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Star Trek II – L’ira di Khan (1982): nello spazio nessuno può sentirti urlare KHAAAAAAANN!

Non sono una persona particolarmente spirituale, mi ritengo
molto più vicino al logico pragmatismo Vulcaniano, ma quando l’universo parla
tengo le orecchie dritte (a punta) per ascoltare: questa Bara decollata per la
sua missione per esplorare strani e nuovi mondi, incrociando il compleanno di William
Shatner, che proprio oggi, data astrale 22 marzo 2021 compie 90 anni. Il
tempismo nella vita ha il suo peso.

Star Trek – Il film
è un grosso successo al botteghino, dopo una produzione che è stata più
tormentata e sanguinolenta di un rituale Klingon. Il piano di portare Kirk e
compagni al cinema ha pagato dei dividendi, la rotta è quella giusta ma la Paramount
Pictures capisce che forse al comando della nave serve qualcun altro, anche perché Gene
Roddenberry già blaterava di una trama in cui i suoi personaggi tornavano
indietro nel tempo (storia vera). Alla Paramount volevano evitare che il nuovo
film venisse nuovamente sbertucciato con nomignoli come “Star Trek – The Slow
motion picture”, ma soprattutto volevano contenere i costi della produzione,
motivo per cui il comando venne affidato a Harve Bennett, un produttore che
lavorava per la sezione televisiva della Paramount, uno non particolarmente
coinvolto o sentimentalmente legato alla serie classica di Star Trek. Per questo motivo a Roddenberry venne assegnato il
titolo di consulente esecutivo, una di quelle finte promozioni, che per restare
in tema è un po’ come nominare Kirk ammiraglio, ma poi piazzarlo dietro una scrivania
sul pianeta Terra, non so se ho reso l’idea.

Il creatore elegantemente estromesso, un seguito girato con
meno soldi affidato a qualcuno con pochi legami affettivi con la serie,
sembra la cronaca di qualcuno che dopo aver ammonticchiato casse di dinamite,
decida che è giunto il momento di fumarsi una meritata sigaretta, invece per questo
seguito non è stato affatto così, senza la tendenza a strafare (e a volere
sempre l’ultima parola) di Roddenberry, sostituito dal ben più pragmatico Bennett,
questo film è diventato un vero classico, anzi…Classido!

Si perché come vi ho già raccontato, da bambino conservavo
religiosamente le mie VHS dei film di Star Trek, registrate dai vari passaggi
televisivi e quindi vivevo una versione in piccolo (molto in piccolo) della
passione bruciante dei Trekkie per questa saga, ma lo facevo in un ambiente
asettico, Internet era più fantascientifico del teletrasporto, quindi non ho
mai avuto modi di confrontarmi con nessuno sul valore e la qualità di quella
manciata di film. Solo anni dopo quando ho scoperto che “Star Trek II – L’ira
di Khan” è universalmente considerato uno dei capitoli migliori, ho capito che
anche nella mia piccola “bolla”, il valore del film mi aveva colpito in mezzo
agli occhi.

Nicholas Meyer nella parte di tutti di noi Nerd davanti al nostro Padrino.

Harve Bennett ha portato molto alla saga di “Star Trek”, per
prima cosa i gradi sulle uniformi sono farina del suo sacco, così come la
scelta di andare a ripescare il personaggio di Khan da un episodio della serie
classica, nella fattispecie la puntata Spazio profondo (1×22), anche se la genesi (occhiolino-occhiolino) della storia è
stata un po’ più articolata: la prima bozza di idea di Bennet prevedeva
un’indagine su una ribellione su un mondo lontano, comandata da un personaggio
che si sarebbe scoperto essere il figlio di Kirk. Bennet assunse lo
sceneggiatore Jack B. Sowards per trasformare la sinossi in una sceneggiatura
intitolata “The Omega Syndrome”, in cui l’Omega era una potente arma della
Federazione rubata dai ribelli. Ma preoccupato dal fatto che tutto questo potesse
risultare un po’ troppo drammatico, Bennett accettò con entusiasmo di
trasformare l‘arma in un dispositivo terra formante dal nome Biblico di
“Genesis” (come un pessimo gruppo rock avrebbe detto il mio omonimo fumettistico), l’idea di rendere
il carismatico Khan, nuovamente interpretato da Ricardo Montalbán (che
ricorderete di certo per “Fantasilandia” o per Fuga dal pianeta delle scimmie) nel ruolo del capo dei ribelli, non
ha fatto altro che migliorare una trama già gustosa.

La gag inevitabile sul set, non si scappa è un rito di passaggio.

La sotto trama del figlio di Kirk, non solo è rimasta, ma
contribuisce a migliorare quel velo di malinconia che pervade tutta la storia,
perché “Star Trek II – The wrath of Khan” non solo non fa nulla per negare le
rughe in più sui volti di Kirk, Spock e Bones, ma si mette in scia sfruttando
gli anni e i chilometri, come avrebbe detto Indy. Trovo meraviglioso
poter festeggiare i novant’anni del capitano Kirk, scrivendo di un film in
cui il dottor McCoy (sempre interpretato dal grande DeForest Kelley), regala al
suo capitano dei vecchi occhiali per la sua collezione di antichità terresti e
della birra Romulana illegale, ad uso terapeutico ma da bere insieme come vecchi
compari. Immagino che “Birra Romulana” sia la parola in codice nel mondo di Star Trek, quando qualcuno parla di erba.

