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Suburra la serie – Stagione 1: Ridefinire i nuovi canoni della bruttezza

«Sei brutto come
la fame». No, non va bene, la fame è brutta, ma a voler essere molto ottimisti,
se non altro fa dimagrire. «Sei brutto con un quadro di arte moderna». No, ma perché
questo qualunquismo, poi l’arte moderna può essere anche una figata dai, ci
vuole qualcosa di più incisivo, ecco ci sono! «Sei brutto come Suburra, la
serie» ecco! Questo va bene, l’insulto definitivo!



La dirò fuori dai
denti: sono stato tra quelli che ha apprezzato moltissimo Suburra, la corsa per accaparrarsi le spiagge di Ostia per
trasformarle in una romana Las Vegas tra criminali piccoli o grandi e intrighi
politici ai massimi livelli. Stefano Sollima (figlio di cotanto padre) è stato
bravissimo a sfruttare le ottime prove dei suoi attori, in un’atmosfera tirata,
notturna, piovosa, la cosa davvero incredibile è che il film funziona benissimo
come il possibile inizio di una serie tv. Insomma, Sollima aveva mostrato la
strada, sarebbe bastato seguirla: troppo facile porco mondo?
Inoltre, arrivo da
una striscia positiva di prodotti italiani che hanno riabbracciato quasi
completamente il cinema di genere, regalandoci supereroi italiani, ma anche strambe gare di corsa al retrogusto
di rivalsa. Per non parlare delle serie tv, senza scomodare “Romanzo criminale”,
lasciatemi almeno citare quella ispirata a Gomorra,
entrambe produzioni Sky che evidentemente i tipi di Netflix invidiavano un
pochino.
Sì, perché era già
stato largamente annunciato che il film di Sollima, prodotto proprio da
Netflix, sarebbe stato solo il punto di partenza ed ora che è arrivata questa “Suburra
– La serie” o meglio ancora “Suburra: Blood on Rome” (titolo già pronto per il
mercato esterno), posso tranquillamente dire che non solo il progetto è
naufragato malamente, ma si è anche conclusa nel modo più penoso possibile
quella striscia vincente di titoli italiani che mi stavano piacendo. Insomma,
una tragedia su tutta la linea!


Anche con photoshop non state tanto ben messi.

Questa serie
nasce come ideale prequel del film, un punto di origine di cui non si sentiva
proprio il bisogno visto che il film di Sollima lasciava il tavolo
apparecchiato per continuare la storia, ma non è né la prima né l’ultima scelta
infelice fatta dalla produzione, che riesce nell’autorevole impresa di riuscire
a sbagliare tutto.

Il film iniziava
5 giorni prima del 12 Novembre 2011, il giorno dell’apocalisse come veniva
chiamato nel film, la caduta del governo di un certo Premier amante
delle barzellette, ecco “Suburra – La serie” inizia con una piccola scena
introduttiva che ci mostra il futuro di quello che succederà nella puntata,
solo che lo fa in TUTTE le puntate, con il risultato che metà degli episodi si
ritrovano con l’unico colpo di scena dell’episodio già rovinato prima della
sigla, mentre l’altra metà risulterà deludente, perché comunque il colpo di
scena è spesso costruito in funzione del medesimo, dimenticando quindi anche le
minime soluzioni che la logica suggerirebbe.
Ad esempio, se è
previsto che qualcuno faccia irruzione in casa di qualcun altro armato, ad un
certo punto dovresti farmi pure vedere COME fa ad entrare, specialmente se ci
mostri il tizio inseguito che si chiude la porta alle spalle quando entra in
casa (!). Ma non vi preoccupate perché questo è solo inizia rispetto a personaggi
che si suicidano per futili motivi, o altri attorno a cui ruotano complessi
accordi sotto banco uno meno credibile dell’altro.


“Ah l’hai scritta tu ‘sta roba? Inizia con cento frustate dai”.

