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Sunshine (2007): set the controls for the heart of the sun

Preparate la crema solare, e mettetene un bel po’, Quinto Moro ci porta tutti a fare un viaggio nel sole. Non preoccupatevi per il caldo, si parte di notte.

Mi fa strano pensare che raramente penso a Danny Boyle come uno dei miei registi preferiti. Eppure ogni volta che vedo un nuovo film dell’inglese di Manchester, o ne rivedo uno, mi ritrovo per tutto il tempo a pensare che gran regista è. E di come, dietro quel suo stile ben riconoscibile nella confezione, dalle inquadrature al montaggio, all’uso dei colori e delle musiche, ci sia un vero e proprio Autore, coi suoi temi ricorrenti e le sue piccole ossessioni.

Il fatto è che Boyle è così bravo da non dare mai la sensazione di sbatterti in faccia i suoi concetti e le sue idee mentre gioca coi generi, o sarebbe più giusto dire che i generi li rivolta e li stravolge come gli pare piegandoli al suo stile. Che poi è quello che fanno i Grandi.

«Se in questo film volete usare il metodo Stanislavskij, vi ho preparato le docce al napalm»

“Sunshine” non è il più famoso né il più citato nella carriera di Boyle, ma è invecchiato benone. Il budget di circa 40 milioni, che si vedono tutti e anche di più, se l’è mangiato in buona parte la CGI e le scenografie, ma forse oggi non basterebbe per mettere sotto contratto il po’ po’ di cast che si ritrova. Peccato che all’epoca nessun volto avesse raggiunto popolarità tale da portare la gente in sala, il film non ripagò i costi e fu ignorato malamente negli States, nonostante parte del cast fosse stata scelta proprio pensando a facce e accenti buoni per la distribuzione yankee. Oggi sarebbe pubblicizzato per i suoi nomi da Oscar, ma resterebbe comunque azzoppato da quella locandina che faceva sembrare il film la versione pezzotta di Armageddon, quando invece per stile e intenti è l’anti-Armageddon.

Ho visto casting meno riusciti di questo.

Il film fu venduto come opera di grande accuratezza scientifica, con fior fior di scienziati ad assicurarsi veridicità e coerenza. La vocina nella testa di Danny Boyle era così rumorosa che il suo “e ‘stigazzi!” riecheggia attraverso tempo e spazio per giungere fino a noi: qua non si fa scienza, si fa cinema. La premessa fantascientifica viene regolata in sessanta secondi netti dalla voce fuoricampo: il sole sta morendo e andiamo a buttarci dentro una bomba, tipo defibrillatore atomico. Il papà della bomba è il fisico Capa interpretato da Cillian Murphy versione capellone, alle prove tecniche da bombarolo. È richiesta una certa sospensione dell’incredulità e va benissimo così: sole morente = bomba = missione potenzialmente suicida, con contorno di disgrazie incombenti e qualche tipico cliché del genere, come la prima missione misteriosamente fallita, che diventa il vero punto di svolta della trama.

«Io sono d’un’altra razza, son bombarolo!»

Boyle gioca coi generi, parte dalla fantascienza e vira sul thriller fino alle soglie dell’horror, col finale che è un vero e proprio slasher nello spazio, sulla scia dei grandi classici presi a modello – “2001”, Alien, e una spruzzata di Punto di non ritorno perché no – ma con una personalità propria ben definita. Lo scopo del regista e del fido scudiero Alex Garland alla sceneggiatura, è mostrare le crepe nella natura umana, i comportamenti in condizioni critiche, i limiti che le persone sono disposti a superare. A rendere ancora più forte il tutto è il fatto che si tratti di scienziati, che nell’equipaggio non vige la democrazia e la precedenza sulle azioni dev’essere dettata dalla competenza, il che stabilisce anche chi è più sacrificabile.

Dopo aver introdotto i personaggi, la trama vira sul mistero della missione fallita. Peccato che tutto quel sole abbia cotto le teste all’equipaggio, tanto da fargli ignorare la legge di Murphy. Seguire il piano o scoprire cos’è successo agli altri? Giocarsi le proprie carte o rilanciare? Dopotutto, cosa può andare storto? Spoiler: tutto. Rischio e opportunità. Colpa e responsabilità. Una spirale di eventi imprime alla pellicola un ritmo via via più sostenuto, verso un finale teso e tiratissimo.

