene spontaneo, per un’opera di autori russi, pensare all’esplosione di Tunguska come elemento ispiratore non dichiarato ma latente. Così come gli effetti diretti o indiretti della dittatura sovietica.

Sogno un remake di Paolo Sorrentino: “La grande sporchezza.”

Cominciamo dall’elefante nella stanza: questo non è il tipico film di fantascienza che plana sulla Bara Volante. Non è il tipico film di fantascienza, punto. Siamo lontani anni luce dall’immaginario fantascientifico classico, specie da quello hollywoodiano, né da quello post-apocalittico a cui un pochino appartiene. Non è un film facile da etichettare. Ma chi ha bisogno di etichette? Forse i cadaveri. Di certo la fantascienza non ha mai riguardato le astronavi spaziali, gli alieni o la tecnologia futuristica, ma la natura umana e la società, le reazioni al cambiamento e all’ignoto.

Le idee e i concetti del film sono un distillato – letteralmente, visto quanto poco è rimasto – dal romanzo “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Strugackij (salute!), in cui gli Stalker erano avventurieri, cacciatori di tesori in mortali Zone proibite, ricche di fenomeni inspiegabili e manufatti di origine aliena.

Nonostante la lunga ed estenuante collaborazione fra il regista e gli autori, nelle riscritture della sceneggiatura, anno dopo anno, Andrej Tarkovskij finì per tagliare sempre più materiale del romanzo, lasciando una manciata di concetti per costruire un suo immaginario più sfumato e filosofico. Il che rende le due opere molto diverse ma complementari.

L’idea degli Strugackij era che gli alieni avessero usato la Terra come piazzola di sosta, di passaggio per chissà dove, come in un picnic in cui al posto delle cartacce e delle briciole, gli alieni avevano lasciato brandelli di tecnologia, e generato le misteriose “Zone”. Tarkovskij tenne l’idea essenziale degli Stalker e della Zona, una sola, per rafforzarne unicità e mito.

Stop al turismo galattico! Basta alieni maleducati che lasciano la monnezza nelle nostre Zone!

A motivare il pericoloso viaggio nella Zona è la leggenda di una stanza che esaudisce i desideri. Peccato che la strada più veloce e corta non è mai la più sicura. Per arrivare a destinazione devi fare un percorso che non sai mai se è quello giusto, procedi tentoni, a volte giri in tondo e a volte devi tornare indietro o restare fermo. E devi affrontare luoghi bui e schifosi, sguazzare nella melma, poi forse avrai quello che vuoi, se è saggio chiederlo. Metafore e sottotesti ne abbiamo? A strafottere.

I tre protagonisti – che potrebbero anche essere incarnazioni dello stesso io, in conflitto tra loro – sono tre archetipi per aspetti diversi della condizione umana, diverse attitudini e aspirazioni, modi di pensare e di agire. Non è un caso se lo Stalker rimpiazza subito i nomi dei compagni con dei soprannomi: il Professore e lo Scrittore. Il primo è l’uomo di scienza, pacato e pragmatico. Il secondo è il filosofo più incline alle passioni, al cinismo, al parlarsi addosso. Entrambi i personaggi sono un’invenzione del regista, che riscrisse da zero anche lo Stalker del romanzo a cui non resta nulla dello spirito bellicoso, la fama del “Rosso” Redrich Schuhart, infallibile cercatore di tesori della Zona. Peccato che Aleksandr Kajdanovskij che lo interpretava, bellicoso lo era già di suo e non gradì affatto la riscrittura. La convivenza sul set fu difficile e volarono parole grosse. Parole russe.

L’entusiasmo di chi si vede riscrivere il ruolo da grintoso a pietoso.

Questo è uno dei casi in cui la genesi sfigata cambiò radicalmente l’opera. Le riprese erano iniziate nel ’76 con un copione diverso e uno Stalker più vicino all’iconografia dell’avventuriero. A causa di problemi tecnici con la pellicola Kodak e per l’insoddisfazione totale del regista riguardo al lavoro fatto dal direttore della fotografia Rerberg, tutto il girato venne cestinato (il poco materiale rimasto finì distrutto anni dopo in un incendio, in cui morì pure la montatrice del film, poraccia). La produzione riprese un anno più tardi col nuovo direttore Leonid Kalashnikov, ma anche questo tentativo fu abortito – sarebbe stato magnifico poter dire che Tarkovskij era riuscito a girare un film con un Kalashnikov.

