
Inizio settimana sulla Bara caratterizzato da titolo per cui un po’, non voglio dire facevo il tifo, e che nemmeno mi hanno generato aspettative, ho imparato a valutare i film per quello che sono, diciamo però che, come ogni appassionato di cinema che si rispetti, la mia aspirazione massima sarebbe sempre quella di vedere bei film, speravo che “Supergirl” potesse fare parte di questa categoria.
Anche perché, parliamoci chiaramente, ne ho le palle piene di questi sedicenti esperti di fumetti, che non hanno mai nemmeno guardato le figure, e che sfoggiato attestati da esperti, basati esclusivamente su argomentazioni profondissime del tipo: «A me piace quindi è un capolavoro e tu puzzi.»
“Supergirl” non è figlia di chi cucina i piatti con il Woke e nemmeno del politicamente corretto alla grappa, ma è un personaggio che esiste dagli anni ’70, insomma da quando l’emancipazione femminile andava più forte dei Social-così. Tostissima e sfigatissima in parti uguali, pochi autori hanno saputo farla emergere per quella che è davvero, il pubblico dei lettori, storicamente maschietti – perché le femminucce lettrici in numero consistente sono arrivate purtroppo molto dopo – hanno sempre snobbato Kara Zor-El etichettandola come la cugina sfigata di Superman o la Power Girl senza poppe, anche se è letteralmente Kara anche lei, ma questo gli esperti di fumetti (che non ne hanno mai letto uno) non lo sanno e guardano solo l’oblò sul suo costume.

Un film su “Supergirl”, nel 2026, è dinamite, nel senso che è roba esplosiva, non perché sia un film rivoluzionario – non lo è – ma perché è la scintilla su una polveriera: da una parte hai chi lo odia a prescindere su “Infernet” perché molto pubblico non vuole sentir parlare de ‘e femmene, questa Supergirl è una femmena e non mi piace, quindi tutti gli altri puzzano. Dall’altra, è il secondo film dell’era James Gunn della gestione dei film della Distinta Concorrenza, quindi è l’anti-Zack Snyder che non mi piace e sento il tuo odore da qui. Insomma, polveriera, un film che secondo le previsioni, era in linea per fare meno soldi di The Flash, in cui guarda caso, compariva una Supergirl, ed era stato infilato giù per la gola alla trama un personaggio che facesse da calamita per i maschietti o comunque, il resto del pubblico, in quel caso era Batman. Cambiano le gestioni, da Snyder a Gunn, da vecchio a nuovo DCU, ma le formulette restano le stesse, quindi, parliamone.
Secondo i canoni del cinema per tutti, americano del 2026, se hai una protagonista donna, devi avere una sceneggiatrice donna, in questo caso Ana Nogueira. Alla regia ci vuole uno sempre disposto a dirigere un film per tutti, ma che sia specializzato in titoli con protagoniste femminili, Craig Gillespie nella stessa carriera può firmare una marchetta come Crudelia, o un film bellissimo come Tonya, lascio decidere a voi a quale dei due titoli “Supergirl” sia più affine.

Inoltre, il nuovo corso del DC Universe, per discostarsi dalla Marvel cosa fa? Decide di ispirarsi ad un fumetto in particolare, ma senza adattarlo pagina per pagina, qui in maniera molto intelligente hanno preso forse la singola storia che ha dimostrato che razza di potenziale avrebbe Kara Zor-El se smettessero di trattarla come “La cugina di…” mi riferisco all’ottimo Supergirl – La Donna del Domani di Tom King e Bilquis Evely, però, esattamente come The Flash a quel furbacchione paraculo di Giacomo Pistola, è venuto in mente che tu, il tuo film con la protagonista femmena, lo vedi vendere anche a quei maschietti che non sono andati a vedere Obsession perché si sono sentiti preventivamente offesi, quelli che spesso amano Snyder e che hanno bisogno di qualcosa che puzzi di cromosoma Y… Chi meglio dell’uomo? The Main Man.

