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Superman (1978): crederete che un uomo possa volare

Il 18 gennaio del 1979, dopo un trionfo ai botteghini
americani, l’Uomo d’acciaio, il primo supereroe, il Superman di Richard Donner
atterrava in uno strambo Paese a forma di scarpa, potevamo perderci l’occasione
di festeggiare i quarant’anni del primo “Superman”?

Quando si parla di Superman, ci si riferisce sempre al
personaggio come se fosse il primo supereroe, da un certo punto di vista è
stato proprio così, già solo per il mantello e la grande “S” sul petto, “Nembo
Kid” com’è stato ribattezzato qui da noi al suo esordio a fumetti, è stato
davvero il personaggio che ha creato il modello, l’incudine su cui poi sono
stati forgiati tutti i supereroi. Talmente onnipotente nei poteri ed efficace
nelle origini, da essere perfetto come icona della cultura popolare ma anche
come messia pop, americano come la torta di mele.

Un personaggio così perfetto e riuscito che Stan Lee per
arginarlo, ha dovuto inventare la filosofia dei “Supereroi con super problemi”,
creando così di fatto tutta la Marvel Comics e, anche se negli anni il
personaggio è morto, risorto e ha cambiato più volte i dettagli sulle sue
origini, come piace fare fin troppo spesso ai ragazzi della Distinta
Concorrenza, la sua essenza è rimasta invariata, perché quando hai un
personaggio che nasce così perfetto di suo, funzionerà sempre in tutte le incarnazioni
con cui deciderai di presentarlo, oppure con ogni chiave di lettura possibile,
una delle mie preferite? Quella data da un iconoclasta che ama prendere a
sberle i supereroi come Garth Ennis, sulle pagine di Hitman negli anni ’90, un’interpretazione ancora attualissima, in cui “Big Blue” veniva
raccontato come un esule venuto dallo spazio, un immigrato sbarcato negli Stati
Uniti e innamorato del suo Paese adottivo… E Salvini MUTO!

Kryptoniani immigrati, vengono qui ci rubano i raggi solari! Aiutiamoli sul loro pianeta!

Un’icona quasi Naif, la cui storia ha anche dei passaggi che
richiedono una sospensione dell’incredulità più facile da ottenere tra le pagine
di un fumetto che al cinema, come la sua identità segreta protetta da un paio di
occhiali da vista e dei modi impacciati, ma hey! Anche la storia di quell’altro
mandato sulla Terra per salvarci tutti, con la sua Trinità (come fa ad essere
padre, figlio e Spirito Santo insieme? Ha personalità multiple come Moon Knight?) non mi sembra proprio
cartesiana come spiegazione, ma prima di accusarmi di eresia, bisogna ricordare
che Superman è stato creato nel 1939 da due ragazzi ebrei, Jerry Siegel e Joe
Shuster, dandogli parecchie analogie con il buon vecchio “JC”, entrambi hanno
un padre onnipotente come guida, Jor-El oppure Dio, tutti e due sono arrivati sulla Terra per
salvarci e a ben guardare Martha e Jonathan Kent, che diventato improvvisamente
genitori adottivi, sono due novelli Maria e Giuseppe e, a dirla tutta, anche il
suo nome, Kal-El viene comunemente tradotto dall’ebraico come Voce di Dio… E la
mia insegnante di catechismo (che mi ha visto ben poco in vita sua) anche lei, MUTA!

In modo molto comune, si crede che “Superman” sia un film
nato sull’onda del successo di Guerre Stellari, in realtà la genesi (tanto per stare in tema Biblico) è iniziata
molto prima, una corsa per arrivare in tempo a festeggiare il quarantennale del
personaggio in programma per il 1978. Il produttore Ilya Salkind dopo aver
acquistato i diritti di sfruttamento del personaggio dalla Distinta Concorrenza
ha cominciato il suo giro delle sette parrocchie per trovare lo sceneggiatore
giusto, la prima bozza bocciata scritta da Elliot S. Maggin, è diventata il
romanzo Superman: l’ultimo figlio di Krypton.

“Se chiedessimo a Mario Puz…”, “Zitto Kent! Abbiamo bisogno di Superman non del tuo parere”.

