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Sulla mia pelle (2018): Ho combattuto la legge (e la legge ha vinto)

Immagino sappiate tutti chi era Stefano Cucchi vero? Non
avete certo bisogno di me per saperlo. Di conseguenza, immagino anche che
ognuno di voi si sia fatto la sua idea su questo fatto di cronaca che è un
nervo scoperto del nostro strambo Paese a forma di scarpa. Non ho certo
intenzione di farvi cambiare idea, non lo faccio mai, al massimo posso gettarvi sul tavolo un paio di argomenti e se ci riesco, magari a consigliarvi un buon film da
vedere.

Proprio perché la morte di Stefano Cucchi è una ferita
ancora aperta, non vogliamo aggiungerci un po’ di casino attorno al film di Alessio
Cremonini? Eh no dai, non facciamoci mancare niente. Presentato in anteprima
all’ultimo festival del cinema di Venezia, “Sulla mia pelle” è uscito qualche
giorno fa in contemporanea nei cinema Italiani distribuito dalla Lucky Red, ma
lo stesso giorno anche in streaming su Netflix, giusto per gettare altra
benzina sul fuoco nell’eterna lotta tra la distribuzione in sala e il cinema da
guardare sul divano di casa propria.
A questo aggiungete anche le proiezioni gratuite organizzate
da studenti e movimenti vicini alla famiglia Cucchi che proprio sfruttando il
servizio offerto da Netflix, hanno trasformato tante città in cinema a cielo
aperto, con il sottofondo musicale offerto dal digrignare dei denti degli
esercenti e di chi ‘ste zecche di merda gruppi antagonisti vorrebbe manganellarli
si dedicassero ad altro. Qui dalle mie parti ad esempio, il cinema Ambrosio di
Torino ha tenuto duro, organizzando un fine settimana di proiezioni invitando
tutti a fare l’unica cosa che si dovrebbe sempre fare con i film, e le opere d’arte
in generale prima di giudicarle: Guardarlo e farsi una propria idea.

Il personaggio immaginario di nome Stefano Cucchi.

A mio avviso, il modo migliore per fruire di un film come “Sulla
mia pelle” è dimenticarsi per un momento tutti i precedenti fin troppo reali e
pensare che si tutta una storia immaginaria, bisogna dire che fino ai titoli di
coda, il film di Alessio Cremonini ti permette davvero di farlo, il che secondo
me è un bene vista l’atmosfera così rilassata attorno al vero fatto di cronaca, ed è solo il primo dei meriti
che ho riscontrato in questa pellicola.


Quindi mettiamoci in quest’ottica, la storia (totalmente di
fantasia) di un trentunenne romano di nome Stefano Cucchi (Alessandro Borghi,
lasciatemi l’icona aperta su di lui, che dopo ci torniamo) che la notte del 22
ottobre 2009 viene arrestato per possesso di dodici pacchetti di hashish e tre
di cocaina, con evidenti lividi su di un corpo già provato dalla malnutrizione,
Stefano al processo si dichiara innocente per quanto riguarda lo spaccio, ma
colpevole per la detenzione ad uso personale, e nei vari passaggi da un
ospedale all’altro, a volte rifiuta le cure mediche, spesso dichiara di essere
stato percosso dai Carabinieri che lo hanno arrestato, ma la sua corsa termina in
custodia cautelare all’ospedale Sandro Pertini, dove il ragazzo muore, e non
ditemi che avrei dovuto scrivere “SPOILER” dai.
Il film di Alessio Cremonini ricostruisce gli ultimi sette
giorni di vita di Stefano Cucchi senza nessuna concessione all’agiografia, e
questo è la prima notevole freccia all’arco di questa pellicola, che si limita
a portare in scena unicamente i fatti che sono stati comprovati anche in sede
giudiziaria, senza mai scadere nella tentazione di santificare Cucchi e di mostrare
i tipi in divisa come bestie assetate di sangue, questo non solo fa sì che “Sulla
mia pelle” sia un film che chiunque può seguire indipendentemente dalla sua
posizione riguardo ai fatti reali, ma contribuisce moltissimo al coinvolgimento
con la storia.

