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Sting (2024): la piccola bottega del ragnone

Qualche tempo fa con la Wing-woman abbiamo beccato uno di quei documentari musicali che passano in seconda serata, era dedicato a Sting, la particolarità? Invece di spiegare il suo genio musicale, fondamentalmente era un documentario dove l’argomento principe era uno: Sting fa un sacco di soldi.

Gli intervistati hanno passato mezz’ora a sostenere che i dischi di Sting abbiano sempre incassato molto, le sue collaborazioni sono sempre andate forte insomma, più che un documentario musicale, un trattato di economia sul fiuto per gli affari del biondo cantante dei Police. Quindi da allora a casa Cassidy abbiamo un nuovo tormentone, ogni volta che sentiamo un pezzo di Sting, ad esempio in una pubblicità, sappiamo che da qualche parte nel mondo il nostro, sta monetizzando (storia vera).

Quindi immaginate me, che mi trovo davanti a questo simpatico Horror tutto sommato riuscito dal titolo “Sting”, potrebbe essere la storia di un avido cantante che strizza i suoi fan come limoni e li insegue, per far loro ascoltare i suoi pezzi in streaming e guadagnare centesimi ad ogni passaggio, andiamo si scrive da solo!

I hope that someone gets my message in a bottle, yeah (cit.)

Oppure potrebbe essere la storia di un piccolo ragnetto che cresce, e cresce e cresce e con lui, la sua fame, un soggetto facile facile da B-Movie che è più facile sbagliare che mandare a segno, per fortuna il regista e sceneggiatore Kiah Roache-Turner ha la testa sulle spalle e lo dimostra fin dal prologo del suo film, che per un horror è sempre molto importante.

L’anziana signora sola nel suo appartamento sente inquietanti rumori provenire dalle intercapedini dei muri, quindi chiama (di nuovo!) lo sterminatore che è anche la spalla comica del film (segni di continuità) e potete immaginare come continui la faccenda, in un trionfo di inquadrature volutamente sghembe in odore di Evil Dead, diventa chiarissimo il fatto che il regista abbia fatto i compiti. Ma il vero colpo di genio del prologo è la sua conclusione, che lo rende quasi un cortometraggio all’interno del film. Da dove è arrivato il ragno? Facile! Cicciato fuori da un meteorite ciccino cicciò, caduto dallo spazio dritto su Brooklyn, anzi direttamente dalla finestra del palazzo dentro la casa di bambole della piccola Charlotte (Alyla Browne). Quindi mentre i titoli di testa di “Sting” cominciano, vediamo questo simpatico ragnetto scendere le mini scale della casetta e mettersi comodo nella culla in miniatura, e se ve lo state chiedendo sì, la bambina protagonista si chiama proprio Carlotta.

Ed è subito la versione Bara Volante di “La tela di Carlotta”.

Con un comodo balzo (da ragno) indietro di quattro settimane, Kiah Roache-Turner ci aggiorna sullo scenario: un palazzo di Brooklyn, popolato da inquilini del ceto medio, Charlotte è una ragazzina di dieci anni in piena ribellione pre-adolescenziale, che ama i fumetti (se violenti meglio) e gli insetti, l’unico modo che ha ancora per mantenere il legame con papà è proprio la nona arte, babbo Ethan (Ryan Corr) che si diletta al tavolo da disegno, per sua figlia disegna fumetti e il resto del tempo, si arrangia con lavoretti da idraulico e manutentore nel palazzo, che cade a pezzi quindi ha sempre bisogno di interventi.

Tra i coloriti abitanti, oltre all’anziana signora del prologo, anche la vicina di casa “Latina” con cane coordinato (ovviamente un Chihuahua) per una selva di personaggi che risultano un po’ di più della solita carne da cannone da film Horror, o per lo meno, quando muoiono male (e molti li faranno) se non altro un pochino ti dispiace e non è il solito sollievo che arriva nel vedere il frutto di tanta pessima scrittura sparire dalla trama, ribadisco, non siamo dalle parti del nuovo manuale della sceneggiatura, ma “Sting” (non cantante) fa il suo sporco lavoro bene.

«Ditemi che non ha otto zampe e non sta dietro di me, vi prego mentite se necessario»

Charlotte quando trova il ragnetto fa quello che a casa Cassidy faccio io, lo mette in salvo, se fosse per la Wing-woman sarebbe lo sterminio di ogni forma di vita in circolazione, specialmente se ha più di quattro arti e ancora si muove in prossimità della sua roba. La bambina affibbia il titolo del film al ragnetto come nome di battesimo, e lo nutre dandogli in pasto piccoli insetti, quindi il piccolo Sting cresce nel suo barattolo sviluppando notevoli capacità, come ad esempio quella di rispondere a suo modo ai fischi fatti dalla ragazza. Non so come visto che tecnicamente i ragni non hanno le labbra, quindi non so nemmeno se voglio saperlo, però sappiate che lo fa, dimostrando un’intelligenza che va di pari passo solo con la sua fame.

Più Sting cresce più il legame tra Charlotte, in rottura pre-adolescenziale con il mondo, cresce a sua volta, peccato che per nutristi il nostro piccoletto, pian pianino inizierà a sviluppare una dieta tutta sua, ed è qui che gli abitanti del palazzo inizieranno a morire male, in un trionfo di trucchi ben mescolati, tra digitali e artigianali, trovate “grafiche” anche piuttosto sanguinolente e i condotti, tantissimi condotti!

«Condotti: perché sono sempre condotti?» (cit.)