Il regista prese le difficoltà come un segno del destino e per il terzo tentativo nel ’78 – quello buono, col nuovo direttore della fotografia Kniažinskij – fece gli ultimi radicali cambiamenti alla sceneggiatura. Il rissoso Kajdanovskij dovette perciò cambiare registro dal duro a quel piagnone sfatto che è lo Stalker finale, privato di ogni grinta e virilità, un uomo avvilito e sfinito, il cui mestiere non è più predatorio e materialista ma una vocazione di fede. L’alone di capelli bianchi è forse il marchio dei traumi che gli ha lasciato la Zona, e lui continua a visitarla perché ne ha un bisogno fisico e spirituale. Vuole che altri la vedano e ne facciano esperienza, che possano credere in ciò che lì avviene. E li accompagna perché è convinto che ne abbiano bisogno, per ritrovare speranza, per uscire dalle loro miserie e trovare la fede.

«Adamo ed Eva erano originari della Russia: infatti erano nudi, scalzi, dividevano una mela in due e credevano di stare in Paradiso.»

“Stalker” è smaccatamente russo, in un modo quasi insopportabile, ma fa il giro e risulta evocativo e affascinante come pochi. Non è nemmeno così lento nonostante le due ore e mezza di primi piani, inquadrature e zoom lentissimi, piani sequenza con voce fuori campo, monologhi introspettivi di personaggi sfatti e consumati. Solo la lentezza della prima parte è esasperante. Il protagonista ci mette quindici minuti a uscire di casa. Tarkovskij ci mostra lo Stalker nel suo appartamento spoglio e misero, in un bianco e nero a tinte seppia, in cui ogni suono e ogni fruscio sono amplificati. Sia il sonoro che la fotografia (magnifica) sono centrali nel costruire l’atmosfera e l’allegoria della Zona. Nei primi minuti, ogni goccia che cade rimbomba, anche fuori scena, anticipando che l’acqua sarà un filo conduttore per tutta la visione: specchi d’acqua d’ogni tipo e forma, tra rigagnoli, pozzanghere, stagni, torrenti. Acqua linda e lercia, sporcata da scarichi industriali e immondizia.

Tutto il mondo è grigio tranne la Zona, che quando finalmente arriva (alla mezzora abbondante) porta il colore. Anche se stiamo solo guardando tre tizi che fanno una scampagnata, l’atmosfera si fa un po’ più tesa nel dubbio che ci sia davvero qualcosa di soprannaturale. Il dubbio che non abbiamo però, è mettere questo viaggio mistico nella galleria dei Classidy.

Il capolavoro di Tarkovskij è stato prendere l’idea della Zona, svuotarla e riempirla col concetto della fede, e farcelo vivere attraverso il film, passando dal dubbio, da immagini evocative, senza mai urlare il fantastico con mirabolanti effetti speciali. Costruisce la tensione sulle attese, e quando ti getta in quel tunnel schifoso, il tritacarne, sa rendertelo soffocante come una discesa all’Inferno.

La Zona è tutto un contrasto di vita e morte. La vegetazione è di un verde omogeneo, fitto, spogliato a forza dai colori vivaci – coi membri della troupe trasformati in giardinieri, perché Tarkovskij voleva una precisa tonalità di verde, tanto da ripulire i prati dai fiori colorati, dalle foglie e dall’erba secca o bruciata dalle gelate.

Tutto ciò che non è natura è in rovina. Ciò che era dell’uomo è immondizia e muri sgarrupati, macerie affogate nell’acqua onnipresente. Nel corso del viaggio gli ambienti si fanno sempre più estranei, come l’iconica stanza con quelle dune di sabbia dall’aspetto organico: è la scena più surreale e meta cinematografica, in cui lo scrittore sembra diventare alter ego del regista, guarda in macchina e si sfoga contro lo spettatore, contro sé stesso, contro tutti.

Per me Tarkovskij era un Fremen, fissato con l’acqua e le dune.

