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Stand by Me – Ricordo di un’estate (1986): il film manifesto della malinconia

Cosa vi dicevo la scorsa settimana? Ancora non mi capacito del modo assurdo in cui Rob Reiner e sua moglie sono stati strappati alla vita, vi avevo promesso un “lungo addio” per il regista di tanti film di culto e visto che è l’anno del quarantennale del titolo di oggi, non potevo che chiudere in questo modo.

“Stand by Me”, appesantito dal solito sottotitolo italiano agrodolce in questo caso, è uno di quei film così grossi e amati, che si rischia di dire solo banalità, quindi questa camminata lungo i binari dei ricordi me la voglio giocare subito partendo con il piede sbagliato: la malinconia ha rotto i coglioni.

Si perché molti coetanei di questo film, ci si ammantano con esso nemmeno fosse il mantello elfico di Frodo, tirando su le barricate, e non ho citato un Hobbit a caso, visto che anche in “Stand by me”, si vede tutta l’influenza di “Lo Hobbit” su Stephen King: anche qui i guai veri dei ragazzi iniziano quando lasciano il sentiero, infrangendo la regola di Bilbo. Ma prima che io devii completamente dal tracciato, fatemi chiarire come la malinconia fine a se stessa sia una malattia di cui ci si ammala, si finisce poi a non essere più ragionevoli, ad amare anche le copie sbiadite – che da qui molto hanno pescato – solo in nome di un passato idealizzato, e purtroppo “Stand by me” è il film manifesto della malinconia, anche se questo non cambia una virgola della sua potenza, è stato un classi(d)o istantaneo alla sua uscita, è un Classido ancora oggi.

Oggi lo diamo per scontato, è il film preferito di tutti, ma se passeggiata lungo il viale dei ricordi deve essere, che lo sia in pieno, ve li ricordate i film tratti dai romanzi di Stephen King che uscivano prima di questo? Prendiamo solo la porzione di titoli usciti appena prima Fenomeni paranormali incontrollabili, L’occhio del gatto, Unico indizio la luna piena oltre all’unica regia di King, ovvero Brivido, tutta roba a cui tutti vogliamo molto bene, tutta roba prodotta da De Laurentiis in odore di serie B, sorvolando sui problemi di alcol e droga di zio Stevie in quel periodo, il nostro scriveva giorno e notte e quello che veniva tratto da sui lavori, non era per forza considerato patrimonio dell’umanità.

C’è voluto Rob Reiner per riportare un adattamento kinghiano nella serie A della produzione cinematografica come non succedeva dai tempi di Shining, e non parliamo dei tempi in cui il nome King, anzi scusate, KING, era scritto a caratteri cubitali sulle copertine dei romanzi e le locandine dei film, tanto che sul poster di “Stand by me” quasi il nostro Stevie non si scorge e ancora oggi, un sacco di gente si stupisce che questa storia, tutta cuore e malinconia, sia nata dalla stessa mente di uno che ha terrorizzato chiunque con i suoi racconti Horror.

Marty DiBergi spiega la scena ai suoi ragazzi… Ehi no, aspettate un momento!

“The Body”, che a lungo è stato anche il titolo di lavorazione del film, prima di cambiarlo citando il celebre pezzo, anche se qui nella versione di Jack Nitzsche (primo legame con Starman) è uno dei quattro racconti, o novelle se preferite, contenuti nella raccolta “Stagioni diverse”, un racconto che sulla carta, mordicchia, anzi, affonda proprio i denti, molto più della sua versione più nota, ovvero l’adattamento scritto da Raynold Gideon e Bruce A. Evans (secondo legame con Starman). A tratti le due versioni sono così aderenti che ancora mi stupiscono le licenze poetiche, spesso enormi, che smussano alcuni dei passaggi più violenti, al resto ci ha pensato Rob Reiner e un cast impeccabile.