Nello spazio nessuno può sentirti urlare: «Ve l’avevo detto!»

Il cast lavora bene, spesso di sottrazione, come fa Cillian Murphy, mentre Rose Byrne spicca ad ogni inquadratura, la più empatica e umana. Ci sono anche Michelle Yeoh e un giovane Benedict Wong, bravi a giocarsi il poco spazio a disposizione. La sorpresa però è Chris Evans, in bilico tra la testa calda e il duro, severo ma giusto, forse quello con più sale in zucca e che rischia tutto pur di salvare la missione. Quasi ingiudicabile la prova di Mark Strong, che comunque fa il suo, con quello sguardo metterebbe una paura fottuta anche senza trucco prostetico.

Il finale sfocia nel vero e proprio horror, può spiazzare e lasciare straniti. Anzi, a qualcuno sembrerà una porcheria, come se Boyle e Garland abbiano tirato il proverbiale calcio al secchio del latte. Eppure la deriva horror presa dal finale ci sta per come il film si sviluppa. Le scelte fatte conducono l’equipaggio ad una sequela di disastri sino alla perdita totale di controllo, e di varie litrate di sangue. Da ultimo, in prossimità del sole, Boyle spinge su inquadrature distorte e vorticose, con montaggio nervoso e fermo immagine. I personaggi non hanno più punti di riferimento, né noi spettatori. È il delirio.

Momenti horror di un certo livello

Come ogni film di Danny Boyle alla confezione tecnica non si può dire nulla, inquadrature in movimento e maestose riprese dell’astronave e del sole. Un po’ eccessiva la scena finale nel cuore della bomba, ormai il film ha spinto così tanto al limite che vale tutto. Fantastica la fotografia coi colori freddi che si alterna al giallo acceso della vampa solare, in un gioco di contrasti molto ben riuscito. La colonna sonora fa il suo bel lavoro, senza pezzi movimentati o accattivanti ma sonorità azzeccate per lo spazio e le atmosfere angosciose che vuole evocare. Magnifico il tema di John Murphy nella drammatica scena che conclude il primo atto, quello più equilibrato prima del cambio di velocità e di registro.

Certo che chiamare “Icarus” una missione del genere è volersi tirare addosso la sfiga.

Alla prima visione non avevo apprezzato la parte finale, né l’apparizione di Strong né quegli sfarfallii che accompagnano ogni sua inquadratura. Rientra però nella logica di un cattivo che ha trasceso la sua umanità, come fuso con la luce solare, una specie di emanazione del male che si manifesta attraverso la luce. Oggi mi sembra una scelta intrigante, forse non del tutto riuscita, ma valida perché è la deriva estrema di quanto abbiamo visto sin dai primi minuti: gli effetti dei “bagni di sole” sulla psiche e sul corpo umano.

L’assenza di scene ambientare sulla Terra smorza la tensione apocalittica evocata nell’intro, ma si avverte un clima da ultimi giorni dell’umanità, un’umanità spinta ai confini di sé stessa, delle proprie decisioni e scelte, sul punto di perdersi nell’immensità dello spazio. Ed è bello che un film con la posta in gioco tanto alta sia spoglio da pomposi eroismi, anti-epico eppure spettacolare, con un sole sempre opprimente, entità invadente e spietata, che assume toni divini per come annichilisce le persone.

Rivedendolo a distanza di anni, “Sunshine” non mi dà più l’idea di un oggetto estraneo nella filmografia di Danny Boyle, al contrario conferma come sia percorsa da un sottile filo conduttore sui temi del rischio e della possibilità, qui portati all’estremo, ma anche l’autosabotaggio di cui sono capaci gli esseri umani.

Grazie a Quinto Moro per averci illuminato la giornata con questo film. Se volete farvi abbagliare dal suo talento potete esplorare la sua libreria di racconti cliccando fortissimo QUI.

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