Al centro della
storia ci sono ancora le spiagge di Ostia, in possesso del Vaticano, perché la
premessa (CREDIBILISSIMA!) iniziale è che il Vaticano, debba vendere questi
terreni per risolvere dei problemi di liquidità. Il Vaticano! Lo stato che non
paga le tasse perché altrimenti guai, il cui capo di Stato vola su aerei della
compagnia aerea sì, ma non del suo Stato. Insomma, vabbè “Suburra” è una serie
di fantascienza ok, facciamo finta che il Vaticano sia senza soldi, sì, dai
poverini, andiamo avanti perché il bello arriva ora, anzi il brutto.

Chi vorrebbe
accaparrarsi questi terreni? Un po’ tutti, ad esempio la contabile del Vaticano
interpretata da Claudia Gerini (e qui avrei già dovuto sentire puzza di
bruciato, diciamo bruciato, ecco), che attraverso favori, favorini una mano lava
l’altra e tutte e due organizzano un’orgia per il vescovo, cercano di
influenzare la decisione dei porporati di vendere i terreni all’azienda di
proprietà del marito di Claudia Gerini. No, perché non è un conflitto di
interesse il fatto che la moglie… Vabbè, ma che sto dicendo, siamo comunque in
uno strambo Paese a forma di scarpa, questa è normale amministrazione.
La faccenda si
complica quando la Gerini, ha la brillante idea di far organizzare l’orgia e il
relativo giro di droga associato Gabriele “Lele” Marchilli (Eduardo
Valdarnini), che voi direte: è un mega boss criminale che tiene in pugno la
criminalità Romana, con agganci in alto nei salotti bene della capitale. Ma va!
E’ un ragazzetto che sta organizzando la sua prossima festa di laurea e che per
di più, è il figlio di un poliziotto!


“Facciamo un bel brindisi a quest’altra cazzata di sceneggiatura!”.

Tutta roba che
già non avrebbe molta logica in una serie scritta bene, figuriamoci in questa
dove le svolte avvengono a caso, dove i personaggi si muovono per la strade di
Roma quasi del tutto prive di macchine e gli spostamenti avvengono in un tempo
ridicolmente breve. No, sul serio parliamo di Roma, una delle città più grandi e
congestionate d’Italia, io sono sicuro che i Romani darebbero via due dita di
un piede perché il traffico della loro città fosse quello che si vede in questa
serie!

Non è certo un
dettaglio da poco questo, perché le trame spesso ruotano sul fatto che i
personaggi passino di lì per caso e s’incontrino tra di loro, oppure che
riescano a raggiungere il punto opposto della città, in tempi degni del
teletrasporto di Star Trek.
Non esiste alcuna
cura in fase di scrittura di questa serie, i personaggi devono fondare una
società fittizia con tre soci, boh basta una firma di uno dei tre su un foglio.
In italia? Poi mai come in questo periodo sono ultra sensibile alla macchinosa
burocrazia di uno strambo Paese a forma di scarpa e questi risolvono le trame
così, bah!


Del gruppo questo è quello bravo a recitare, incredibile ma è così.

Ma il resto dei
personaggi sono quelli che affossano per sempre il livello di questa roba che
non ho nemmeno il coraggio di chiamare serie. Alessandro Borghi ossigenato
interpreta il trucidissimo Aureliano, figlio del Boss che spera di uscire dall’ombra
paterna e bla bla bla altra roba vista mille milioni di volte in prodotti del
genere. Bene, quando ho visto recitare il primo dialogo in “Romanesco”
(virgolette obbligatorie) a Borghi ho pensato: «Questo a recitare è un
cagnaccio maledetto»,

Quando, un
attimo dopo, è entrato in scena Spadino (Giacomo Ferrara), il giovane Boss di
origine zingara con problemi di sessualità non ben definita la mia reazione
immediata è stata: «Ok, mi rimangio tutto, quello tinto di prima sembra Marlon
Brando a confronto di questo».