Oggi, basta dare un calcio al muro per veder cadere giù
dieci film tratti da fumetto, ma nel 1978 bastava citarli i fumetti per
generare la reazione di vostra nonna che vede uno scarafaggio sul tavolo della
cucina, nel tentativo di conquistarsi credibilità la produzione paga quello che
è stato l’autore dietro al film più di successo del decennio, Mario Puzo, l’autore
de “Il Padrino” che scrive una roba con un tizio in mutandoni che vola, è un po’
come far comporre la sigla di Peppa Pig ad Ennio Morricone, ma la sceneggiatura
completa è troppo lunga, per rimaneggiarla arrivano Robert Benton, David Newman
e anche sua moglie Leslie, il tutto mentre ancora non si trova un regista.

George Lucas organizza il ritorno dell’Impero quindi rifiuta, Spielberg è interessato ad alieni d’altro tipo e passa la mano,
fanno lo stesso Guy Hamilton (che non poteva girare sui set inglesi in quanto esule
fiscale), William Friedkin, Sam Peckinpah (EH!?) e Francis Ford Coppola, alla
fine tutto viene dato in mano a Richard Donner fresco del successo di “Il
presagio” (The Omen, 1976).

Il padrino di tutti gli appassionati di cinema, Richard Donner e… Il padrino. Punto.

Donner non era ancora quello che avrebbe regalato al mondo almeno
un paio di classici, ma aveva già le idee chiare, per lui tutte le
sceneggiature sono robaccia fin troppo comica, ci vuole un taglio più
realistico, il pubblico deve credere che un uomo può volare, che poi diventa
anche la frase di lancio del film (la più iconica di sempre insieme a quella di
Alien) e fa riscrivere tutto da Tom Mankiewicz.



Richard Donner dimostra subito di aver capito tutto, la
prima scena lo mette in chiaro: un vecchio fumetto di Superman viene
sfogliato da un ragazzino, mentre sullo schermo compare il sipario da vecchio
cinema, l’idea è proprio quella di trasformare il fumetto in grande cinema, il più
grande possibile. Per farlo non si bada a spese, 55 milioni di ex presidenti
spirati stampati su carta verde, possono comprare i migliori effetti speciali
disponibili, ma anche i nomi più grossi a disposizione, John Williams all’apice
della sua fama viene chiamato a comporre il tema musicale, mandando a segno un
capolavoro (un altro!) e non potrebbe essere più chiaro di così grazie a quei
titoli di testa che ti portano dalle pagine del fumetto (un media che non può
contare sulla musica) al cinema, dal bianco e nero delle vignette al colore e
il tema musicale trionfale, sfido chiunque, anche a quarant’anni dalla sua
uscita, a resistere alla tentazione di gonfiare il petto (e galvanizzarsi)
davanti ai nomi che compaiono con caratteri cubitali e al tema di John Williams
che porta tutto in zona epica.

“Una volta qui era tutta campagna”, “Beh non mi sembra cambiato poi molto”.

Già i nomi coinvolti, non si è davvero badato a spese, pur
di dare credibilità e nobilitare il materiale, vengono contattati tutti gli
attori possibili immaginabili, Arnold Schwarzenegger comincia una campagna per
proporsi per il ruolo che viene clamorosamente ignorata, Sylvester Stallone
viene rispedito al mittente con perdita, vengono contattati tutti i beniamini
del pubblico e quando intendo dire tutti, voglio proprio dire TUTTI: Paul
Newman, Robert Redford, Steve McQueen, Burt Reynolds, James Caan (che rifiuta
dicendo che lui quella tutina ridicola non la indosserà mai), Nick Nolte fate un
nome, di sicuro sarà stato contattato. Per darvi un’idea dell’aria che tirava
attorno alla produzione, pur di avere un nome grosso in cartellone erano
disposti a tutto: a Dustin Hoffman è stato offerto ogni ruolo da Superman a Lex
Luthor passando per Jor-El (storia vera) non gli hanno offerto Lois Lane, ma
tutti gli altri sì.

Legs Luthor (ah no scusate! Devo aver sbagliato allitterazione).

Questa campagna di arruolamento porta a casa due nomi
grossi, il primo è uno dei miei preferiti, Gene Hackman che non ne vuole sapere
di tagliarsi i riccioli per interpretare Lex Luthor (per questo Donner inventa
il trucco delle tante parrucche sparse nella base segreta del cattivone, storia
vera), ma nemmeno i baffi, anzi provoca dicendo a Donner che lo farà solo se lui
taglierà i suoi (storia vera). Un giro di rasoio per tutti e Hackman manda a
segno il ruolo “Pop” della sua carriera.