Sei tu uno dei singoli fotogrammi più famosi della storia del cinema?

Lo stesso Reiner non era certo il primo nome a cui si sarebbe pensato per dirigere una storia del genere, infatti era il primo dei panchinari, il titolare scelto avrebbe dovuto essere Adrian Lyne, che cotto dopo le fatiche di “9 settimane e mezzo” ha lasciato campo libero ad uno che fino a quel momento, era più famoso come regista di commedie che altro. La scelta geniale del figlio del grande Carl è stata quella di dare abbastanza tempo ai suoi giovani attori per diventare davvero amici sul set, e poi nel caso, di correre loro dietro “terrorizzandoli” per girare la tesissima scena dell’attraversamento dei binari lungo il ponte, con il treno in arrivo (storia vera).

Insomma, di ricordi ne sono stati creati tanti, in questa storia che ad una prima occhiata sembra una favoletta, ma in realtà è un romanzo di formazione sì, ma raccontato dal punto di vista di un quarantenne che ricorda un’estate del passato, ad impersonarlo ad inizio e fine film e come voce narrante, l’attore che per anni è stato la coscienza dei film di Spielberg, ovvero Richard Dreyfuss, perché “Stand by me” era un film “invendibile” del 1986, non era un film per ragazzi, era un film che si rivolgeva agli adulti, ma con dei ragazzi come protagonisti, da qui tutta la malinconia, ma anche la sua – ancora – irripetibile unicità.

«Minchia i treni non sono mai in orario, proprio questo doveva esserlo!»

A metà degli anni ’80 lo scrittore Gordie Lachance (il giù citato Dreyfuss) ricorda l’estate del 1959, quella in cui nella cittadina di Castle Rock, temporaneamente spostata dal Maine all’Oregon, lui e i suoi amici dodicenni, intrapresero una gita lungo i binari per andare a vedere il corpo di un loro coetaneo morto. Il giovane Gordie è fatto a forma del futuro nemico di Sheldon Cooper, ovvero Wil Wheaton, il duro col magone del gruppo, Chris Chambers, ha la malinconia intrinseca di River Phoenix, uno che è rimasto giovane per sempre per davvero. La spalla comica Vern Tessio è la prova che anche “Il mio amico Ultraman” Jerry O’Connell è stato un bambino ciccione, mentre il mio preferito, il matto Teddy Duchamp, in fissa con il padre reduce che ha fatto lo sbarco in Normandia è Corey Feldman, la prova vivente che non poteva esserci un film degli anni ’80 con un bambino, se quel bambino non era lui e vista la piega presa dalla sua vita e dalla sua carriera, si porta dietro quasi più malinconia del fratello di Gioacchino Fenice.

Wil Wheaton, Ultraman, Mouth e il giovane Indy.

La scelta kinghiana al 100% è quella di cavalcare un protagonista scrittore, affogando nella trama in modo coerente due vecchi racconti di zio Stevie, “Stud city” e “The Revenge of Lard Ass Hogan” pubblicati in precedenza su due riviste, di cui quest’ultimo, compare anche come una delle storie di Geordie nel film, non potete mancarla, è quella piena di vomito e torte.

In effetti questo è un po’ Horror.

Tutti, compresi quelli che ancora si stupiscono che si tratta di un racconto davvero scritto da King, vedono in “Stand by me” un romanzo di formazione, ma essendo come detto un film per adulti con ragazzini protagonisti, ha dentro sì tutte le trovate dell’infanzia, i protagonisti che giocano, si insultano la mamma e cercano di sbirciare le tette alle compagne più grandi, ma dietro alle due mani di vernice date dalla malinconia, ogni personaggio si porta dentro quintali di amarezza, tutti, nessuno escluso, anche gli adulti.