Le mie prigioni.

Non mostrare mai questo famigerato pestaggio di cui Stefano
a volte parla in modo esplicito («Voi guardie ve ne siete accorti subito e il
pubblico ministero no? Sono regali dei carabinieri ‘sti lividi») a volte prova
a scherzarci, per quando sia possibile farlo vista la condizione, barricandosi
dietro ad una fantomatica caduta dalle scale («Quando la smetteremo di
raccontare ‘sta cazzate delle scale?» , «Quando le scale smetteranno di
menarci»), mentre in altri momenti semplicemente fa spallucce e nega tutto,
anche quando sarebbe stato lecito (e comprensibile) parlare.

Quello che tiene su tutto la struttura narrativa di un film,
ve lo ricordo, basato su un personaggio immaginario come Stefano Cucchi, è il
dubbio intorno al personaggio, il ragazzo interpretato da Alessandro Borghi ha
precedenti e parliamoci chiaro, non sembra proprio il soggetto più affidabile
del pianeta, in tal senso Alessio Cremonini autore anche delle sceneggiatura è
bravissimo a mostrarci davvero tutti i risvolti di un personaggio, su cui tutti
nella realtà, hanno espresso il proprio giudizio, mentre l’intento del film è
quello di sospenderlo quel giudizio riportando tutti i fatti, e gran parte
della caratterizzazione di Cucchi passa anche dalla sua famiglia.

Per uno che finisce dietro le sbarre, fuori resta una famiglia.

Jasmine Trinca nei panni di Ilaria Cucchi, ad un certo punto
del film dichiara proprio che le cazzate di suo fratello le hanno sentito per
anni, al momento la priorità è riportarlo a casa e poi chiarire con lui cosa è
accaduto davvero, e qui sta davvero tutta la questione. “Sulla mia pelle” porta
in scena il dramma vissuto da Stefano Cucchi ma anche dalla sua famiglia, un
nucleo famigliare provato dalla vita con un figlio o un fratello tossico e
tutto il carico di bugie che anni di dipendenza si portano dietro.

Per quanto tu possa voler bene a tuo figlio o a tuo
fratello, potrai ancora credergli dopo anni in cui per amore nei suoi confronti, hai dovute passarene di tutti i colori? Una menzione speciale la merita Max
Tortora nei panni di Giovanni Cucchi, padre di Stefano, un attore che abbiamo
visto spesso in tv e anche in svariati ruoli comici, che qui è davvero bravo nel
mostrarci la stanchezza di un padre che ormai anziano, per usare le parole del
personaggio, non è più quello di una volta che andava a recuperare suo figlio
strafatto alle tre di notte. Proprio per questo il modo in cui la famiglia
Cucchi tenta invano di sfidare la burocrazia per avere notizie del ragazzo, diventa ancora più coinvolgente, anche se raccontato dal regista Alessio
Cremonini senza nessuna concessione ai lacrimoni facili, insomma l’approccio
migliore per questa storia che oh! Io ve lo ricordo, è immaginaria giusto?

“Ma non ti ho già visto in tv?” , “Ma ti sembra il caso di fare lo spiritoso?”.

In questo senso “Sulla mia pelle” diventa una versione contemporanea
e ambientata in Italia di “Il processo” di Kafka, il cui Stefano subisce un
lungo martirio che non si meriterebbe nemmeno se avessimo la certezza della sua
colpa, proprio perché ad essere veramente Kafkiano è il sistema e i suoi meccanismi
in cui Cucchi finisce intrappolato.

