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Strade violente (1981): la copia lavoro (di lusso) di tutto il cinema Manniano

Dopo aver scaldato i muscoli con una bella corsa ora è il momento per questa rubrica di entrare davvero nel vivo, lo facciamo alla grande con un titolo fulminante, senza perdere altro tempo benvenuti al nuovo capitolo di… Macho Mann!

Come abbiamo visto la scorsa settimana, La corsa di Jericho è nato come film per il piccolo schermo, solo il suo successo e la cura per il dettaglio di Michael Mann che lo aveva girato come tutti i crismi del film cinematografico (anche nel formato) hanno portato l’opera prima del regista di Chicago in sala, ma il suo secondo film è di fatto un secondo esordio, questa volta in tutto e per tutto pensato per quello che per Michele Uommo è sempre stato il suo punto di arrivo, ovvero il cinema.

“Thief”, da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa “tradotto” con il generico titolo di “Strade violente”, probabilmente perché la messa in scena proprio delle strade, deve aver colpito l’immaginario dei nostri distributori, parte dal libero adattamento del romanzo “Home invasion” del 1975, scritto da Frank Hoimer con lo pseudonimo di John Seybold, professione prima di darsi alla scrittura? Ladro nella città di Chicago, solo il primo dei tanti veri specialisti coinvolti da Mann per il suo film, ma andiamo per gradi.

Anche i titoli di testa hanno stile nei film di Mann.

Michele Uommo fa una scelta estremamente coerente, anche in prospettiva futuro con quello che sarà tutto il suo cinema, se per il regista di Chicago il grande schermo era la meta, di sicuro non aveva alcuna intenzione di sbagliare, proprio come uno degli eroi (e anti eroi) Manniani che popolano la sua arte, Michele Uommo è un professionista definito dal suo mestiere, uno mosso da totale dedizione alla sua opera, imponendosi una disciplina ferrea e una volontà di controllo assoluta, Mann decide di girare per le strade della sua città, scrivi di quello che conosci, no? Vale anche quando devi dirigere.

Ma oltre a decidere di giocare in casa, Mann sceglie una trama estremamente semplice, quasi un archetipo narrativo in modo da poter controllare davvero ogni fase della storia, per dirvi di quanto sia essenziale la trama di “Strade violente”, sappiate che potrei riassumerla anche io che sono nato senza il dono della sintesi: quanti film abbiamo visto con protagonista un criminale che dice «Questo è l’ultimo colpo, poi mi ritiro e vado a godermi una serena pensione»? Tanti vero? Per certi versi “Thief” è il film definitivo sull’argomento, anche se poi a ben guardarlo, utilizzando un’espressione pescando dal gergo cinematografico, non è altro che una prima seminale bozza, quasi una “Copia lavoro” di quello che Mann arriverà a fare in futuro, lo vedremo nel corso della rubrica, intanto eccovi un gustoso assaggio.

Michele Uommo spiega a James Caan la posa degli eroi della Bara.

Ma è proprio la maniacale cura per il dettaglio di Mann, unita alla sua volontà di controllo su tutte le fasi della produzione ad elevare “Thief” dal resto delle storie della stessa tipologia… Cosa vi dico sempre dei primi cinque minuti di un film? Ne determinano tutto l’andamento. Vale anche per “Strade violente” che inizia proprio tra le strade di Chicago in un trionfo di “Show, don’t tell” che è la base del cinema.

La pioggia, le strade illuminate solo dalle luci al neon, la musica ossessiva dei Tangerine Dream, il protagonista Frank (James Caan) in auto stretto nell’abitacolo e nei primissimi piani, mentre calmissimo si reca sul suo posto di lavoro, ovvero il rapinatore alle prese con una cassaforte che per chiunque sarebbe un rompicapo irrisolvibile, ma non per lui che da solo in scena ci dà dentro con trapani da cento chili, gli attrezzi del mestiere di Frank che James Caan ha dovuto imparare ad utilizzare, non solo perché in molti casi in scena era presente davvero solo lui (senza nemmeno una controfigura), ma perché se Peter Strauss ha dovuto correre settanta miglia alla settimana, allora Caan, divo o no, poteva imparare ad usare una lancia termica, anche questo è parte del metodo di lavoro di Mann, la tappa obbligata per tutti gli attori che finiranno a lavorare sotto la sua supervisione.