I nostri ragazzini risultano ancora più soli perché i “grandi” della storia sono tutti personaggi spezzati, a partire dai genitori di Gordie, già non è rassicurante avere come padre lo sguardo da pazzo di Marshall Bell, se poi quello ti dice apertamente che avresti dovuto morire tu invece che tuo fratello, la situazione non migliora e nulla mi toglie dalla testa che qui King, stesse facendo le prove generali per il Bill Denbrough di IT.

Prove tecniche per la famiglia Denbrough che verrà.

L’unico personaggio rassicurante, è non a caso uno rimasto incastrato per sempre a metà tra l’infanzia e l’età adulta, ovvero Denny, il fratello grande e defunto di Gordie impersonato da un rassicurante John Cusack, peccato che beh, non sia più tra noi, andando ad aggiungere malinconia su altri strati di malinconia.

Sempre nella Terra di mezzo tra l’infanzia e l’età adulta, abbiamo anche il gruppo di ragazzi più grandi, guidati dal più tosto di tutti, “Asso” Merrill, ovvero uno dei ruoli di culto di Kiefer Sutherland un tale bastardo in divenire che non solo è una minaccia per i protagonisti, ma è un futuro adulto dal futuro già segnato, anche più di tutti i personaggi del film, tanto che altrove, in altri romanzi di King, quando lo ritroviamo adulto, non fa una grande fine.

Beh ma è una fase, crescendo è diventato buo… NO!

La banda a cui si ritrova al comando è la versione speculare dei quattro protagonisti, anche loro vorrebbero trovare il corpo del ragazzino, ma per motivi del tutto diversi, inoltre, raggiungono il bivio in auto, quindi prendendo la scorciatoia offerta dai vantaggi dell’età, nemmeno il faccia a faccia finale, se pur a favore di una compagine piuttosto che l’altra, non ha nulla di eroico, anche perché uno dei “bulli” è uno dei fratelli dei nostri quattro viandanti, Eyeball “Caramello” Chambers, che per altro era il protagonista di Classe 1999.

Tutto “Stand by me”, per essere il film della malinconia per eccellenza, è ammantato da quest’aurea di morte che solo uno giunto nel mezzo del cammino della sua vita può avere, specialmente pensando al passato. Gli adulti sono grassi e malinconici (cit.) e questo film ne è il perfetto manifesto, Rob Reiner è talmente bravo a utilizzare il tono e il registro narrativo giusto, che anche il ritrovamento del corpo, pur spogliato delle venature quasi Horror del racconto originale, è talmente privo di pathos o trasporto da far risultare quel corpo fastidioso da guardare, quasi un presagio sul futuro dei protagonisti.

Va detto che persino LA FRASE (tutte le lettera maiuscole), quella che TUTTI (stesso discorso) citano a profusione, sugli amici che avevi a dodici anni, per King era una genialata bruttata così, a metà racconto, tra un bel dialogo e un altro, qui Rob Reiner i suoi sceneggiatori ne fanno la morale, ma anche il centro morale di tutto il racconto, consacrandosi per sempre a culto istantaneo e film manifesto della malinconia, che altrove avrebbe fatto più danni della grandine, ma nelle mani di Reiner, resta un capolavoro.

La faccia soddisfatta di quando ti alzi la tastiere dopo aver scritto una bella frase.

Fin dalla sua uscita, questo strambo film per adulti ma pieno di ragazzini, ha spaccato i botteghini, la prima ma non ultima sortita di Reiner nell’universo di King, anche se il suo secondo titolo, sarebbe stato un Horror a tutti gli effetti, conoscete perfettamente la mia posizione in merito.

In occasione dei primi quarant’anni di questo Classido, non potevo che non concludere l’omaggio a Rob Reiner così, certo, ci voleva la sua triste fine, quasi quanto quelle dei suoi amici raccontate da Gordie Lachance, ad aggiungere un altro strato di malinconia dove ne avevano già in abbondanza, ma in ogni caso, in nome dei tempi andati, grazie di tutto signor Reiner, ci mancherai infinitamente.

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