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Star Trek III – Alla ricerca di Spock (1984): l’amico (Vulcaniano) ritrovato

Oggi 26 marzo 2021, Leonard Nimoy avrebbe compiuto novant’anni, mi sembra giusto ricordare il padrino dei Nerd con l’esordio alla regia di Spock, diretto ed interpretato da Spock, dove tutti i personaggi del film, cercano Spock. Direi che come omaggio dovrebbe bastare no? Nel caso, passare anche a trovare SamSimon che si è esibito nella stessa specialità e Lucius sulle pagine del Zinefilo, che ha preparato qualcosa di speciale.

Star Trek II – L’ira di Khan, oltre ad essere un buon successo al botteghino diventa subito un classico, il seguito viene messo in cantiere al volo anche perché parliamoci chiaro, la proliferazione di finali di “L’ira di Khan” non erano altro che l’introduzione ad un terzo capitolo che non poteva mancare. Vi immaginate le reazioni se il terzo film non fosse arrivato oppure, peggio, se semplicemente avesse ignorato la bara (volante) di Spock atterrata sul pianeta Genesis? Vi immaginate Kirk e compagni di ritorno dal neonato pianeta terraformato dire qualcosa tipo: «Non lo abbiamo trovato, ma ora pensiamo a inseguire qualche Romulano», i Trekkie di tutto il mondo avrebbero dato fuoco ai cinema con i loro Phaser.

La Bara Volante di Spock, in bella mostra anche nei titoli di testa.

Chi di sicuro ha perso la pazienza è stato il regista Nicholas Meyer, che non ha gradito per nulla il rimaneggiamento al montaggio del finale del suo film. Per lui la morte di Spock avrebbe dovuto essere definitiva, quindi in aperta polemica ha rifiutato la regia del terzo capitolo, ma tranquilli, non questa rubrica, perché ritroveremo Meyer più avanti nel corso del nostro viaggio tra le stelle.

Bisogna dire che Harve Bennett, il produttore scelto dalla Paramount, sprofondato sulla poltrona di comando della saga di Star Trek nella sua missione cinematografica, aveva un’urgenza ben più pressante, ovvero convincere Leonard Nimoy a tornare ad indossare le orecchie a punta di Spock, il pubblico voleva il Vulcaniano più famoso della galassia e Bennet si era lasciato la porticina aperta per il suo ritorno, ora si trattava solo di convincere anche Nimoy, che però aveva idee più bellicose.

L’attore aveva auto modo di dirigere qualche episodio di alcune serie televisive, una pratica piuttosto normale ancora oggi vedere il divo di un programma dietro la macchina da presa, Nimoy è stato pioniere anche in questo, basta dire che una delle sue prime regie per lui è stata un episodio di T.J. Hooker, guarda caso la serie con protagonista il suo amico William Shatner.

William Shatner sempre pronto a dare una mano (ah-ah)

«Ok, tornerò nel ruolo di Spock per il vostro terzo film, solo che a dirigerlo sarò io». Questa deve essere stata più o meno l’affermazione di Nimoy, immagino che sia stata una scelta difficilissima per Bennet, attore e regista con un solo assegno? Problema risolto, possiamo iniziare a girare!

“Star Trek III – The Search for Spock” è un film con un compito preciso, ben espresso nel suo titolo, quasi un film di congiunzione se vogliamo, che di suo ha molto in comune con gli episodi della serie classica, e in tal senso avere un regista esordiente che arriva dalla televisione è quasi un segno di continuità, la sceneggiatura infatti è farina del sacco dello stesso Bennet, con un notevole contributo (sebbene non accreditato) dello stesso Nimoy che di fatto è presente per assenza. Professionalmente parlando occupa tutti i ruoli chiave della produzione, davanti alla macchina da presa invece tutti i personaggi sono impegnati a cercare Spock, insomma se questo non era il film giusto per ricordare il grande Leonard Nimoy, non so proprio cosa avrei potuto scegliere.

«Bella idea quella di dirigere un capitolo della saga Leonard, voglio farlo anche io”, “Ottimo, ti lascio il capitolo numero cinque»

Il film comincia riprendendo alcune delle numerose scene finali di “Star Trek II” con le musiche di James Horner, tornato a comporre una colonna sonora meno roboante rispetto a quella del capitolo precedente ma di sicuro non meno riuscita. Il passaggio chiave è la manata parcheggiata in faccia da Spock al dottor McCoy (DeForest Kelley qui con le mani pienissime per il super lavoro), poco prima della sua morte, di fatto la procedura Vulcaniana necessaria a “salvare” tutti i suoi ricordi nelle mente di un corpo ospite. Il tutto mentre il vecchio corpo di Spock, quello originale e defunto, si trova ancora su Genesis, rigenerato dagli effetti del pianeta e pronto ad ospitare i ricordi. Si tratta solo di unire tutti i puntini, ovvero capire perché Bones si comporta in modo così strano, recuperare il corpo di Spock su un pianeta neonato e altamente instabile e poi portare tutto in mano ai tecnici del reparto IT santoni su Vulcano, ci penseranno loro a rimettere tutti i pezzi al loro posto, facile no? Una passeggiata di salute. Ah! In mezzo mettete anche una ciurma di Klingon incazzati neri, altrimenti sarebbe stato troppo facile.