Una voglia di prenderlo a schiaffi finchè non impara a recitare (potrebbero volerci anni).

No, sul serio, un
tripudio di facce e faccette sforzate, atteggiamenti da duro e da pazzo che
fanno tenerezza e poi dei silenzi, silenzi eterni, silenzi pure imbarazzanti perché
è chiaro che gli attori sul set stiano aspettando il “Ciak” del regista, quindi
vedi questi poveretti che già di loro non sono stati baciati dal dono del
talento (marò come sono buono oggi!) che stanno lì ad aspettare qualcuno che
gli dica di recitare la loro battuta in romanesco, o presunto tale.

Sì, perché tutti
gli attori non solo recitano SEMPRE davanti ad un monumento caratteristico della
città, come se a Roma non ci fosse altro che l’altare della patria e qualche
altro panorama da cartolina con strade vuotissime e bus che arrivano sempre in
orario (e vuoti), no! Lo fanno anche con una cadenza romanesca imbarazzante.


“Perché questi cortili romani sono pieni di sassi?” , “Credo si chiamino ruderi” (Cit.)

Il cast della
serie tv Gomorra è composto tutto da attori napoletani, dettaglio fondamentale
per il loro accento, quelli di “Suburra – La Serie”, parlano con l’accento romano
che potrei fare io se improvvisamente battessi la testa e decidessi di parlare
in quella che è un’idea di romanesco posticcio.

Ora, io non
pretendo di essere un esperto di parlata romana anzi, però non è sufficiente aggiungere
ad un accento posticcio un paio di “Anvedi sto stronzo!” (frase che sentirete
ripetere tipo 873 volte) a caso per dire: “Eccomi! Sono il vostro tipico abitante
di Roma”.
La serie va
sotto bevendo dall’idrante anche nel confronto diretto con il film di cui
dovrebbe essere un prequel, il personaggio del Samurai, qui interpretato da Francesco
Acquaroli, sembra il cosplayer di quello che nel film aveva il volto di un Claudio
Amendola in una di quelle volte che è sceso dal letto con la voglia di
recitare. Il Samurai del film era l’eminenza grigia dietro a tutto, quello che
faceva del suo basso profilo e del suo carisma la sua forza, quello della
serie? Un vecchio con lo scooterone.
Questa serie
merita di essere demolita scena per scena da quanto fa schifo. La scena della
pozza è un apice assoluto, Aureliano e Spadino devono ammazzare qualcuno, ma
perché non riempire l’attesa andando in una pozza putrida a chilometri di distanza
a farsi il bagno in mutande, con Spadino che cerca di recitare la faccia di un ragazzo
gay che nasconde il suo desiderio, passando per uno con un grave problema di
costipazione, mentre l’altro, truzzo e omofobico che si fa spalmare il fango
sulla schiena. No, sul serio, meglio dieci film dell’Asylum, meglio cento film
con Steven Seagal di quelli che fa per pagarsi i vizi, ma tutta la vita
proprio!


La maledizione di “Tulpa” colpisce ancora.

Ah, ma io dovevo
capirlo, quando ho visto spuntare la Gerini avrei già dovuto mollarla lì, roba
che quelli che hanno criticato le parti di dialogo di John Wick 2 se mai vedessero ‘sta roba potrebbero avere un colpo
apoplettico. Mai una faccia azzeccata, mai una battuta pronunciata con i tempi
giusti, credibilità al minimo storico, non si scappa dalla maledizione di “Tulpa”
(2012), se vedete recitare la Gerini in un film italiano seguite il consiglio
di Gandalf il mago: «Fuggite schiocchi!».


Insomma, una serie bellissima davvero, se vi sentite in una fase delle vostra vita in cui avete bisogno di rivalutare la vostra routine, guardatela, dopo vi sembrerà tutto più bello!
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