Apriamo il capitolo Lobo, per anni Aquaman è sembrato il super eroe sbagliato da assegnare a Jason Momoa, anni di Fan-Casting sul web lo volevano Lobo e Gunn, furbo e paraculo, li ha accontentati, perché Momoa sta simpatico a tutti, scalda i cuori ha i muscoli, l’attitudine e il capello lungo, e in quanto ultra democratico è tipo il meno adatto del mondo ad impersonare l’Uomo ma esteticamente risulta perfetto, non è un caso se tipo il 90% dei commenti letti in rete prima dell’uscita di “Supergirl” erano tutti: «Lo vedrò solo per Lobo». James Gunn il suo lavoro, furbetto e paraculo, lo sa fare.
Ora, io quando vedo le “formule” applicate al cinema, faccio fatica ad essere coinvolto, è come vedere il trucco del prestigiatore, rompe un po’ la magia, detto questo “Supergirl” è un film che non inizia bene, inizia alla grande: Kara Zor-El non è suo cugino, è stata strappata dal suo pianeta natale morente, Krypton, quando era una ragazzina, ha perso tutto come un adolescente costretta a cambiare scuola, casa e amici a metà anno scolastico, ma nel modo più drammatico possibile, per questo Kara è giustamente incazzata, non è cresciuta grande, grossa e un po’ fregnona (nel senso migliore possibile) come suo cugino, simbolo di pace e speranza per tutti, ma in più ha il peso di essere la seconda super essere con tutina blu, mantello rosso e “S” sul petto, insomma, zero responsabilità Kara, solo mille paragoni insostenibili.
In questo senso, Kara Zor-El è la perfetta incarnazione di un’intera generazione di ragazze e ragazzi, sarebbe poi carino capire come mai suo cugino, quando la tira fuori dalla capsula, non riesca a parlare con lei in Kryptoniano, lui che gestisce una fortezza della solutine programmata su quella lingua, ma questioni di puntiglio a parte, l’inizio del film è buono perché Supergirl non c’ha cazzi di essere Super, vaga in lungo e in largo nella galassia, cercando pianeti dal sole rosso che annullino i suoi poteri, per poter fare quello che fanno tutte le ragazze e i ragazzi della storia alla sua età: sbronzarsi e sballarsi e starsene tutta chill (perdonate se pesco da un vocabolario che per età anagrafica non mi appartiene) con l’unico che le vuole veramente bene, il suo cane Kyrpto. Ora, ve la sentite di dire che non fa più che bene? Io da cinefilo e cinofilo no, andiamo avanti.

