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Stress da vampiro (1989): il manifesto programmatico del cinema di Nicolas Cage

In quanti stanno aspettando di vedere “Renfield” qui? Anzi, lo avremmo già visto se il miglior doppiaggio del mondo e la sua amica, la nostrana distribuzione, non avessero sempre dei tempi biblici. Poco male, ottima occasione per me per cogliere la palla al balzo e scrivere di quell’altra volta in cui Nicolas Cage è (quasi) stato un vampiro, il mio modo di assecondare i morsi dell’attesa (ah-ah).

Parliamo subito del pipistrello al centro della stanza? “Stress da vampiro”, con tutti i meme che ha generato, potrebbe essere il punto zero della Cage-Mania, il singolo film che ha fatto conoscere al mondo questo straordinario attore, unico nel suo genere nel panorama contemporaneo. Problema: molti conoscono il film solo sulla base dei meme, a ben guardare, lo stesso identico problema di un altro titolo, dove guarda caso l’unico davvero giusto, il solo sul set ad aver capito la trama e il suo personaggio era proprio il nipote di Francis Ford Coppola.

Sto parlando di Il Prescelto, un film che molti hanno visto (e giudicato) solo sulla base dei meme, quindi mettiamola così, mi pare che ci sia una frase in francese che descrive alla perfezione quello che sto per dirvi, suona più o meno così: a me dei meme non me ne frega un beneamato cazzo. Perdonate la pronuncia magari non impeccabile della lingua transalpina.

«Mi piace il tuo approccio Cass, di classe»

Ora, per affrontare questo film in un modo che sia lucido, quindi non un mero elenco di momenti dove Nicola Gabbia si mangia ogni scena in cui compare (quindi tutte), bisogna fare un passo indietro e iniziare a sfatare un po’ di falsi miti su un attore che su “Infernet” viene bollato frettolosamente da un branco di fresconi convinti di sapere, ma in realtà troppo pigri per verificare le informazioni. La leggenda urbana è che Nick Cage sia diventato così popolare per nepotismo e basta, certo ha fatto da tappezzeria in alcuni dei film dello zio, ma è in uno in particolare che il nostro ha saputo prendersi il palcoscenico per non lasciarlo mai più, per altro, con un ruolo che in realtà non voleva, mi riferisco ovviamente a “Peggy Sue si è sposata” (1986).

Il nostro Nicola non era interessato alla parte, per lui il personaggio era ben poca cosa, fin troppo piatto per i suoi gusti, ma zio Francis Ford insistesse e per averlo nel suo film, dovette accettare la condizione imposta dal nipote: recitare le parti cantante del personaggio Charlie Bodell, con un’assurda voce da cartone animato (storia vera).

«Svegliamo quando la premessa di Cassidy sarà finita»

Nel corso degli anni, tanti registi hanno sentito richieste di questo tipo da parte di Cage, possono sembrare tentativi per farsi notare, bizzarrie di un artista eccentrico, in realtà sono mosse studiate per calarsi nel ruolo, infatti Charlie Bodell nel film di Coppola se funziona, è solo grazie alla prova di Nicola, che ha reso il personaggio molto più del solito bullo anni ’50 con il sogno di sfondare nella musica, e parliamo di un film dove Cage recita gomito a gomito con quella faccia di gomma di Jim Carrey, ridotto lui si a fare da tappezzeria dall’istrionica prova del nostro Nicola.

Non è un caso che dopo il suo Charlie Bodell, sia arrivata una gran prova da cartone animato umanoide in “Arizona Junior” (1987) e poi l’ottimo successo al botteghino con “Stregata dalla luna”, che ha definitivamente messo l’eroe di questa Bara sulla mappa geografica. Quindi prima di parlare di becero nepotismo, i film per favore, guardateli. Ah, per la cronaca, a pentirsi di aver insistito per avere il nipotino a bordo, fu proprio Coppola, infatti quando fu il momento di scegliere un nome per il ruolo di Harker, malgrado la pressione dello studio, il regista scelse Keanu Reeves pur di non lavorare ancora con Nick Cage (storia vera), quindi cari fresconi leoni da tastiera odiatori compulsivi di Cage, qui terminano le vostre teorie sul nepotismo.

Ma è adesso che la storia si fa interessante, perché entrano in scena Joseph e Barbara, coppia in crisi che nel tentativo di ricucire lo strappo, organizza una vacanza alle Barbados. Lo so cosa state pensando, non ho battuto la testa, non sono stato morso da un pipistrello (al massimo gli ricambierei il favore stile Ozzy), non ho nemmeno cominciato a scrivere per errore un altro post, perché stiamo parlando dello sceneggiatore Joseph Minion, noto per aver scritto il copione di “Fuori orario” (1985) per Martin Scorsese e dell’allora sua compagna, la produttrice Barbara Zitwer. I due, ormai ai ferri corti alle Barbados non risolvono un bel niente nella loro storia, ma giungono ad un accordo, se tu scrivi una sceneggiatura io te la produco e poi ognuno per la sua strada. Affare fatto!

