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Strange Days (1995): giorni di un futuro passato

L’inizio di un nuovo decennio mi fa pensare alla fine di un altro e siccome quando me lo chiedono continuo ad essere profondamente convinto che gli anni ’90 fossero mercoledì scorso (invece sono volati via vent’anni… GULP!), il mercoledì potrebbe essere il giorno giusto per ricordare i film di un decennio che è andato come Atlantide, per certi versi abbiamo già cominciato, ma oggi facciamo festa, come se fosse il 1999 per citare Prince.

Ci sono circa un milione di ricordi che mi aggrediscono le sinapsi se penso agli anni ’90, uno dei più potenti era la sensazione di essere lanciati a 100 chilometri all’ora contro un muro rappresentato dalla fine del decennio, del secolo e del millennio. Che poi lo sapevamo in tanti che la data esatta per il grande cambio di pagina del calendario avrebbe dovuto essere il 2001, ma complice anche quella storiella del Millennium Bug che ha fatto tanto divertire gli informatici di tutto il mondo, il fascino di cambiare tutte equattro le cifre dell’anno in una botta sola era forte.

Affrontavamo la paranoia di fine millennio con una leggerezza d’animo che oggi pare impossibile, forse eravamo più naif o solo più giovani, ma anche l’immaginario ha colto queste fascinazioni, in televisione andavano forte le paranoie da cospirazione di X-Files e quelle decisamente più apocalittiche della sua cugina “Millennium”, mentre il cinema faceva lo stesso in maniera più giocosa, cercando di capire questa strana cosa chiamata Internet, un mondo di tecnologia che attirava, ma allo stesso tempo veniva ancora vista con un certo grado di diffidenza.
La preoccupata gioia di chi corre incontro alla fine dell’anno/secolo/millennio.
Circa a metà di questo guazzabuglio moderno (cit.) è arrivato un film che meglio degli altri conosceva il passato, aveva capito il presente e intuito con un certo grado di precisione anche il futuro, qualcosa di strano fin dal titolo ispirato ad un pezzo dei Doors (per altro suonato nel film, dai Prong con Ray Manzarek alle tastiere) che era un riuscito miscuglio di passato e di futuro. Un mutante ad alta potenzialità neanche preso in considerazione per le produzioni di massa che, infatti, semplicemente non fu capito, troppo strano per piacere e troppo raro per fare subito successo. Una buccia di banana su cui sono scivolati anche nomi noti, per altro, ora che ci penso, ben avviati sulla nostra (non) rubrica del mercoledì. Nanni? A te piace la Nutella, a noi, invece, alla Bara Volante, piacciono… i Classidy!
“Strange Days” nasce da un’idea di Stefano Accorsi James Cameron (scusate se è poco) attorno al 1986, un periodo in cui, come dico sempre, il cervello di Jimmy avrebbe dovuto essere conservato in un museo, perché è stato la fonte di una porzione enorme dell’iconografia cinematografica di un paio di generazioni.
In quel periodo, quando Jimmy si svegliava la mattina, nell’altra metà del letto (beato lui) trovava quella santa donna di Kathryn Bigelow, i due sarebbero rimasti sposati fino al 1991 ed è stata proprio Katrina ad aggiungere la, fatemi selezionare bene la parola, cazzimma, nella sceneggiatura. Quel noto mollaccione di Cameron era più interessato alla sottotrama romantica (storia vera).
Dovrei scrivere qualcosa di sensato, ma ho gli occhi a forma di cuore per Katrina e mi risulta complesso.
Per trasformare le idee in una sceneggiatura vera e propria, Cameron collabora uno degli sceneggiatori di fiducia di Scorsese, Jay Cocks, ma la trama viene pesantemente influenzata dagli eventi contemporanei e i processi mediatici, come quello a O.J. Simpson, ad esempio. Il contributo di Jimmy diventa importante per trovare i fondi, infatti “Strange Days” fa parte di un accordo firmato per due pellicole prodotte dalla 20th Century Fox, l’altra era “True Lies” che prima o poi arriverà su questa Bare, ma prima dobbiamo occuparci di Katrina, perché se questo film è un capolavoro, lo dobbiamo quasi tutto al suo cristallino talento.
Kathryn Bigelow, al suo quinto film da regista arrivava dal successo di Point Break e di conseguenza aveva più di un occhio puntato addosso, schivata l’opzione Arnold Schwarzenegger come protagonista (che avrebbe reso il film semplicemente altro) Katrina va alla caccia di un attore adeguato per la parte, ma incassa anche il «No!» secco di Andy Garcia. Poco male, la soluzione arriva dritta da “Schindler’s List” (1993), per Katrina Ralph Fiennes è l’unico con il giusto livello di dramma interiore, intelligenza e “Sesso a pile” per la parte. Angela Bassett, invece, non è mai stata in discussione, perché tra femmine alfa lei e la Bigelow devo essersi capite al volo.
