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Supergirl – La Donna del Domani (2021): la “vera grinta” di Kara Zor-El

C’è sempre stato un problema con Supergirl, almeno per come viene percepita da chi i fumetti li sfiora da lontano: è quella “tipo Superman”, ma meno importante. Una specie di versione alternativa, un rimpiazzo narrativo utile quando serve una variante femminile del mito kryptoniano. Invece “Supergirl: Woman of Tomorrow” parte proprio da questa idea sbagliata e la usa come carburante per raccontare tutt’altro.

Perché il punto non è mai stato “Anche lei ha i poteri di Superman”, ma cosa succede quando quei poteri non ti salvano da ciò che hai già visto. Kara Zor-El non arriva sulla Terra come una neonata che deve imparare cosa significa essere umani, ci arriva più avanti, dopo la distruzione di Krypton, la differenza è tutta qui, in tante storie viene trattata come una nota a margine, grazie all’arguzia di Tom King diventa il centro di tutto.

Entri in una taverna alla ricerca di qualcuno di tosto e la più tosta di tutti è una biondina un po’ sbronza con il suo cane.

Superman è una storia di costruzione, Supergirl, invece, è una storia di sopravvivenza, e la sopravvivenza, nei fumetti come nella vita, non ha mai la pulizia narrativa dell’eroismo classico, risulta sporca, contraddittoria e soprattutto non ti lascia mai davvero in pace.

Tom King lo capisce e fa una scelta precisa: invece di raccontare Supergirl come una figura luminosa che deve imparare a controllarsi, la racconta come qualcuno che si è già rotto dentro e che sta semplicemente andando avanti. Non c’è la retorica della speranza a tutti i costi, non c’è la parte rassicurante dettata dal “Lei è la versione giovane e femminile dell’ideale di Superman”. C’è piuttosto una domanda molto più scomoda: cosa fai quando hai già visto il tuo mondo finire, e tutto quello che ti resta è rassegnazione e rabbia?

La vendetta passa attraverso un lungo percorso (anche di formazione)

Qui entra in gioco anche il modo in cui la storia è costruita, perché non è solo cosa racconta, ma da dove lo racconta. Tom King introduce il punto di vista di Ruthye, che è fondamentale, perché sposta Supergirl fuori dai riflettori, per una ragazzzina in cerca di vendetta, Kara è insieme guida, protezione e pericolo. Questo sguardo esterno è quello che permette al fumetto di non cadere nella trappola dell’autocelebrazione eroica.

Supergirl diventa così una figura che non si lascia mai afferrare del tutto, ogni sua azione sembra avere un peso doppio, ogni scelta sembra venire da un posto che non è completamente traducibile in “eroe” o “villain”. È una sopravvissuta, e le sopravvissute non funzionano mai bene dentro le categorie comode dei supereroi. Lo spunto è archetipico, per vendicare la morte del padre, Ruthye entra in una locanda e cerca il Conan di turno, un barbaro da assoldare, un pistolero, chiunque, va bene anche una supereroina un po’ sbronza con un cane di nome Krypton (solo il suo utilizzo qui vale la lettura), quindi se il nostro radar funziona, avrete già capito che il modello qui è quello dello sceriffo Rooster Cogburn, che sia John Wayne o Jeff Bridges, questa è la “Vera Grinta” di Kara Zor-El.

Paura al banco, Kara al comando.

Inoltre c’è il viaggio, che in superficie sembra quasi una classica avventura spaziale, ma in realtà è una lenta sottrazione di certezze. Più la storia procede, più tutto diventa meno spettacolare e più umano, nel senso più duro del termine, e questo passa anche attraverso la sottotrama di Krypton. Non c’è il trionfo, non c’è la gloria, c’è la conseguenza, ogni tappa del percorso serve a ricordare che la vendetta, quando la guardi senza romanticizzarla, assomiglia molto più alla perdita che alla giustizia.

Il lavoro di King, in questo senso, è quasi controintuitivo rispetto a molta produzione supereroistica moderna: non cerca di rendere Supergirl più “attuale” o più “oscura” per inseguire una moda narrativa. La riporta invece a qualcosa di più antico, quasi mitologico, dove l’eroe non è definito da quanto è potente ma da quanto è disposto a reggere il peso di ciò che ha visto. E qui entra anche il lavoro visivo di Bilquis Evely, che contribuisce a rendere tutto sospeso, quasi fuori dal tempo, come se la storia non appartenesse davvero al presente editoriale dei supereroi ma a una tradizione più lunga, più epica e più malinconica.

Dopo questa storia non sarà più solo la cugina dell’altro Kryptoniano.

Alla fine, quello che resta non è tanto una storia di vendetta o di redenzione, ma una storia su cosa significa continuare a muoversi quando non hai più una versione pulita di te stessa da recuperare. Supergirl non torna “migliore”, non si ricompone, non trova un equilibrio definitivo, questo è probabilmente il punto più onesto del fumetto: alcune ferite non servono a costruire un arco narrativo, servono solo a ricordarti perché stai ancora camminando.

Grazie a questo fumetto Supergirl smette di essere “la cugina di Superman” e diventa qualcosa di molto più interessante, non un simbolo perfetto, ma una presenza che ti obbliga a guardare cosa succede quando la speranza non è una risposta, ma una scelta che fai comunque, anche senza crederci davvero.

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