“In quanto tuo dottore, ti prescrivo di farla girare. Non fare il mangia pollo come al solito eh?”

Tra i vari cambiamenti subiti in corsa da “Star Trek II –
The wrath of Khan” anche il titolo, che originariamente avrebbe dovuto essere “Star Trek
II – The revenge of Khan”, se non fosse per il fatto che la saga, chiamiamola
concorrente di George Lucas, più o meno nello stesso periodo aveva già
annunciato l’uscita di “Revenge of the Jedi”. Per evitare tutta questa vendetta
nell’aria, la Paramount optò per il molto più azzeccato (a mio avviso) “L’ira
di Khan”, anche quando all’ultimo minuto e dopo aver già fatto stampare
numerose locandine, Lucas decise di cambiare il titolo del suo film in Il ritorno dello Jedi. Meglio così per
tutti, anche perché un’altra delle ragioni della mia passione per “Star Trek II”
sono le innumerevoli e palesi citazioni a “Moby Dick” di Herman Melville, che
rendono Khan una sorta di iracondo Achab spaziale, ossessionato dalla sua vendetta nei
confronti della balena bianca Kirk, e per quanto la frase mi sia uscita male,
vi giuro che non è un modo facile per fare ironia sul peso di William Shatner,
giuro! Non mi permetterei mai.

Potrete essere fighi, ma non serate mai fighi come questi
tre nelle loro divise nuove.

Ciliegina sulla torta? Tra i tanti, grandi, grandissimi
compositori che hanno avuto l’onore e la responsabilità di comporre musiche per
i film di “Star Trek” metteteci anche uno dei miei preferiti di sempre, il mai
abbastanza compianto James Horner,
che qui ha saputo mettere la sua personalità e il suo tocco al servizio dei
temi epici che servono a questa storia e a questa saga.

Per essere uno che è ancora alle prese con una lunghissima
maratona di recupero di tutti gli episodi delle serie tv, e che proprio per
questo non sarà mai un Trekkie (quello è un titolo che si meritano coloro che
hanno fatto la gavetta negli anni), di questo film amo TUTTO, pensate che non
mi è mai passato quell’insano desiderio di prendere un cane (o due) e chiamarli
Kobayashi Maru (storia vera), il famigerato test impossibile da superare che
solo Kirk ha saputo risolvere (barando) perché, stando alle parole del
capitano, «Sapere affrontare la morte è importante almeno quanto affrontare la
vita», che poi è la lezione che impara subito Kirstie Alley nei panni della
tenente Vulcaniana Saavik, nella scena iniziale del film, quella che non solo
determina tutto l’andamento della pellicola, ma risulta più movimentata di
tutto Star Trek – Il film, e che per
altro si conclude con l’entrata in scena di Kirk, figo come la neve a Natale,
che entra in plancia con la luce alle spalle, con il sorriso di chi è stato il
solo a superare la Kobayashi Maru e gli occhi di chi se le è fatte tutte (le
guardiamarina in minigonna della serie classica).

Saavik non lo sa, ma dopo questa entrata in scena di Kirk è rimasta incinta.

Il regista Nicholas Meyer non sarà di sicuro un Maestro come Robert Wise, anche se in carriera ha firmato due film di culto come “L’uomo venuto dall’impossibile” (1979) e “The Day
After” (1983), che diventano una trilogia di titoli degni di nota proprio
perché “Star Trek II – L’ira di Khan”, con un budget di soli dodici milioni di
fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, riciclando le uniformi
non utilizzare per la serie mai realizzata “Phase II”, non solo tiene il ritmo
altissimo per tutti i 113 minuti (116 nella versione “Director’s cut”) della
sua durata, ma passa da una scena memorabile all’altra, generando quintali di
iconografia per la saga di “Star Trek”.

La Kobayashi Maru, la scena della terra formazione grazie a
Genesis (che lascia senza parole McCoy e fa sollevare un sopracciglio a Spock,
massimo dello sconvolgimento emotivo Vuclaniano), ma anche l’entrata in scena
di Khan, anche se la serie classica
sono riuscito a vederla per intero solo pochi mesi fa, quindi non avevo mai visto l’esordio del personaggio, Ricardo Montalbán qui ci
regala un cattivo memorabile, magnetico, carismatico eppure intriso di odio
come un Babà nel rum. 

“Sono talmente cattivo che nemmeno il Sofficino mi fa un sorriso”

Il racconto di come Khan e il suo equipaggio siano stati
abbandonati da Kirk sulla superficie di un pianeta morente, di come lui sia
sopravvissuto di fatto tenendo aperte le ferite e alimentando la sua rabbia, tutta bella robetta che traspare dalla prova monumentale di Montalbán, che fa suo il proverbio Klingon
«BortaS bIr jablu’DI’reH QaQqu’ nay», la vendetta è un piatto che va servito freddo. Spero di non aver insultato la
mamma a qualche Klingon con la mia pronuncia, tendono a serbare rancore almeno quanto
Khan quei ragazzoni.