E il premio per personaggio con nome più figo va a…
Il film viene girato tra maggio e giugno del 1994 a Los Angeles, una sfacchinata a livello tecnico che al netto di un budget di 42 milioni di fogli verdi con sopra le facce di altrettanti ex presidenti defunti, ne porta a casa la bellezza di… 8 milioni. Un buco nell’acqua immeritato per un titolo troppo avanti anche per il mercato dell’Home video, il film, infatti, esce in una ricchissima edizione in LaserDisc e sappiamo tutti quanto sia durato quel formato, più o meno quanto la popolarità dei Vengaboys, tanto per restare in tema di roba anni ’90.
Per certi versi, “Strange Days” è stato il Blade Runner degli anni ’90, due Noir purissimi che alla loro uscita hanno fatto un clamoroso tonfo al botteghino, solo per venire rivalutati come meritavano entrambi nel tempo. Solo che il film dello Scott sbagliato ancora oggi ha una fama talmente grande che chi lo vede per la prima volta, spesso ne resta deluso, invece il film Kathryn Bigelow è talmente bello che al massimo la reazione può essere: «Perché non l’ho mai visto prima!?!». Eppure, se il lascito di “Blade Runner” è quantificabile e ormai punta all’eterno, dritto alle porte di Tannhäuser, quello di “Strange Days” è molto più a portata di mano, è il nostro immediato passato, ma allo stesso tempo l’attuale presente.
Avevamo i modem a 56k ma sognavamo il Cyberpunk.
Un film del 1995, ambientato nell’arco di due notti il 30 e il 31 dicembre dell’anno 1999, è per forza un titolo (post)datato che trasuda anni ’90 da ogni fotogramma. Un po’ per il look del protagonista Lenny Nero (ancora finalista, in un’ipotetica gara tra personaggi cinematografici con i nomi più fighi di sempre), ma anche per la tecnologia utilizzata nel film, lo SQUID (Dispositivo d’Interferenza del Superconduttore Quantum), un aggeggio nato per l’industria militare e usato illegalmente per far rivivere a chi lo utilizza ricordi registrati, sparati dritti nella corteccia cerebrale («Questa non è come la TV, è un po’ meglio. Questa è vita reale. Un pezzo di vita di qualcuno.») che il nostro protagonista spaccia e da cui è pesantemente dipendente. Lo SQUID sembra il frutto di una notte d’amore tra gli aggeggi di Johnny Mnemonic e i POD di eXistenZ, altro titolo che ha anticipato parecchio degli “Strani giorni” in cui viviamo. Anche se possiamo girarci attorno quanto vogliamo, i ricordi spacciati da Lenny Nero (più lo scrivo questo nome, più suona figo) sono dei Minidisc della Sony, tanto per citare un altro formato che non ha superato indenne il capodanno del 1999.
Quando la salvezza del mondo (o la sua distruzione) stava tutta su disco.
No, “Strange Days” è sospeso nel tempo perché ha un aspetto e affronta tematiche tipiche degli anni ’90, ma tenendo un piede ben saldo nel passato remoto del Noir e l’altro in quel futuro prossimo che noi chiamiamo presente. Non mi state più seguendo? È perché non pensate quadrimensionalmente
(cit.), ma ora vi spiego, vi faccio filo-viaggiare un po’ anche io.
«Non sono cattiva è che mi disegnano così» (Cit.)
Di base “Strani Giorni” è un Noir fino al midollo a partire dal nome del protagonista, Ralph Fiennes incarna alla perfezione un personaggio che porta avanti la grande tradizione dei detective consumati e straziati dall’amore per una Femme Fatale che qui si chiama Faith ed è fatta a forma di Juliette Lewis, una che trasuda talmente tanto anni ’90 che quando canta nel film, lo fa su un pezzo di PJ Harvey, “Hardly Wait” per la precisione. La figlia di Geoffrey ha sempre bazzicato la musica nei suoi ruoli al cinema e, giusto per continuare il gioco dei gradi di separazione con Blade Runner, il suo vestitino scintillante, mi ha sempre fatto pensare per qualche bizzarra associazione mentale agli abiti della replicante Joanna Cassidy (nessuna parentela).
…Questo, oppure una cosplayer di Red Sonja.