«Come non ti avevano detto dei Klingon? Ho cambiato», «Ma perché proprio i più incazzati della galassia?»

Si perché la prima bozza di sceneggiatura prevedeva la minaccia degli odiati Romulani, ma Nimoy ha preferito optare per i ben più cinematografici Klingon, anche perché il loro “sparviero”, la loro nave spaziale è dotata di sistema di occultamento, una trovata che tornerà spesso molto utile, anche nel resto della saga cinematografica di Star Trek. Per il ruolo del temibile comandante Kruge (nel doppiaggio italiano pronunciato qualcosa tipo “Crucc”, come Crucco e Tonto del Robin Hood Disneiano), il nostro Leonardo voleva Edward James Olmos, ma la produzione ha preferito Christopher Lloyd per via della sua maggiore altezza, anche perché le rughe sul volto di Olmos sarebbero sembrate un tutt’uno con la cresta rugosa sulla fronte, quindi più che un Klingon sarebbe sembrato un dinosauro.

Ora io lo so come state pensando: ma come? Il Doc di Ritorno al futuro nella parte di un sanguinario comandante Klingon (con tanti di cani Klingon, poi dicono che i cani non somigliano ai padroni eh?), sappiate che state per essere “scoppolizzati” a velocità luce: perché tutti si dimenticano sempre del giudice Morton?

«Grande Giove Qo’noS!»

Non vorrei passare per quello che cerca a tutti i costi la filosofia anche dove non avrebbe cittadinanza, non sono il tipo, ma l’influenza di un ragazzo di origini ebraiche come Leonard Nimoy nella sceneggiatura è impossibile da non notare. Qualcuno più impallinato di me con la religione potrebbe illustrarvi meglio tutta la parte legata alla morte e alla resurrezione di Spock, eppure fedele allo spirito laico che contraddistingue me e la serie di “Star Trek”, preferisco parlavi della parte che preferisco di questo film, che di fatto è una storia di vecchietti alla riscossa, anzi, per essere precisi è una storia di vecchi amici alla riscossa.

Vecchi, ma non da buttare (romantici rottami)

Scotty (James Doohan) che moltiplica sempre per quattro le previsioni sui lavori (ho dei colleghi che fanno anche di peggio) per mantenere la sua fama di saper sempre fare il miracolo, oppure Kirk (il solito irriducibile William Shatner) che vaga nella camera un tempo appartenuta all’amico defunto, incapace di rassegnarsi alla sua morte. Tutta la vecchia banda è quasi al completo, ma per esserlo per davvero manca proprio il Vulcaniano, che comunica con il vecchio amico chiamandolo Jim come se fosse il fantasma del Natale passato, infatti se escludiamo la voce narrante di Nimoy, impegnata ad enunciare la rituale frase «Spazio, ultima frontiera», le prime e le ultime parole che sentiamo pronunciare a Spock nel film sono rivolte al suo amico («Il tuo nome è Jim»), giusto per dare quel senso di circolarità tipico del ciclo di morte e resurrezione.

Il primo atto di “Star Trek III – The search for Spock” è galoppante con brio, Kirk si convince che Spock può essere ancora riportato indietro e tutto il cast, come succede nelle grandi squadre, sembra fare un passo in avanti per compensare l’assenza del carismatico Vulcaniano, persino Hikaru Sulu (George Takei) si guadagna la sua “frase maschia” ovvero «Don’t call me tiny», quando stende con una mossa marziale l’enorme guardia piazzata davanti alla porte che lo sfotte, per l’altezza non proprio cestistica.

Sulu, il maestro spirituale di Lola Bunny.

Una menzione speciale se la merita DeForest Kelley, che qui è chiamato ad interpretare due personaggi in uno, oltre al solito ringhio sardonico tipico del dottor McCoy, qui gli tocca anche caricarsi sulle spalle alcuni dei classici momenti alla Spock, insomma il buon vecchio Kelley si è decisamente sudato la sua paga.

«Ma io non ho idea di come si faccia il Vulcaniano, al massimo posso operarli!» 

