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Strappare lungo i bordi (2021): annamo a pijà un gelato?

A che punto siete nella scala della vostra “Zerocalcaritudine”? Quella tabella di marcia che determina i passaggi di livello, la scalata del Super Sayan che va da zero a beh, Zerocalcare?
Ho fatto la mia parte per diffondere il talento di Michele Rech, in arte Zerocalcare, uno dei maggiori talenti del fumetto italiano che ha venduto milioni di copie, vinto premi ed è talmente famoso che mi pare assurdo che ci sia voluto una serie Netflix per fargli conquistare la popolarità di massa, eppure è andata proprio così, ma andiamo per gradi. Perché la scalata è lunga e si suddivide in molti livelli, partiamo dal primo.
Cavaliere Zedi
Chi leggeva Zero dai tempi del suo Blog, citofonando ad amiche e amici alle due di notte per dire loro: «Oh tu questo lo devi proprio leggere perché è un genio cazzo, sembra che parli proprio a t…», «Oh hai rotto tu e ‘sti fumetti, stavo dormendo!»
Seguite le vie della forZa (che sarebbe la Forza in versione Zero)
Da allora avete comprato tutti i fumetti, La profezia dell’armadillo, Un polpo alla gola e via giù tra esperimenti falliti (il film con attori ispirato dal primo fumetto) fino alla pandemia e il suo “Rebibbia quarantine”, ovvero la prova che Zero poteva parlare a tutti, con quel suo stile così personale, che può mettere d’accordo (quasi) tutti, anche in un periodo e su argomenti su cui volano le mazzate. Insomma, siete profeti della Forza chiamata Zerocalcare, dei veri credenti.
I rinati in Zero
Quelli che a furia di sentir parlare di questo tale di nome Zerocalcare, si sono addirittura convinti a leggere qualcuno dei suoi fumetti, anche se bontà vostra magari li avete chiamati “Graphic novel”, brrrr ve possino voi e ‘ste parolacce! Insomma vi siete spinti fuori dai vostri confini comodi e siete stati conquistati dal talento. Le apparizioni in tv e “Rebibbia quarantine” hanno fatto il resto, benvenuti a bordo! Ed ora, la categoria speciale di questa rassegna, che ha un titolo un po’ lungo ma rappresenta un fattore importante.
Affrontiamo la scottante questione della parlata romanesca.
“Lei è un grande professionista, però vede, lei è ancora troppo identificato con una certa romanità che ci ha rotto un po’ le palle..” (cit.)
“Non mi piacciono i 99 Posse o Gomorra perché non capisco il
napoletano”, “Ok che gruppi ti piacciono?”, “I Pink Floyd”, “Parli inglese?”, “No”
(vero dialogo quindi, storia vera). Non ho altro da aggiungere vostro onore, se non ricordarvi
che se mai dovreste incontrare di persona Denzel o George (per un caffè) non vi parleranno con la
voce di Renè Ferretti, così giusto per ricordarlo.
Qui signora mia una volta erano tutti fumetti
Categoria contorta, appartiene a quelli che erano sulla via per diventare Cavalieri Zedi ma qualcosa è accaduto mentre eravamo impegnati a “Strappare lungo i bordi”. Forse è quella antica sensazione per cui, qualcosa che tenevi nel tuo taschino (vicino al cuore) sia diventata così grande da non poter più starci là dentro, diventata ormai parte della cultura popolare che pretende il suo tributo di sangue: vai in edicola e trovi i pupazzetti di Zero, dell’armadillo e di tutti gli altri personaggi, lo vedi sempre in tv e tutti quelli a cui hai citofonato alle due di notte ti chiedono: «Ma tu lo hai letto Dimentica il mio nome, te lo consiglio è un capolavoro». A questo siamo? Tu che consigli a me?! Davvero?
In ogni sua incarnazione, Secco resta il vero eroe popolare.
Magari siete corsi in fumetteria per comprare “Macerie prime”, gli avete dato bei soldi senza proferire verbo, solo per trovarvi davanti una storia palesemente troncata a metà nel modo peggiore, quello che ha concesso alla Bao di sfornare due volumi, facendoci pagare due volte. Una storia in cui (per quello che ho letto) Zero si lamentava di aver fatto i soldi con i fumetti e che finiva con, la vita come metafora di “Holly e Benji”, cartone che sopportavo poco perché come tutto quello che è legato al calcio non mi attira, quindi niente, col ca… voletto che pago altri soldoni per la seconda parte. Se la Bao Publishing mi avesse chiesto cinquanta carte per un volumone unico, glieli avrei dati ma di essere preso per il naso così, anche no grazie.
Ti senti un po’ come quello che al quarantaduesimo concerto del gruppo che ti ha scaldato il cuore, ti guardi intorno e vedi dei nuovi arrivati che ai tuoi occhi, sembrano tutti ragazzini delle medie anche se hanno quindici anni più di te, mossi però dalla stessa emozione che ti faceva suonare i campanelli nel cuore della notte, anche se ora per sentir suonare il tuo gruppo, devi stare sul prato di San Siro, insieme ad altri ventimila, costretto ad usare ‘sti token di merda, che poi cosa cacchio sono i token? La negazione di anni di economia umana? Un ritorno al baratto? Nessuno lo sa, sai solo che un Heineken annacquata la paghi diciotto Euro. Anche se indossi la stessa maglietta bucata e scolorita del tuo concerto numero uno, con nella pancia la spocchia di chi si atteggia a veterano del Viet “Fottuto” Nam, tu che da grande ambivi ad essere come Willem Dafoe in “Platoon” (1986), ma il sospetto che hai è di esserti già trasformato in quello stronzo sfregiato di Tom Berenger, stesso film.
Qui ci starebbe la citazione sulle scuse, presa dal film di Oliviero Pietra ma ve la risparmio.
Mentre ti bevi la tua birra da niente super costosa, fai di tutto per non guardare nell’angolo là a destra (perché LORO stanno sempre a destra), il che ci porta alla prossima categoria.
I roZiconi
Viviamo in un Paese dove chiunque sta sempre più a sinistra di te, ma anche dove se dici qualcosa di sinistra sei “troppo politico”, perché puoi dire ogni schifezza di destra e nessuno ti dirà mai che sei “troppo politico”. Quindi chi canta, non può parlare di politica, figuriamoci chi fa fumetti.
Inoltre bisogna sempre sparare a zero (in questo caso su Zero), quindi qualcuno crede che per essere davvero di sinistra, sia obbligatorio vivere su una roccia, indossando un saio fatto di buste biodegradabili, a metà tra Buddha e un monaco trappista che però la sua birra la regala, perché non devi fare soldi sul tuo lavoro!
“Bisogna fare un piano: guadagnare beccandosi le critiche oppure vivere di aria?”, “Nemmeno alla piante basta solo l’aria, io te lo dico”
Insomma pensavo che più o meno, le categorie potevano essere queste, invece ho scoperto che l’enorme popolarità di Netflix ha fatto da cassa di risonanza, ora Zerocalcare è il nuovo Squid Game e ci sta, perché cazzo “Macerie prime 2” non lo compro nemmeno se lo trovassi su una bancarella a due Euro (ok, forse in quel caso si), ma cazzo non sono un roZicone e “Strappare lungo i bordi” è un gioiello che è anche un colpo di spugna, che ci rimette tutti sulla stessa pagina, tutti a riconoscere il talento (immutato) del ragazzo di Rebibbia che sa farti ridere tanto, oppure farti salire “Un polpo alla gola” perché al momento, più Mario Monicelliano di lui in questo strambo Paese a forma di scarpa, non esiste nessuno.
Proprio come Zerocalcare sono nato nel 1983, quindi sono un eterno ragazzo parte di una generazione, forse la prima che nasceva con la strada segnata da seguire, già tracciata dalle generazioni precedenti e invece, imprevisto come a Monopoli! La prima generazione precaria in tutto, in amore, nei soldi e nel lavoro. I cugini e i fratelli maggiori (che io non ho, quindi ho dovuto arrangiarmi) avevano Clerks, ma il New Jersey di Kevin Smith è lontano, molto più di Rebibbia anche se il bianco e nero dei fumetti è più o meno lo stesso.