Ora, un po’ di storia del cinema di genere, non ho la pretesa di fare il professore ma ci vuole: il genere Slasher è un derivato del Giallo, tutto potrebbe essere iniziato con Psycho, questo lo sanno tutti, ma il 1960 è stato un anno zero per l’horror, perché proprio allora è uscito un classico rappresentante della tradizione “Vediamo chi sarà il prossimo a morire” anzi, ad essere mangiato dal mostro, perché il sommo Roger Corman firmò il fondamentale “La piccola bottega degli orrori”, rifatto anche nel 1986 in un bel remake. Un film che oltre ad aver lanciato Jack Nicholson (protagonista di una scena dal dentista, tanto per stare in tema di paure), giocava in leggerezza ma con intelligenza su tante paure quotidiane e voi ditemi se quella per i ragni non può essere considerata tale.

Mi piace pensare che Kiah Roache-Turner sia andato a ripassarsi il classico di Corman, perché il rapporto tra la bambina e il ragnetto è molto simile a quello tra il protagonista e la pianta carnivora di “La piccola bottega degli orrori”, anche se va detto, alla luce del suo completo sviluppo e del numero di cadaveri ammazzati male che l’aracnide si lascia alle sue spalle (i ragni hanno le spalle? Vabbè ci siamo capiti) chiamare il ragno Sting, puntura, ago, pungiglione, sarebbe un po’ come chiamare il giovane Jason Voorhees qualcosa come “taglietto da rasatura”, anzi a voler essere precisi sarebbe come chiamare uno Xenomorfo con un nomignolo tipo “bavetta”.

Se ti punge Sting non diventi Spider-Man ma nemmeno uno dei Police.

Perché proprio gli Xenomorfi? Perché Kiah Roache-Turner ha decisamente studiato i classici, qui saremmo anche in un palazzo di Brooklyn, ma i personaggi strisciano e si infilano nei cunicoli con un’ispirazione che sembra arrivare da Alien, perché tutti strisciano (e in qualche caso provano a fuggire) da Sting, questa creatura nera e piena di zampe che li insegue per divorarli o in qualche caso, li imbozzola come accadeva ai coloni di LV426, per poi divorarli con comodo.

Questa dovrebbe mettere in chiaro che non siamo solo io e Lucius a vedere Alien ovunque.

Non voglio rivelarvi troppo delle svolte, ma per me è stato impossibile vedendo Charlotte armata di Superliquidator caricato con un liquido speciale (dall’utilizzo per altro molto sensato) armarsi e infilarsi nei cunicoli per salvare un certo personaggio in particolare da Sting (sempre non il cantante), senza non pensare ad una versione locale di Newt e volete davvero dirmi che prendere come ispirazione Aliens di James Cameron (per altro figlio della scuola Corman, tutto torna) non sia SEMPRE la cosa giusta da fare?

Quella sensazione che solo su LV-426 possono comprendere.

“Sting” è un film piccolo, senza facce note ma con un mostro ben realizzato, che evita le banalità o le soluzioni Disneiane pescando per la sua ispirazione da tutti i titoli giusti, vincendo anche la sfida diretta, non perché sia meglio o peggio di Aracnofobia, semplicemente Kiah Roache-Turner è così astuto da evitare di finire intrappolato nella ragnatela dei paragoni diretti. Frank Marshall se la giocava più sulla paura del titolo, sulla spiacevole sensazione (reale o immaginaria) di sentirsi qualcosa di peloso e pieno di zampe camminarvi addosso, portando decisamente a casa il risultato e no, “Sting” malgrado il suo grosso aracnide protagonista, sembra quasi giocare in un altro campionato, ma il risultato è comunque riuscito.

Un B-Movie nel senso più puro del termine per 90 minuti (anche la durata è giusta!) di intrattenimento semplice ma non scemo, anzi quasi colto nel suo dimostrare con i fatti di aver fatto i compiti. Un filmetto andato benino nelle sale americane e ancora inedito da noi, non si sa nulla del suo destino al momento, ma se dovesse sbarcare su qualche piattaforma, sono sicuro che salverebbe la serata a moltissime persone. Tranne a chi soffre di aracnofobia.

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  1. Però, dal genio musical/finanziario del nostro Gordon Matthew Sumner detto “Sting” mi sarei aspettato ancora più acume, in questo caso: ma come, abbiamo un ragno di origine meteoritica a Brooklyn e davvero non gli scattava nessun campanello? Tipo il ragno protagonista suo omonimo che, addestrato da Charlotte a capire e tentare di esprimersi in linguaggio, iniziava a tessere ragnatele adattando una canzone in particolare del suo repertorio per ingannare le prede (convinte di un’improvvisata dell’ex-Police nel loro condominio) e attirarle fra le sue fauci?
    “Woo-ho
    I’m an alien
    I’m a little alien
    I’m a SPIDER ALIEN
    IN NEW YORK” 😉😛

  2. lo aggiungo alla lista dei film da vedere, chissà quando visto come ben dici in Italia non è ancora uscito…
    tra l’altro si aggiunge a giù una lunga lista di film da te consigliati, naturalmente non ancora usciti qui!
    grazie di esistere 🙂

    • Sono qui per questo, grazie a te 😉 Cheers!

  3. Inedito? Allora tocca aspettare, non è passato nemmeno in Spagna per adesso, a occhio. Comunque Aliens è sempre il film giusto da citare (essendo il più bel film mai fatto. L’ho detto? O l’ho solo pensato?)!

    Mi fa ridere tantissimo il documentario sull’acume finanziario di Sting, comunque… X–

    • Documentario di culto, pensavamo fosse un grande musicista invece abbiamo un genio della finanza sotto utilizzato. L’hai proprio scritto, nero su Bara, ed io non posso che approvarlo 😉 Cheers

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