«Qualcuno potrebbe darmi una man… Ah no, sono da solo»

Malgrado la pioggia e i neon, non fate l’errore di paragonare questo film a Blade Runner, qui di fantascienza non ne troverete, ma nemmeno il noir alla base del film dello Scott sbagliato, a ben guardare, persino The Blues Brothers sembra un altro pianeta, malgrado anche qui ci sia un Belushi, James al suo primo film (dopo una particina in “Fury” di De Palma) nei panni del compare di Frank.

Per stessa ammissione di Michael Mann, l’ispirazione per il regista di Chicago arrivava ancora una volta dal Re della collina, il film più simile per approccio a “Strade violente” non può che essere Driver l’imprendibile. Se Walter Hill teneva ancora più in sospeso l’atmosfera, raccontando di personaggi definiti dal loro stile e dal loro mestiere, tanto da non avere nemmeno nei nomi, ma essere identificati solo dalla loro professione, Mann fa lo stesso immergendo, però, la storia in quella costante ricerca del realismo che ha sempre caratterizzato il cinema del regista di Chicago fin dagli esordi, infatti nessuno dei personaggi di “Thief” ha un cognome, sono tutti identificati solo per nome, il mandante dei colpi su commissione Leo (Robert Prosky), l’amico in carcere Okla (un intensissimo Willie Nelson, eroe del country con il vizio del cinema) oppure l’amata Jessie (Tuesday Weld).

Qualcuno qui è andato alla corte del Re della collina.

Nella traccia audio del regista disponibile sul DVD del film, Michael Mann commenta dicendo che la sua volontà precisa era quella di trasformare Chicago in un tunnel opprimente, una sorta di coperchio sulla bara di Frank, in cui tutte le superfici, anche le strade bagnate dalla pioggia, non dovevano far altro che riflettere la condizione di spaesamento e di oppressione di un personaggio che sarà pure uscito di prigione, ma idealmente è ancora chiuso dentro una gabbia. Ecco perché, malgrado Mann sia appassionato di Blues (è nato a Chicago no?) ha voluto a tutti i costi le musiche dei Tangerine Dream che con la loro musica elettronica non fanno che aumentare il senso di straniamento voluto da Mann per il suo protagonista, anzi, Mann aveva le idee talmente chiare su quello che desiderava sentire nel suo film che per lo scontro finale tra Frank e Leo, pretese un pezzo con un giro di chitarra come quello di “Comfortably Numb” tanto che il brano “Confrontation” è quasi un mezzo plagio di quello dei Pink Floyd (storia vera).

Bisogna sottolineare un dettaglio importante: “Strade violente” è un film che è stato prodotto da Jerry Bruckheimer, il produttore che con il tempo è diventato sinonimo dei film di un altro regista esteta (delle esplosioni) come Michael Bay, ma che ha iniziato la sua carriera con titoli ricercati come “American Gigolò (1980) di Paul Schrader, prima di ottenere il successo globale con “Flashdance” (1983) e Top Gun. Questo, misto ad una storia che è un archetipo narrativo, ha un po’ appiccicato addosso a Michael Mann una grossa etichetta che il regista di Chicago ha impiegato parecchio tempo per liberarsene, ovvero quella di essere un regista più propenso all’estetica che al contenuto, niente di più sbagliato.

Chi ha detto che solo gli Horror debbano avere luci, lucine e luci al neon?

Il cinema di Michael Mann è carico di pathos, anche di romanticismo, ma le emozioni sono sempre raccontate come si fa tra uomini, sono fuoco che brucia sotto la cenere, non plateali sviolinate da commedia romantica, ma solide e reali, gli eroi (e anti eroi) del cinema di Mann non parlano, ma agiscono non promettono, ma dimostrano, anche se Michele Uomo per caratterizzarli utilizza una cura dei personaggi che in un media visivo come il cinema, inevitabilmente passa attraverso la loro estetica.

Frank veste in modo pratico, ma con un orologio alla moda costoso in bella vista (perché il tempo è la sua ossessione), non è un tipo da cravatte, però ha sempre una giacca, molti critici al tempo scambiarono questo tipo di cura per la costruzione dei personaggi, in sfilate di moda uomo sul grande schermo, ma proprio il tempo ha dato ragione a Michael Mann: la sua maniacale cura per il dettaglio è parte del suo rigoroso metodo di lavoro.

Ogni fotogramma come un quadro, anche i lavori in corso.