Il film di Alessio Cremonini fa una concessione alla realtà
solo nel finale, quando le immagini della vera Ilaria Cucchi ci ricordano la difficile
crociata della famiglia del ragazzo, ma grazie alle scritte che compaiono sullo
schermo, si solleva anche il velo sulle idiosincrasie di Stefano, per assurdo
senza gli ultimi secondi, “Sulla mia pelle” sarebbe stato un film ancora
migliore, perché avrebbe totalmente delegato allo spettatore e alle sue
riflessioni, il compito di interrogarsi su un sistema che dovrebbe garantire le
giustizia ed eventualmente la pena per tutti, e non triturare chi finisce nel
tritacarne nascondendosi dietro a burocrazia infinita, scaricando le colpe e
lasciando che l’opinione pubblica, sempre molto pronta a chiedere teste per
zittire l’indignazione, renda il tutto più accettabile.
Proprio per questo la voce registrata del vero Stefano
Cucchi sui titoli di coda ha cittadinanza in una pellicola così, ma serve più
che altro a sottolineare l’ottima prova anche vocale di un Alessandro
Borghi molto bravo, di cui vi ero debitore di un’icona lasciata aperta, eccola che arriva!

“Cassidy ma non ho già sofferto abbastanza, ti ci devi mettere pure tu?”.

All’annuncio di Borghi avevo qualche dubbio, in “Non essere
cattivo” (2015) era bravo ma si faceva oscurare da uno scatenato Luca Marinelli, in Suburra di Stefano Sollima faceva una
particina secondaria, mentre purtroppo nella successiva serie televisiva omonima era il protagonista, dico purtroppo perché per via
di episodi scritti con parti poco nobili del corpo, Alessandro Borghi recitava
spesso dialoghi ben oltre la risata involontaria, tipo lo (s)cult: «Mi fai
schiiiiiiiifo!» se avete visto la serie (poveri voi…) di sicuro sapete di cosa
sto parlando.

Qui invece Alessandro Borghi è davvero molto bravo, certo
bisogna dire che ultimamente il nostro cinema gli sta offrendo la possibilità
di specializzarsi nel ruolo del piccolo criminale romano, ruolo in cui ormai
Borghi è ferrato, ma il suo Stefano Cucchi funziona perché ha la sfiga che
potreste avere voi oppure io (io sicuramente), la prova dell’attore
contribuisce molto a far provare empatia per questo ragazzo, che colpevole o meno,
non merita di essere finito in una situazione del genere.
Per certi versi il film mi ha ricordato, anche nella messa
in scena molto asciutta, “Hunger” (2008) di Steve McQueen, Borghi non perde lo
stesso numero di chili che ai tempi aveva perso Michael Fassbender per raccontarci dello
sciopero in carcere dell’esponente dell’IRA Bobby Sands, me fa comunque un
lavoro fisico notevole, un “Renton”
(passatemi il paragone ardito con “Trainspotting”) che somiglia a tanti altri “Renton”
che magari abbiamo conosciuto, anche da vicino nelle nostre vite.

Le ragioni? Non ci sono ragioni (Cit.)

La ciliegina sulla torta è proprio la prova a livello
vocale, come testimonia la voce registrata del vero Cucchi sui titoli di coda, attraverso
la quale Borghi riesce davvero a farci provare empatia per un ragazzo,
incastrato in un sistema da cui non esiste via d’uscita, nemmeno se fossi
completamente innocente.

Ed è proprio qui che “Sulla mia pelle” rivela tutta la sua
forza, perché facendoti dimenticare per 100 minuti tutto il bombardamento
mediatico che il caso di Stefano Cucchi si porta dietro, ti costringe a fare
quello che dovrebbe fare sempre il cinema di buona fattura, o per lo meno
quello che piace a me, ovvero non moralizzare, ma al massimo, riflettere sugli eventi e su
un sistema penale in cui potremmo tutti perderci tra la sue lacune, perdersi e in fin
troppi casi perdere la vita. La bellezza di “Sulla mia pelle” è quella di farti
dimenticare che la pelle livida e dolorante in questione, ieri è stata quella
di Stefano Cucchi, domani potrebbe essere quella di qualcun altro, quindi ben
vengano più film come questo, penso che siano sono più utili, efficaci ed intelligenti di tutti
i possessori di quelle dita puntate, ansiose di distribuire giudizi.
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