Se dalla tradizione “Strange Days” prende il modello narrativo del Noir, dagli anni ’90 prende tutto il resto. L’inizio micidiale con la prostituta Iris (la bellissima Brigitte Bako) braccata da due sbirri piuttosto incazzati come William Fichtner e il grande Vincent D’Onofrio, ci porta dritti nell’azione di un’indagine in cui Lenny verrà tirato dentro per il suo taglio di capelli così anni ’90 e che diventa anche piuttosto complicata se vi lasciate distrarre dal notevole comparto tecnico del film (o da Juliette Lewis). Nel finale la serie di colpi di scena ammonticchiati uno sopra l’altro e, a ben guardare, anche il monologo del cattivone che spiega tutto il suo piano, sono trovate un po’ datate vero, ma che non tolgono nulla alla forza di un film che è una corsa a perdifiato ed un notevole esempio di costruzione di un mondo che di futuristico e fantascientifico, non ha poi davvero molto, anche se è popolato da facce che urlano «ANNI ’90!» a pieni polmoni.
Philo Gant l’agente musicale e attuale amante di Faith ha il volto di Michael Wincott, anzi lo chiamo con il suo nome corretto Michael “Più grande cattivo degli anni ‘90” Wincott, a cui dobbiamo la prima delle grandi citazioni sulla paranoia del film.
La Bara Volante, l’unico blog dove Michael Wincott vi recita le sue battute simbolo.
L’altra, invece, è LA frase simbolo di questo film, affidata con estrema intelligenza da Kathryn Bigelow al suo attore feticcio, quella discreta faccia da pazzo di Tom Sizemore che riassume un intero decennio che correva filato verso il 31 dicembre 1999 con una sola frase: «Il punto non è se sei paranoico. Lenny, insomma, il punto è se sei abbastanza paranoico».
Marvin l’androide paranoide a suo confronto è un allegrone.
Un paragrafo tutto suo se lo merita Angela Bassett che in un mondo ideale e giusto sarebbe stata la perfetta Tempesta degli X-Men, ma che qui ci regala il ruolo della vita, la sua Lornette “Mace” Mason è ilpunto di vista su Lenny Nero di noi spettatori. Quando lo tratta male fa bene, perché in certi momenti il ragazzo davvero si merita solo di essere preso per il bavero. Potrei fare una battutaccia facile dicendo che sono la coppia perfetta, perché lei è nera e lui… Beh, è Nero (ah-ah), ma il loro rapporto è chiarissimo, è il più grosso caso di amore mal riposto dai tempi di Rico in Starship Troopers, perché è chiaro che non abbia senso perdere tempo dietro a una come Faith, quando hai lì una che guida le Limousine come un drago, spara come un demone uscito dall’Inferno e appena accenni a cedere ti ringhia addosso con una cazzutaggine fuori scala. Eh, dài, su tra lei e Faith è una non competitiva!
Il grande personaggio femminile tosto che non viene mai (abbastanza) citato, quando si parla di grandi personaggi femminili tosti.
Non voglio scendere in particolari dettagli riguardo alla storia per non rovinare la visione a chi non avesse ancora mai visto il film (purtroppo ancora tanti e incito quei pochi che mi leggeranno a farlo. Mi ringrazierete dopo), ma è chiaro che il rapper Jeriko One (Glenn Plummer) rappresenti i semi di un tema che a Katrina sta parecchio a cuore e che, infatti, è tornata a raccontare in film come Detroit, ma è anche chiaro che sia decisamente figlio del suo tempo.
Il processo in diretta tv a O.J. Simpson e l’ombra lunga e spaventosa delle rivolte di Los Angeles causate dal pestaggio di Rodney King, se mai la società americana è arrivata ad un passo dal tracollo è stato proprio tra l’aprile e il maggio del 1992. L’ansia da fine dell’anno, del secolo, del millennio e più in generale del mondo che il 1999 si portava con sé, non poteva che passare da un ragazzo pestato a morte sul selciato, un senso di colpa nazionale che, per certi, versi è ancora vivo oggi, anno di grazia 2020, figuriamoci nel 1995.
Una cosa che di certo non manca a questo film: Qualcuno che sa recitare sul serio.
Forse anche per questo “Strange Days” alla sua uscita non è stato un successo, parlava ancora troppo chiaramente di una ferita aperta ed è stato banalmente etichettato come troppo violento, anche se poi di violenza vera e propria non ne vediamo molta, ma per la natura del racconto, quella stessa violenza siamo costretti a guardarla dritta in faccia senza poter voltare lo sguardo, come la terribile scena dello stupro d  Iris, tutta filmata in soggettiva utilizzando lo SQUID, un regalino per Lenny dal suo non tanto amorevole ammiratore, a cui anche noi spettatori siamo sottoposti. Ed è qui che un film Noir, così dannatamente anni ’90, si gioca la sua quota futuristica.