Ecco perché James Caan recita senza utilizzare le consuete contrazioni, nel film non lo sentiamo mai utilizzare «I’m not», «I can’t» o «I won’t be», ma sempre «I am», «I am not», «There is», «There is not» come ha sottolineato Pier Maria Bocchi nel suo fondamentale “Michael Mann creatore di immagini” (edto da Minimum Fax nella nuova edizione, la prima era il Castoro), un testo sacro che mi sono letto con gran piacere prima di affrontare questa rubrica, Bocchi su Mann è un’istituzione.

«Se ti dico che ho fretta, vuol dire che ho fretta»

Frank non utilizza contrazioni perché è un tipo risoluto, non ha più tempo da perdere, in carcere ne ha perso fin troppo, ecco perché la scena della tavola calda a cena con Jessie è il momento chiave del film, una scena apparentemente statica (malgrado i tanti angoli di inquadratura) in cui Frank non solo conquista definitivamente la sua donna, ma ci fa patteggiare totalmente per lui. Grazie alle ricerche fatte sul campo da Mann per La corsa di Jericho, le parole di Frank risuonano come la cronaca di un uomo che è entrato in carcere a diciannove anni per una faccenda di quaranta miseri dollari rubati ed è uscito da uomo libero quando ne aveva compiuti trentuno. Se la corsa per Larry Murphy era la risposta alla vita carceraria, una nuova routine per non perdere il senno, Frank ha dovuto formare se stesso allo stesso modo, evitando di essere pestato o violentato, fino ad arrivare a mettere su una mentalità che è una corazza: Frank ha rischiato di morire così tante volte che è già mentalmente pronto a perdere tutto, come un Ronin, come farà anche De Niro, pronto a mollare tutto, affetti compresi, in trenta secondi quando senti puzza di sbirri.

Come il samurai solitario di Melville.

Quando Frank mostra a Jessie il suo collage fatto con ritagli di giornale, quello in cui ha vissuto una vita ideale nella sua mente, fuori dalle sbarre per compensare il tempo che ha perso o che non ha mai avuto, non solo conquista la donna di cui è innamorato, mettendo in chiaro il suo ruolo fondamentale nel disegno (letteralmente) della sua vita, ma mette in chiaro anche a noi spettatori tutta la sua filosofia di vita. Il cinema di Mann è pieno di personaggi che ad un certo punto pronunciano la frase «Io dentro non ci torno» (penso al gestore del Jazz Club in “Collateral”), Frank è il primo eroe Manniano a mostrarci cosa voglia dire una vita dietro le sbarre, uno che ha perso il tempo della sua vita mettendo in chiaro le sue motivazioni, ma anche quelle degli altri personaggi di Michael Mann che vedremo da qui fino alla fine della rubrica.

La scena chiave, il vero cuore del film è un dialogo, con il buio della notte come sfondo.

Il tempo è un altro elemento chiave del cinema di Mann. Frank ne ha perso tanto e ora ne ha ancora poco, l’altro passaggio fondamentale per comprendere il protagonista è l’incontro in cella con l’amico Okla che, malato di cuore, non vuole morire in una gabbia per essere umani, il non detto della loro amicizia non solo ti fa venire voglia di sapere di più del loro passato, ma è parte del metodo di lavoro di Mann che costruisce tutti i suoi personaggi fino al minimo dettaglio della loro storia trascorsa che magari su schermo non verrà mai raccontata, ma serve agli attori a calarsi nel ruolo e al regista a formare la sua opera. Stephen King di Martin Scorsese dice che gli altri scrivono racconti, lui romanzi sul grande schermo, io dico che la citazione di zio Stevie vale anche per Michael Mann.

«Fammi uscire, qui dentro cantano tutti da schifo»

“Strade violente” sarà l’esordio al cinema ufficiale del regista di Chicago, ma è anche un’opera prima già del tutto definita, nella poetica, nell’estetica, nelle tematiche, al suo primo film Mann aveva già chiarissimi gli elementi che sarebbero tornati con continuità nel suo cinema, infatti l’unica scena di “sollievo” a quel senso di oppressione fornito dalla città e dal tempo per Frank è l’acqua, può sembrare un’inutile scena di raccordo Frank sulle rive di uno dei laghi attorno alla “Windy City”, ma nel cinema di Mann nemmeno un fotogramma è selezionato a caso, per Michele Uommo il mare, l’acqua, sono sempre un elemento calmante, liberatorio e di serenità, per certi versi in “Thief” ci sono già le prove generali per il famoso “Blu Manniano” che diventerà una delle sue firme, per questo sostengo che “Strade violente” è una “copia lavoro” di gran lusso, anche per il cast.