Se il romanzo non aveva avuto vita facile (tacciato d’immoralità ad ogni passo spinto, ad ogni frase cazzuta detta da questo o quel personaggio) anche il film ebbe la sua dose rogne, figlie della sua epoca. Benedetto e maledetto dalle attenzioni avute sin dagli esordi, coi premi a Cannes e l’interesse dell’Occidente, Tarkovskij si era fatto un nome dentro e fuori dall’Unione Sovietica. Il che gli dava uno status privilegiato, ma del tipo vigilato speciale, come ogni artista che voglia fare di testa sua in un sistema di quel genere. Il regista non era un dissidente ma se ai piani alti il film non piaceva – con tutti quei discorsi sulla fede poco in linea col materialismo comunista – gli facevano un bel complimento e poi gli dicevano che no, tu a Cannes non ci vai. Solo che “Stalker” a Cannes ci sarebbe arrivato comunque, con un anno di ritardo e in via clandestina per la testardaggine dei francesi, con pernacchie ai sovietici ed eterni onori al regista.

Saggezza della Zona: volevi la fede per gli altri e ti dà un compagno fedele, entri triste ed esci con un cane.

Un’interpretazione con Spoiler sul finale

Il finale è abbastanza esplicito sul concetto della fede, non tanto religiosa, ma sull’idea di qualcosa al di là del mondo fisico. La figlia dello Stalker è l’unica ad essere mostrata a colori fuori dalla Zona, e il suo potere telecinetico è la manifestazione del soprannaturale oltre la Zona, qualcosa che non è solo sentito, intuito o immaginato, ma palese e visibile.

Se il romanzo aveva una visione materialista (la Zona come fonte di guadagno) ma si chiudeva con un’idea altruistica e positiva, anche il film fa qualcosa di simile ma da un giro totalmente diverso. Compreso che la stanza segreta esaudisce solo i desideri più reconditi, i visitatori rinunciano, magari per codardia e non per altruismo, ma è una negazione dell’egocentrismo che li ha portati lì. Messi di fronte all’idea più giusta, i giusti la seguono.

Lo scrittore abituato a guardarsi dentro è spaventato dal non sapere cosa vuole davvero, ed evita di “scaricare lo schifo sugli altri.” È un uomo di relativo successo eppure insoddisfatto, non sa cosa vuole ma ha paura di scoprirlo.

Lo scienziato che voleva distruggere tutto perché “chissà cosa potrebbe desiderare la gente”, rinuncia perché non riuscirebbe a distruggerla se non è davvero ciò che desidera, e se fosse un desiderio autentico, la bomba sarebbe superflua. La sua motivazione parte dal presumere sempre il peggio dall’umanità, ma la rinuncia dello Scrittore gli ha appena dimostrato che non c’è solo egoismo, e che la stanza ha forse una saggezza più alta della sua data la vicenda del Porcospino.

Entrare nella stanza significa farsi giudicare, ma un giudizio che prevede la messa a nudo di sé stessi, e nessuno è pronto a subirlo.

Diverso il discorso per lo Stalker, per cui la Zona è la speranza di qualcosa che non sia solo un’esistenza in bianco e nero, perché come dice lui “oltre quel filo spinato mi hanno tolto tutto.” Allo Stalker resta solo la Zona, la fede come bene supremo.

Fine spoiler.

La gioia di chi vede il bicchiere mezzo vuoto. Perché l’altro è vuoto e basta.

Il film lo trovate in alta definizione su Youtube, non piratato ma legalmente in chiaro. Una curiosità: l’edizione italiana (in dvd) dura due ore e mezza, ma la versione online sembra più lunga di circa otto minuti. Non ci sono tagli di alcun tipo, si tratta solo di una differenza di scorrimento nei diversi formati. Sconsiglio la versione descritta come 4K perché se da un lato aumenta la nitidezza, tira anche una decisa piallata sui contrasti e la profondità dei colori. Nettamente migliore quella nell’archivio Mosfil’m con la fotografia più fedele.

Un pensiero finale alla saga ludica S.T.A.L.K.E.R. dello studio ucraino GSC Game World, che attingendo tanto dal romanzo quanto dal film ha attualizzato l’immaginario della “Zona” portandola nell’area del disastro di Chernobyl. Un’autentica (e spietata) esperienza della Zona di grande atmosfera, a cui il vostro affezionatissimo non ha mancato di dedicare una discreta quantità di ore, per puro interesse accademico si intende.

Grazie a Quinto Moro per aver commentato il film. Come ogni volta, mi ricordo di seguirlo, vale la pena farlo, se volete fare due passi nella sua Zona seguite le orme fin QUI.

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