Il piano di questa banda di arzilli (quasi) vecchietti è semplice: recuperare il corpo di Spock su Genesis per riportare l’amico in vita, ma per raggiungere il pianeta manca ancora un personaggio chiave a questa rimpatriata, non mi riferisco a quello con le orecchie a punta, parlo della USS Enterprise, anche lei prossima al ritiro, considerata dalla Flotta Stellare una ferraglia in circolazione da vent’anni, pronta per essere sostituita dalla ben più avanzata USS Excelsior, un nome che sarebbe piaciuto a Stan Lee. La vecchia nave spaziale sarà considerata un rottame da tutti, tranne che dal suo glorioso equipaggio, se missione di recupero deve essere, l’Enterprise non può mancare e poi lo sappiamo, quando Kirk può riprendersi il comando della sua nave (con ogni mezzo possibile) non si tira mai indietro.

No Uhura, in realtà è fantascienza.

Forse l’unica trovata che provoca una rottura con il passato (anche recente) della saga è rappresentato dal personaggio del tenente Saavik. Kirstie Alley che interpretava la Vulcaniana nel secondo film, ha richiesto semplicemente troppo soldi per tornare nella parte, quindi è stato più facile sostituirla con Robin Curtis, attrice comparsa anche in alcuni episodi di “The Next Generation” e che per altro, non somiglia per nulla a Kirstie Alley, quindi sembra di trovarsi davanti ad un caso di omonimia Vulcaniana, forse sarebbe stato più logico cambiare anche il nome al personaggio. Per altro, mi rendo conto di aver usato l’espressione “logico” parlando di Vulcaniani, questa lunga maratona dedicata a Star Trek sta iniziando a sortire i suoi effetti su di me.

Non so voi, ma io la ricordavo un tantinello diversa Saavik.

Il secondo atto del film s’impantana un po’ in un ritmo non proprio riuscito e in un numero di eventi che tende a proliferare: la sotto trama del figlio di Kirk (il Kirkino!) che era così funzionale in “Star Trek II” per sottolineare l’effetto malinconico del tempo che passa per tutti (anche per i capitani della Flotta Stellare), qui risulta quasi un peso, uno dei tanti punti da depennare sulla lista dei compiti da svolgere di questo terzo capitolo. Infatti l’arco narrativo di David si completa frettolosamente, con il personaggio utilizzato come legna secca gettata nel fuoco della competizione tra Kirk e il Comandante Kruge, a ben guardare il solito lutto necessario a motivare il protagonista e poco altro.

«É finita Kruge. Sto più in alto di te», «É la cosa più stupida che io abbia mai sentito!», «In effetti hai ragione»

Quello che invece mi incuriosisce ogni volta è l’assenza di Spock, del tutto (… non dire logica, non dire logica) legittima (… fiuuuu!) in un film che si intitola “Alla ricerca di Spock” ma è il modo in cui questa assenza viene colmata a dirci della grandezza del personaggio: il corpo rigenerato di Spock nasce, cresce e invecchia a velocità maggiore, quindi ad interpretarlo ci sono quattro attori (uno dei quali ha dovuto anche indossare delle lenti a contatto, per allinearsi al colore degli occhi di Nimoy, storia vera), anzi oserei dire cinque se consideriamo anche gli straordinari di DeForest Kelley. Insomma questo “Aspettando Godot Spockòt” colma il vuoto in qualche modo, in attesa del ritorno del Vulcaniano e del terzo atto, quello dove il film si riprende il suo ritmo iniziale.

«Ringrazia che ho un’ottima memoria»

In questa porzione di pellicola assistiamo allo scontro finale tra Kirk e Kruge (Cric e Croc), ma anche al lungo rituale Vulcaniano che comunque riesce abbastanza bene ad alzare l’asticella dell’emotività. Il ritorno in scena di Spock vale l’attesa, in un film che parla di vecchi amici pronti a rischiare l’uno per l’altro, la ricerca di Spock si completa e tutti i personaggi sono pronti a proseguire il loro viaggio.

Forse il limite vero di “Star Trek III – The search for Spock” è il suo essere legato a filo doppio al capitolo precedente, infatti ai tempi finivo sempre per infilarle la vhs di questo film nel mio videoregistratore, subito dopo aver rivisto “L’ira di Khan” perché di fatto, questo è il finale di quello che in televisione sarebbe stato considerato un doppio episodio.

That smile, that damned smile (cit.)
That eyebrow, that damned eyebrow (quasi-cit.)

Oggi buona parte di pubblico si lamenta dei film Marvel, ma già i film di “Star Trek” da questo punto di vista erano ben coperti, la natura seriale del telefilm viene replicata quasi identica in questo capitolo, che però è riuscito pienamente a svolgere tutti i suoi compiti: riportare in scena Spock, concludere le sotto trame rimaste aperte dal secondo capitolo e rilanciare la saga. Ma in senso più stretto è stata anche la migliore palestra possibile per Leonard Nimoy, un esordio che gli ha permesso di firmare nel tempo una delle commedie più popolari degli anni ‘80 (“Tre scapoli e un bebè” del 1987), ma soprattutto il prossimo capitolo della saga di Star Trek, quello che arriverà su queste Bare la prossima settimana, non mancate!

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