Da vero fanatico di fumetti, nel primo dialogo il nostro Nick parla dei Fantastici Quattro, quando non era di moda farlo.

Joseph Minion pensò che un horror a basso costo, scritto con il suo stile molto urbano avrebbe potuto funzionare, ma più che alla solita storia di vampiri, lo sceneggiatore era interessato prima di tutto ad adattarla agli edonistici anni ’80, ma soprattutto a sfruttarla per gettarsi alle spalle una storia d’amore finita male. Infatti si inventa la storia di Peter Loew, agente letterario in fortissima crisi personale, che incontra una donna (forse una vampira, forse frutto della mente in picchiata del protagonista) che con il “Vampire’s kiss” del titolo lo rende succube, un vampiro, pronto a tirare fuori il peggio di se stesso. La professionalità di Barbara Zitwer sta tutta nell’essersi riconosciuta nel nemmeno troppo velato METAFORONE e di aver comunque prodotto il film, affidandolo alla regia di Robert Bierman e scegliendo il giusto protagonista, Dennis Quaid.

No aspetta, come Dennis Quaid? Già perché se siete giovanotte e giovanotti, non lo ricordate (non è uno che ha generato molti meme) ma un tempo il buon Dennis era un mammasantissima, interessato alla parte ma costretto a rifiutarla, per saltare nel buio con Joe dante. Posso dirlo? Viviamo nel migliore dei mondi possibili, quello dove la macchina Tuck Pendleton (zero difetti!) ha il volto di Dennis Quaid, mentre Peter Loew è stato assegnato al secondo attore più interessato alla parte, lo stesso Nicolas Cage che ha provocato il primo dei tanti infarti al suo agente. Pensate quando quel poveretto ha scoperto che il suo assistito voleva passare dal successone di “Stregata dalla luna” a mangiare scarafaggi nei panni di un personaggio volutamente disgustoso e insopportabile.

«Davvero Cassidy? Anzi… You don’t say!»

Quello che rende “Vampire’s kiss” ancora oggi un film che merita di essere visto e rivisto, da chi lo conosce solo per i meme per rivalutarlo ma anche da tutti gli altri, per godersi la gran prova di Cage, sta nella bontà di fondo della trama, certo, non è proprio “The Addiction” (1995) di Abel Ferrara, ma sfrutta altrettanto bene il vampirismo come metafora, ma qui viene portata oltre la linea di meta da un solo uomo, il migliore in campo, Nicolas Cage. In fissa con l’espressionismo tedesco come il suo personaggio (che guarda a ripetizione Nosferatu in tv) ma applicandolo alla perfezione ad una nemmeno troppo velata critica agli usi e i costumi degli anni ’80.

Peter Loew è il sottoprodotto della Reaganomics, uno yuppie sulla via della follia che rimorchia donne bellissime, come Jennifer Beals (il massimo della bellezza americana simbolo degli anni ’80) e diventa schiavo di una vampira che forse esiste sono nella sua mente impazzita. In compenso alla povera Alva (Maria Conchita Alonso, altro giro, altra bellezza anni ’80) fa vedere i sorci verdi, costringendola sul posto di lavoro a fare lavori completamente inutili con scadenze impossibili (in pratica come qualunque dei miei colleghi) per il puro gusto di torturarla dimostrandole il suo ruolo di potere. Emblematica la scena in cui impunito, se la ride al bar con i colleghi (maschi ovviamente), come se fosse la normalità divertirsi a far impazzire una sottoposta donna e per di più “latina”, insomma uno che era già un vampiro, prima di diventarlo (forse) davvero.

Gli stessi rapporti tesi con l’altra metà del cielo, Peter Loew li sfoggia con la sua psichiatra, una a cui racconta sogni di gloria di storie d’amore a lieto fine, anche se non serve scomodare Freud per capire che l’idea di una relazione stabile lo terrorizza, provocandogli scatti d’ira violenti, come la celeberrima scena (anche quella estrapolata dal contesto dai meme) di Nick Cage che elenca tutto l’alfabeto, ad ogni lettera inventandosi una mossa diversa, che vista così provoca il AHAHA che matto! In realtà è una “coreografia” pensata dall’attore nei dettagli, provata e riprovata, per risultare sempre più aggressiva nei confronti della donna, ed è qui che veniamo al punto.

Bambini, imparate anche voi l’alfabeto con Nicola!

Ogni scena, ogni riga di dialogo recitata da Nicola Gabbia si porta dietro una scelta di recitazione precisa, il famigerato meme “You don’t say” è figlio della volontà del nostro eroe di mettere alla prova la sua capacità di strabuzzare gli occhi cacciandoli fuori dalla testa, così come il suo marchio di fabbrica, indicare, indicare tutto, indicare con il dito indice come fanno i personaggi della Marvel (da cui prende il cognome) disegnati da Buscema o da Jack Kirby, come se da quella parte stesse arrivando l’apocalisse.