Seguendo lo spunto offerto dal fumetto di Tom King, Kara incontra Ruthye, sua coetanea, arrabbiata quanto lei, in cerca di un guerriero potente, pericoloso e magari anche ubriaco, da assoldare per la sua vendetta, perché King aveva scritto la versione con Supergirl di Il Grinta, quindi Kara deve fare la John Wayne (o Jeff Bridges se preferite) della situazione, il che permette al film di diventare una sorta di western spaziale, che per il grande pubblico vuol dire avere echi di Guerre Stellari o di Guardiani della galassia, perché questo DCU vuole essere diverso dalla Marvel…. Oookay.
Finché ci riesce, va tutto abbastanza bene, la svolta è rappresentata dal cattivo, Krem delle Colline Gialle è l’uomo a cui Ruthye dà la caccia ma è anche quello che ferisce a morte Krypto – come accadeva nel fumetto, ma in maniera ancora più ricattatoria per il pubblico – Kara ha così tre giorni di tempo per salvare il suo cane e completare un arco narrativo che poteva essere più interessante di come il film è stato sviluppato, perché è un po’ tutto come il suo cattivo, didascalico, minimale, che trova un po’ di spessore solo perché l’attore che lo interpreta, Matthias Schoenaerts, decide di marcare la sua recitazione andando diversi metri sopra le righe, anche perché, parliamoci chiaramente, la trama non gli offre molto altro da fare, per un film pesantemente sforbiciato per risultare più allineato al nuovo DCU.
Come si incastra The Main Man in tutto questo? Nel modo più semplice del mondo, hai un criminale spaziale, hai Ruthye che vorrebbe ucciderlo e Kara che cerca di spiegarle che no, non si fa, è normale che a qualcuno, durante la sessione di marketing di “Supergirl”, abbia suggerito di infilare a forza Lobo nella storia, è un cacciatore di taglie spaziale, è iperviolento e soprattutto ci serve a far contenti i fan che volevano Momoa nel ruolo e a introdurre il personaggio, per potenziali nuove apparizioni nel DCU, infatti Lobo in questo film questo fa… Poco o niente.
Ve lo ricordate Lobo come appariva nella serie tv “Krypton”? Ecco quello di Momoa è uguale solo con più soldi e impersonato da un attore che tutto il globo conosce, se ne faccio un paragone con il fumetto, ho ripetuto, ad ogni fotogramma in cui l’ultimo Czarniano: «Come mi secca avere sempre ragione» perché bisognava essere stupidi per sperare di vedere il Lobo di Simon Bisley in un film così, e la signora Cassidy non ha messo al mondo figli stupidi.

Chiaramente è un personaggio castrato dal formato che è qui a fare colore e a convincere qualcuno a vedere un film su un eroina a fumetti di cui non aveva il minimo interesse, insomma è il Batman di Keaton in un “The Flash 2.0”, l’unica speranza è che un giorno Momoa avrà un film suo, e visto che non ci spero al fatto che faranno felice Michael Bay facendolo dirigere a lui (come dichiara dagli anni ’90), posso solo sperare che applicheranno almeno la formula di Deadpool, regalandoci così un Lobo al 50% perché come diceva giustamente Spugna: «Tu Lobo lo devi far scrivere ad una banda di tossico dipendenti, chiusi a chiave in una stanza, che non possono uscire finché non hanno finito.»
Purtroppo “Supergirl” ad un certo punto quasi si dimentica della sua protagonista, recuperandola solo nel finale e finendo per farla evolvere in una specie di versione minore del cugino, malgrado un fondamentale cambiamento applicato rispetto al fumetto scritto da Tom King, per assurdo, una modifica più alla Snyder a ben guardare, ironico, lo so. In ogni caso, peccato perché Milly Alcock è perfetta per il ruolo, ci mentre la grinta e anche lo scazzo giusto, penso che sarà più divertente vederla interagire nel resto di questo DCU, qui le tocca il suo film solista, che, alla moda della Marvel, sposta i personaggi sulla scacchiera in vista del prossimo capitolo, insomma, la formuletta in bella vista.

C’è da dire poi che la serie tv sul personaggio, quella con Melissa Benoist aveva già approfondito il personaggio ma si sa che il destino di quei telefilm è stato sfigatissimo, perché i sedicenti esperti di fumetti non si sono cagati il piccolo schermo di pezza, contano solo i film, sicuramente più dei fumetti.
Insomma, James Gunn ha mosso i pedoni sulla scacchiera ed è abbastanza evidente che a questo film su “Supergirl”, la Warner Brothers non credesse più di tanto, anzi, c’è stata una valanga di critiche negative sulla base della fiducia, proprio per via della polveriera già citata, ma anche i rimaneggiamenti hanno influito, basta dire che hanno cambiato più compositori, ma voi ignorate i tanti pezzi pop, vi suggerisco di ascoltare i brani composti da Claudia Sarne, proprio come Wonder Woman 1984, la musica vale a volte più delle immagini a cui è stata associata, ironico, visto che il secondo film sull’amazzone, cercava di replicare il tono da favoletta del primo su “Supergirl” del 1984, corsi e ricorsi storici.


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