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Storia di un matrimonio (2019): Baumbach contro Baumbach

Ci sono dei registi che si ostinato a fare film dove non
esplode nulla.

Dove gli scontri non vengono risolti a pugni in faccia e
nemmeno a revolverate, e pensate, dove non c’è nemmeno un inseguimento in auto.
Lo so è terribile!

Ora, fate un respiro forte e preparatevi all’ultimo colpo
basso: alcuni di questi film, sono anche belli.
Site ancora vivi? Si dai, lo so che siete robusti e
probabilmente anche voi non vi perdete il nuovo Woody Allen nemmeno per errore come
faccio io, perché alla faccia di polemiche se sia meglio la Marvel oppure
Scorsese, alla Bara Volante piace il cinema e ci guardiamo di tutto.
Ecco, visto che l’ho citato, Woody Allen è uno di quei
registi che non fa esplodere niente (se non qualche polemica ogni tanto) e Noah
Baumbach è uno di quelli che in carriera è stato più volte associato al vecchio
Woody, con il suo nuovo “Storia di un matrimonio” dalla alcune settimane disponibile su Netflix, quel paragone torna prepotentemente di moda.
Piccola deviazione poi ci buttiamo sul film. Non so voi, ma
io al cinema (o su Netflix in questo caso) amo vedere quelle storie che raccontano qualcosa che
probabilmente non vedrò mai, oppure che preferisco godermi sul grande schermo
piuttosto che nella realtà, tipo le esplosioni, i dinosauri le navi spaziali.
Andiamo chi ha voglia di sorbirsi due ore di persone che parlano di beghe
legali, dopo magari una giornata in cui non hai fatto altro che occuparti di beghe
legali?

Questo vale per la mia teoria della metropolitana nei film belli.

Ecco, io che sono nato un po’ deviante, ogni tanto questo
tipo di storie mi piace anche guardarle, a patto che siano raccontate come si
deve. Quando molti modificano la loro routine guardandosi un film con gli
zombie, io cambio la mia per vedermene uno con dei vivi che fanno cose normali,
quindi la mia quota “normalità” me la sono giocata con Noah Baumbach, e sapete
che vi dico? Me la sono giocata bene.

Baumbach, scrive dirige e produce un dramma da interni
pescando dalla memoria e dalla sua esperienza (anche “Il calamaro e la balena”
del 2005 trattava un tema molto simile), ma se i risultati sono così, ben venga
che continui a sfornare film piuttosto che andare dallo psicologo ad affrontare i
suoi irrisolti.
L’inizio è già piuttosto magnetico, Charlie (Adam Driver…
Bellissimo!) legge una lettera piene di caratteristiche positive su sua moglie
Nicole (Scarlett Johansson, bella anche con i capelli alla Mia Farrow in “Rosemary’s Baby”.
Ma non bella come Adamo, lui è bellissimo lo ripeto per i suoi appassionati che
sono ovunque e armati fino ai denti) che risponde con una lettera identica. In
un attimo Noah Baumbach ci porta nella vita di questi due tipi così ordinari tanto
da potercisi quasi riconoscere, salvo un attimo dopo raccontarci che le lettere
arrivano dalla loro terapia di coppia e il matrimonio, é l’unica cosa che vedrete saltare per aria in questo film.

We’re Getting a Divorce, You Keep the Diner (didascalia offerta dai Gaslight Anthem)

Charlie è un geniale regista di teatro pronto a sbarcare a
Broadway, Nicole una che è stata famosa al cinema per i famigerati quindici
minuti, ma poi per amore è diventata una delle attrici negli spettacoli di suo
marito. La loro separazione coincide con la volontà di Nicole di tornare nella
sua Los Angeles, a recitare in quella che per Noah Baumbach evidentemente è l’esatto
opposto del teatro, una serie tv piena di Chroma Key ed effetti speciali.

I film ci hanno insegnato che tra la Grande Mela e la città
degli angeli ci sono più di tremila miglia, Woody Allen invece ci ha insegnato
che tra Knickerbocker e Losangelini non solo non scorre buon sangue, ma lo stile
di vita è diverso: non vivrei mai in una città il cui unico vantaggio culturale
è quello di poter svoltare a destra al semaforo rosso, era la massima del New
Yorkese purosangue Woody. Quindi Charlie, sua degno epigono si ritrova
controvoglia a fare il pendolare tra le due città, uno spettacolo teatrale da dirigere di
là e un divorzio in atto di qua.

Una paternità vissuta da pendolare.

In mezzo? Il figlio della coppia Henry (Azhy Robertson) che
entrambi portano sul palmo della mano, infatti tutti e due faranno i salti
mortali per il bene del bambino (tipo festeggiare due volte Halloween) perché il loro
mantra è uno: manteniamo dei rapporti civili. Ecco, voi l’avete visto “La
guerra dei Roses” (1989) vero? Mentre “Kramer contro Kramer” (1979) invece? Bene,
a distanza di trenta e quarant’anni da questi titoli, ora ne abbiamo uno con
quella stessa forza.