«Citazioni Marvelliane, mi piace Cass… Excelsior!»

La prova di Nick Cage in questo film è sublime perché ha dei momenti comici, come possono essere certi comportamenti di una persona che dà in escandescenze, ma allo stesso tempo risultano patetici, dolorosi, masochistici fino ad arrivare ad essere completamente drammatici, in un film che all’inizio, magari potrà anche farvi ridere o sorridere, ma con il passare dei minuti (e quel finale), beh, non so proprio cosa ci sia da ridere.

Una dedizione totale alla causa, alla trama e al personaggio che sacrifica il corpo per lanciarlo oltre l’ostacolo. Robert Bierman aveva organizzato una scena in cui Nicolas Cage avrebbe dovuto divorare avidamente un uovo, per mettere in chiaro la fame del personaggio, ma per il nostro Nicola un uovo non era abbastanza cinematografico, meglio uno scarafaggio, vivo possibilmente. Come Renfield in ogni sua apparizione cinematografica, malgrado ogni fibra del corpo dell’attore NON volesse divorare uno scarafaggio (scelta di cui poi si è pentito, ma secondo me solo fino ad un certo punto) alla fine lo ha fatto per davvero, e ditemi se non ha avuto ragione lui, al netto del risultato finale sullo schermo.

Quando telefoni al tuo dentista perché hai urgente bisogno di una detartrasi.

Divani trasformati in bare, canini in plastica che sembrano quasi citazioni Romeriane, la prova di Nicolas Cage è quella di un uomo in missione, che nel 1989, rende omaggio ai grandi, nella scena in discoteca sembra di guardare un Max Schreck a colori, perfetta sintesi di stile anni ’80 ed espressionismo tedesco che si fondono in una sola persona, lui, Master Cage con il cuore lanciato oltre l’ostacolo.

Che dite? Ora è chiaro il modello?

Volete saperlo come andrebbe guardato “Stress da vampiro”? Come se fosse un film muto degli anni ’30, ogni tanto sfornano inspiegabili edizioni in bianco e nero di molti film moderni, ecco una così per “Vampire’s Kiss” ci starebbe tutta, perché Nicolas Cage in certi momenti, va oltre il copione e recita i sentimenti e anche la follia del suo personaggio, utilizzando il puro e semplice linguaggio del corpo, un esempio? Quando si aggira per strada, già molto in là lungo il viale della follia, chiedendosi ad alta voce come ha fatto ad innamorarsi di quella là, lo fa solo perché sul copione ci stava scritta quella battuta, perché basta guardarlo camminare e gesticolare, per capire cosa stia pensando il personaggio, prima che lo dica per davvero.

“Vampire’s Kiss” è la critica di Nick Cage agli anni ’80, un decennio che ora viene ricordato come caramellosamente intrappolato nell’ambra, ma che aveva angoli vivi e bordi molto affilati, non è un caso se prima Bret Easton Ellis e poi Chris Bale abbiano pescato a piene mani dalla prova di Nicola Gabbia per il loro “American Psycho”, diventato un film solo nel 2000, quando ormai già da tempo il nostro Nick aveva calato la pietra tombale sugli yuppie e tutti i danni fatti dalla Reaganomics.

Immaginate tutto questo in bianco e nero e con l’organetto in sottofondo ed è subito impressionismo tedesco.

In “Stress da vampiro” Nicolas Cage regala una prova degna dei divi del muto alla quale spesso si ispira, un modo di calarsi completamente nei panni di uno spostato, con la volontà di vedere fino a che punto il pubblico lo seguirà. Nulla mi toglie dalla testa che i semi del suo Oscar vinto per “Via da Las Vegas” (1995), quello che fa venire l’ulcera a tanti suoi detrattori leoni da tastiera e che crea imbarazzo a chi ancora crede al valore dei premi cinematografici, in realtà siano tutti qua, le prove generali per un alcolizzato, che prima era stato (forse) un vampiro.

Nick Cage in questo film non ha solo gettato le basi per il suo mito, ma ne ha fatto quasi un manifesto programmatico della sua idea di cinema, del suo modo di calarsi nei ruoli con una dedizione totale, figlia della sua capacità di capire i personaggi e di rendere artistico, narrativamente sensato, anche molto cinematografico, il suo andare sopra le righe, alla faccia di quei poveri di spirito che lo etichettano come “inespressivo”, non so che film abbiate visto per rendervi ridicoli con affermazioni del genere. Forse i film andrebbero visti, non solo commentati sulla base dei meme, anche perché se “Vampire’s Kiss” non è la miglior prova di Nicolas Cage, allora resta sicuramente la sua più importante. Ed ora si, siamo pronti per godersi il suo Dracula in “Renfield”, a breve su queste Bare.

Sepolto in precedenza giovedì 25 maggio 2023

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