“E che ne so, lei c’ha i vuoti, io c’ho i vuoti ed
insieme li riempiamo” (cit.)

“Strappare lungo i bordi” contiene la stessa emozione di Dimentica il mio nome, temi ricorrenti e struttura collaudata, quelle brevi storie che formano una trama, quasi un flusso di coscienza narrativo. Un modo di raccontare che sa parlare direttamente a te, proprio a te che stai li sul divano e pensi: “Ma sta parlando di me!”
La bellezza di “Strappare lungo i bordi” sta nel vedere negli altri saliti a bordo ora, quella tua stessa emozione della scoperta di Zero, anche in una storia che fa ridere e coinvolge, frutto dell’esperienza di “Rebibbia Quarantine” per una storia che non è un semplice versione animata di un fumetto, ma una storia pensata per l’animazione, che infatti sfrutta una serie di armi di cui il fumetto per sua struttura, non può avere come ad esempio la musica, qui selezionata alla perfezione fin dai titoli di testa cantati da Giancane.
Sicuro che la sigla vi resterà in testa per una settimana, garantito al limone.
Zero poi qui (ri)parte da zero, non perde un minuto a spiegarci perché la sua coscienza sia un armadillo, oppure perché sua mamma sia fatta a forma di Lady Cocca direttamente dal “Robin Hood” della Disney, ormai non serve più spiegarlo, Zerocalcare è così famoso che non ha bisogno di farlo, lo ha confermato con questa miniserie bellissima e fin troppo breve, anche se ogni puntata è bella densa di trovate. Insomma Zero è der popolo ed è bello che al concerto numero boh, ho perso il conto, io possa accannare e ritrovare l’emozione che mi rendeva terrorista dei campanelli, solo che ora non ho più bisogno di dirlo a tutti, lo sanno già.
Il mio compito qui è finito, o forse era già finito tempo fa quindi, annamo a pijà un gelato? (cit.)
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