Prove tecniche di “Blu Manniano”.

James Caan nel 1981 non era più la stella di prima grandezza di Hollywood che era stato un tempo, sconvolto dalla morte dell’amata sorella Barbara, Caan era sprofondato in una spirale di alcool e droga di cui un po’ abbiamo parlato su questa Bara, anche per questo Mann da lui ha tirato fuori una delle prove preferite anche dal vecchio James. Frank è risoluto e tosto come uno che è cresciuto nel Bronx (proprio come successo all’attore) e quel senso del tempo perduto mette personaggio ed interprete sulla stessa pagina, da qui la prova tesa e dolente di un James Caan in gran spolvero.

Ma se la cura del dettaglio per Mann è a tutti i livelli, dev’esserlo anche nella sua costante ricerca del realismo. Per le lunghe e dettagliate scene di rapina il regista ha tirato dentro come consulenti dei veri rapinatori di banche noti a Chicago, mentre per le parti dei poliziotti ha scelto tra dei veri agenti di polizia, quello che picchia James Caan durante l’interrogatorio lavorava in coppia con l’altro sbirro finito a recitare nel film Dennis Farina, uno che dopo questa esperienza, non solo è diventato uno degli attori feticcio di Mann, ma non ha mai più smesso di recitare (storia vera).

A proposito di facce note di esordienti, il barista William Petersen, che tornerà nel corso della rubrica.

Questo garantisce il realismo tanto ricercato da Mann su entrambe le sponde da sempre esplorate al cinema da Michael Mann, criminali e poliziotti, perennemente in lotta e in eterno confronto (a volte per scoprirsi più uguali di quello che si potrebbe pensare), ci sono già tutti gli elementi del cinema di Mann al suo esordio e non è un caso, ma totale dedizione al proprio metodo di lavoro.

Ecco perché le scene di rapina sono lunghe, curatissime e anche se infinite per minutaggio, ti lasciano aggrappato ai braccioli della poltrona, perché da spettatori conosciamo la posta in gioco, ma anche l’etica di Frank che il patto quasi Faustiano con Leo non lo accetta, è sopravvissuto tanti anni in carcere senza mai chinare la testa, non comincerà certo ora che non ha più tempo da perdere. Proprio questo scontro tra volontà genera il dramma di un film che riesce a fare “arte” pur avendo entrambi i piedi ben calati nel cinema di genere, in questo caso il poliziesco.

Da dove pensate che arrivi il Joker a testa in giù?

Cosa succede quando una forza inarrestabile (la voglia di vivere e non perdere mai più il suo tempo) di Frank incontra un oggetto inamovibile come l’organizzazione criminale di Leo? Uno scontro quasi da film Western (giusto per ribadire la natura “di genere” del cinema di Mann), in cui Frank fedele alla sua etica è pronto a liberarsi di tutto quello che ha guadagnato.

Michele Uommo dirige la resa dei conti con un dolly dal basso che arriva proprio dal cinema Western, la prima delle tante scene d’azione Manniane in cui a parlare è solo la musicona di sottofondo, le pallottole che volano e le immagini curatissime del regista (un altro tratto distintivo del suo cinema) in uno scontro a fuoco che termina con un’ideale cavalcata verso il tramonto del protagonista, nonostante vada verso l’orizzonte in piena notte, a testa alta e schiena dritta, anche se il futuro per lui è buio come la notte che lo inghiotte, in cui scompare.

Avere un’etica comporta dei rischi.

“Strade violente” è già la messa in scena dell’aggettivo Manniano che sarebbe diventato con il tempo un metro di paragone dell’eccellenza con cui tanti registi ancora oggi devono misurarsi, dentro ha già tutto della poetica e dell’estetica del suo regista, se per Frank il futuro era buio come la notte, per Michael Mann la direzione era chiarissima, anche per questa rubrica che la prossima settimana si scontrerà di faccia con un altro oggetto inamovibile della filmografia di Michael Mann, forse il suo lavoro più bizzarro, ci vediamo qui tra sette giorni, non mancate!

Sepolto in precedenza venerdì 11 marzo 2022

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