Game Over. Insert coin to continue.
La rapina in soggettiva che apre il film con il rapinatore che fugge sui tetti in una fuga disperata, è la diretta continuazione dei furti in banca della banda degli ex presidenti di Point Break, a cui Kathryn Bigelow fa fare un ulteriore salto di qualità aggiungendo dosi abbondanti di adrenalina. Per dare forma alle riprese extended P.O.V. (Point Of View) usate nelle sequenze di “filo-viaggio”, Katrina si guarda intorno e capisce che per renderle al meglio bisogna puntare al futuro e dopo aver passato in rassegna tutte le macchine da presa presenti sul mercato, Kathryn Bigelow ha capito che l’unico modo per raccontare questa storia, era costruirne una tutta nuova… Time out Cassidy!
A volte credo che il primo appuntamento tra Katrina e Jimmy Cameron si sia svolto più o meno con loro due che si confrontano le rispettive collezioni di macchine da presa, come facevano con le cicatrici Rene Russo e Mel Gibson nel terzo Arma Letale. Fine del Time out!
«Vuoi salire a vedere la mia collezione di MDP?», «Solo se poi vieni a vedere la mia collezione di sommergibili»
Il risultato è una cinepresa 35mm maneggevole, utilizzata da un operatore steadicam su un supporto precedentemente utilizzato per le riprese aeree e marine di Point Break. Una macchina da presa “portatile” in grado di adattarsi al volo ai cambiamenti di luce, tanto da rendere possibili e realistiche le inquadrature in soggettiva. Di fatto, in un solo film Kathryn Bigelow ha anticipato (se non proprio creato) il nostro moderno modo di guardare, l’occhio che uccide 2.0 che per noi è diventato il normale modo di guardare il mondo.
Bravi, Michael Powell sarebbe fiero di voi.
Il paragone più facile sarebbero i film porno P.O.V. (mi ha detto mio cuggino, cit.), ma se ci pensate la maggior parte del nostro tempo la passiamo a guardare una realtà filtrata dalla tecnologia, che siano le fotocamera incorporate nei nostri Smartphone, oppure direttamente il nostro costante sbirciare le vite degli altri sui Social-Così. Quello che decidiamo volontariamente di raccontare di noi in rete sono spaccati di memoria, ricordi che vengono salvati e condivisi («I ricordi sono fatti per svanire, Lenny!») in cui più osserviamo e più veniamo osservati, perché anche per esigenze narrative, il film considerava lo SQUID una tecnologia illegale, mentre oggi lo SQUID è pubblico e a disposizione di tutti. Ricordate: il punto non è se siete paranoici, il punto è se siete abbastanza paranoici.
Il GDPR prima che fossimo in grado di decriptare tutte le lettere dell’anagramma.
Proprio per questo “Strange Days” è un film che racconta i giorni di un futuro passato, confortante come ritrovare un vecchio ricordo, ma anche così brillantemente (e sinistramente) avanti nell’anticipare il futuro. Carezze e pugni in un film che era proiettato ben più avanti della notte di Capodanno del 1999 e che, malgrado tutto quel nero (anche nel cognome del protagonista, vi ho detto che penso che Lenny Nero sia un nome fighissimo?), alla fine termina con una nota positiva, un po’ come quando a metà dei festeggiamenti laggiù nel 1999, uno dei vostri amici si è reso conto che comunque la luce elettrica non era saltata e avete fatto un brindisi. Io l’ho fatto, ho anche urlato «In culo al Millennium Bug!» trovando molta approvazione tra gli amici, un po’ brilli… Storia vera.
No sul serio, ha anche i documenti per provare che razza di nome figo si ritrova!
“Strange Days” finisce con un tocco di colore, con i coriandoli come dovrebbero terminare per legge tutti i concerti, non per forza solo quelli di Skunk Anansie, mentre canta “Selling Jesus”. Finisce con le note di un futurista come Peter Gabriel e di fatto è il primo film che ha aperto le porte al futuro, lasciandosi alle spalle e risolvendo (almeno al cinema) gli errori del decennio precedente, peccato che non sia stato capito per davvero, era un film con parecchio da insegnare, anche a questo nuovo decennio.
So tonight I’m gonna party like it’s nineteen ninety-nine Twenty-twenty.
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