“Marriage Story” dura 136 minuti e sembra durarne 40. Ci
sono intere scene in cui pensi «Ok dove vuole andare a parare?» poi te ne
freghi di dove voglia andare perché alcuni passaggi del film ti inchiodano allo
schermo, e molto spesso questo tipo di storie nella realtà non vanno a parare
da nessuna parte, perché sono già loro stesse la storia.
I buoni propositi di mantenere civili i rapporti si
scontreranno con la più odiosa delle invenzioni umane, la burocrazia rappresentata
dagli avvocati, che per il bene dei loro assistiti e del piccolo Henry non
lasceranno indietro niente. L’avvocato di Charlie, bonario e con buoni consigli
(e storielle) interpretato alla perfezione da Alan Alda, viene spazzato via da
uno squalo che ha il muso di un redivivo Ray Liotta, scelto per potersi opporre
con le stesse armi all’avvocatessa scelta da Nicole, la Nora Fanshaw
interpretata da una Laura Dern in grande forma.

“Ho rimesso in piedi i servizi del Jurassic Park, ti puoi fidare di me”

Vi siete mai trovati incastrati in una situazione esplosiva
che preveda burocrazia e voglia di prendersi a coltellate mascherata dietro
espressioni di circostanza? Spero di voi per no, la mia reazione in quei casi è
sempre quella di voler far saltare in aria la terra in stile John Matrix. In momenti così ci si trova
spesso davanti a situazioni grottesche che farebbero anche ridere, se non fossimo tutti così incazzati e sotto stress. Laura Dern con il suo monologo sulla Vergine
Maria è la perfetta incarnazione di tutte quelle situazioni grottesche che
fanno ridere se le racconti, oppure tra vent’anni, quando le ricorderai, ma
prima devi uscirne vivo adesso.

Ecco perché non ci sono esplosioni in stile John Matrix in
questo film, ma i personaggi in una lunga sequenza bellissima esplodono
comunque, al grido di «Manteniamo i rapporti civili!» si vomitando addosso Veleno, lasciandosi travolgere
dai sentimenti. Dettaglio che Noah Baumbach sottolinea alla grande passando dai campi
lunghi ai primissimi piani sui volti furenti dei suoi due attori, che si caricano
il film sulle spalle e lo fanno davvero alla grande.
Vi dirò una cosa rivoluzionaria su Scarlett Johansson,
qualcosa che nessuno ha mai detto di lei. È gnocca! Non l’avevate mai sentita
questa cosa vero? Eh lo so, sono rivelazioni scottanti, inedite oserei dire.
Detto questo ci si dimentica fin troppo spesso di quanto sia brava a recitare, lei
che ha una gavetta che levati (ma levati proprio) iniziata da ragazzina. La sua
Nicole è un cortocircuito di casini emotivi che Rossella Di Giovanni riesce a
rendere con una naturalezza disarmante, perché un personaggio così ben scritto,
nelle mani di un’attrice di minor talento sarebbe andato sprecato, invece Scarlett trova il modo di farlo funzionare alla grande.

Noah Baumbach si prende anche l’ex preferita di Allen, e rilancia la sua candidatura a Woody 2.0.

Su di lei giganteggia (anche per motivi squisitamente centimetrici,
Charlie e Nicole sembrano l’articolo “il” uno accanto all’altra) un Adamo Guidatore spaventosamente bravo.
Lo dico senza ironia, ok sul bellissimo un po’ scherzo [Nota per gli ammiratori
di Driver: Non è vero, è beeeeeeellissimo!], ma è davvero un attore talentuoso, capace di passare per un tipo normale (come dice di lui Terry Gilliam) che qui regala un’altra prova magnifica. Il suo Charlie è un misto di
risolutezza e fragilità, di furore represso e malinconia per quello che non
vorrebbe perdere, che da rendere sul grande schermo, è qualcosa di davvero incasinato. Driver nemmeno per un attimo risulta forzato oppure fuori
luogo, persino nelle scene più stravaganti (la scena del coltello) funziona
alla grande.

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così (Cit.)

Viene da riflettere un attimo su quanto siano carta velina,
i personaggi che questi due interpretano nei film “per tutti”, se la percezione
di due attori così talentuosi presso il grande pubblico, si riduca grossomodo a,
una è gnocca e l’altro no pure. Pensate cosa potrebbero essere Kylorecchie
e la Vedova Nera se questi due fossero utilizzati a piena potenza, magari non per forza in un film dove il Sith è la Vendicatrice divorziano eh?

A proposito di riflessioni, ve la butto lì, ho visto più buon cinema su Netflix in un mese, che in sala. Questo è cinema? Secondo me si, però la prossima
volta Noah Baumbach, un bell’inseguimento in auto per finire me lo fai? No? Eh vabbè ma come sei!
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