La vendetta è un piatto che va servito con gli scudi abbassati.

Lo scambio di rotta tra Ceti Alpha VI e Ceti Alpha V (un
pianeta con più seguiti di Rocky), oppure quegli orripilanti vermoni della sabbia con cui vengono torturati i prigionieri, tutte trovate che rendono memorabile Khan, un (super)uomo che ha sfidato l’impossibile pur di continuare a vivere e la sua
vita è solo la vendetta. Quando hai un cattivo così i tuoi eroi devono per
forza fare uno sforzo maggiore per risultare ancora più eroici, ecco perché “Star
Trek II – L’ira di Khan” funziona e continuerà a funzionare nel tempo, ha un quantitativo
di emozioni, rabbia, sentimenti che non possono lasciare indifferenti nessuno, non
un ragazzetto che questi film se li guardava e riguardava in VHS, ma nemmeno un
Vulcaniano che da sempre, i suoi sentimenti li reprime, figuriamoci uno come
Kirk che in tre stagioni della serie classica ha sempre vissuto di impeto,
recitando anche sopra le righe come faceva così bene William Shatner, che
infatti qui risponde con uno dei momenti più epici di tutta la cultura popolare
occidentale.

La rabbia, anzi l’ira di Khan è tale che uccidere il suo
nemico sarebbe troppo poco, con la sua frase, «Ho fatto di più, ti ho ferito»,
Khan vuole dimostrare che anche l’impeccabile Kirk può sanguinare. La reazione
di Kirk è così grande che sarà anche vero che nessuno nello spazio può sentirti
urlare, ma tutti hanno sentito James T. Kirk invocare il nome del suo nemico.

Come quando sbatti il mignolo del piede contro il divano.

Questo è il film giusto per fare gli auguri di compleanno a William
Shatner, perché il suo personaggio più famoso (dopo T.J. Hooker) fa i conti con
i semi che ha sparso nella sua vita, che siano essi pargoli o d’odio, James Tiberius
Kirk sarà anche l’uomo che ha superato il test della Kobayashi Maru, ma in
fondo anche quella era solo una simulazione per metterlo alla prova, per capire
sul serio che le esigenze di molti contano più di quelle di pochi, Kirk dovrà sacrificare tutto, anche il suo migliore amico, cosa che per
altro a Leonard Nimoy andava benissimo.

Si perché Nimoy, temendo di restare per sempre incastrato
nel ruolo di Spock, accettò di recitare in “Star Trek II” solo se il suo
personaggio avrebbe trovato una grande morte, Bennet pensò di far morire il
Vulcaniano subito, un colpo alla Psycho
per spiazzare il pubblico, ma poi fece la scelta più saggia, una grande uscita
di scena, la versione Vulcaniana della Kobayashi Maru che si traduce in un atto
eroico e in una scena d’addio che non si dimentica, lacrime napulitane? No, al
massimo Vulcaniane, e poi non sono lacrime è sudore che sprizza nello sforzo di restare
così incredibilmente duri e tosti anche davanti ad una scena così.

Oggi è morto spock, è stato ucciso dalle radiazioni / E ci mancherà, si, ci mancherà (cit.)

Motivato come solo la morte del Maestro nei film di Kung-Fu
può fare per il protagonista, Kirk affronta Khan e lo batte in astuzia, se ne
va sgommando a super velocità con l’Enterprise mentre ad urlare questa volta è
Khan, un anatema che poi era lo stesso che Achab lanciava all’oggetto della sua
ossessione Moby Dick («Dal cuore dell’inferno io ti pugnalo!»).

Chi di urlo ferisce, urlando perisce.

Forse l’unico difetto di “Star Trek II – L’ira di Khan” è la
proliferazione dei finali, di fatto tutti gli ultimi minuti del film non solo altro che
il prologo di “Star Trek III” (a breve su queste Bare), ma cosa gli vuoi dire?
Davanti al funerale di Spock che si allontana verso l’orizzonte nella sua bara
(volante), accompagnato dalle parole del suo amico, tocca fare il secondo
sforzo per sfoggiare assoluta tostaggine, non capita tutti i giorni di poter
salutare un’icona pop (padrino dei Nerd) con così tanto stile, ma di questo
parleremo dettagliatamente a breve.

Una gran Bara Volante bisogna dirlo, io me ne intendo.

Per ora ci tengo a fare gli auguri a William Shatner usando
prima le parole del suo amico, lunga vita e prosperità e poi quelle del suo
stesso personaggio, che trovate qui sotto, noi invece continuiamo il nostro
viaggio la prossima sertimana, alla ricerca di nuove forme di vita e civiltà.

McCoy: «Jim? Sta bene? Come si sente?»
Kirk: «Giovane. Mi sento giovane»

Non perdetevi i post di SamSimon e del Zinefilo, anche loro pronti a fare gli auguri al capitano Kirk.

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