Tu sei cattivo con Superman perché, ti svegli il mattino alle tre, per guardare quei film un po’ POP.

Ma se la richiesta dei baffi di Hackman vi sembra un colpo
di testa da divo, occhio, perché stiamo per entrare in una valle di lacrime.
Marlon Brando lui questo film proprio non lo voleva fare, comparire anche per
quei dieci minuti scarsi in cui lo si vede sullo schermo era troppo per lui,
quindi si è fatto pagare troppo, dopo una lunghissima trattativa Marlon ha
deciso che quattro milioni di ex presidenti morti stampati su carta verde,
insieme ad una percentuale sul 12% sugli incassi potevano andare bene, ma poi
si è presentato lo stesso sul set senza conoscere le sue battute, per il monologo
al figlio in fasce Kal-El, Donner ha dovuto nascondere i foglietti con le
battute da far leggere a Brando nella culla del bambino e, non pago, quando ho
scoperto che “Superman” e “Superman II” sarebbero stati girati in contemporanea
(una scelta innovativa di Donner assolutamente avanti per l’epoca) il buon
Marlon ha fatto causa alla produzione per sfruttamento della sua immagine
(storia vera)… Ci sono i divi, ci sono i divi viziati e poi c’è Marlon Brando
che da questo punto di vista arriva da un altro pianeta, forse davvero da
Krypton.

“Voi quasi otto miliardi, io unico al mondo”.

Impossibile negare che alcuni passaggi del film di Donner portino i segni dell’età, ma nello stesso tempo viene dato fin troppo per scontato. Il modo in cui il personaggio di Superman è presentato al pubblico, in un modo così convincente che alcuni elementi della storia pensati per il film, sono diventati canonici anche nel fumetto, come ad esempio la “S” sulla tutina sbrilluccicante da Automan di Jor-El, un geroglifico che rappresenta il simbolo della famiglia e che sulla Terra per pura combinazione ricorda la lettera “S” che Lois Lane utilizzerà per battezzare il personaggio, qui la leggenda sfuma nel mistero, Tom Mankiewicz sostiene fosse stata una sua idea, Donner, invece, dichiara che sia stato un suggerimento di Marlon Brando. Con tutto il rispetto per Tom, considerando quanto tenesse in scacco la produzione, tendo più a credere all’opzione Brando.


La pellicola è divisa in tre grossi tronconi che
rappresentano il classico cammino dell’eroe, sei ancora un po’ stordito dalla
tonante sigla iniziale che Donner ti mostra il processo ai tre Kryptoniani,
anche questo un modo di lasciarsi una porta aperta per un seguito, piazzato non
come si fa ancora oggi alla fine del film, ma al primo minuto! E vi invito a
prendere nota di quante soluzioni portate in scena da Donner siano al passo con
i tempi, se non proprio innovative ancora oggi.

“Vi condanno a sparire da questo film e tornare nel secondo capitolo!”.

L’inizio è micidiale, ha un passo epico, quasi Biblico con
Brando che non avrà avuto voglia di partecipare, ma nel ruolo divino di Jor-El
riempie lo schermo, fa pensare che un personaggio come lui, tanto avanti da
capire per primo la fine del pianeta Krypton, da costruire una nave spaziale
(che sembra la stella cometa di Gesù, o il puntale del vostro albero di Natale)
per farlo viaggiare nello spazio, è così avanti rispetto a tutti da capire che
una volta arrivato, sarebbe diventato un simbolo in grado di ispirare gli
umani, abbia di fatto consegnato il suo unico genito ad una legione di
Terrapiattisti, ma questo è un limite dell’umana razza, di sicuro non del film.

“Sulle terra diventerai un eroe di nome Automan”, “Superman!”, “Scusa cara, le tutine mi hanno confuso”.

Il percorso di crescita dell’eroe continua con una
seconda parte tutta terreste, Smallville, Kansas, provincia di Noiaville, un
posto che Donner grazie alla fotografia di Geoffrey Unsworth (in carriera
cosine come “2001: Odissea nello spazio” scusate se è poco) ritrae volutamente
come un grande quadro di Norman Rockwell, in cui al piccolo Kal-El basta
sostituirsi al crick dei Kent per convincere papà Jonathan (Glenn Ford) ad
adottarlo. Il secondo padre di Clark è quello che gli dà la lezione più importante:
potrai anche correre più veloce di un treno («Come hai fatto ad arrivare qui
così presto?», «Ho corso»), ma tanti poteri non devono essere usati per calciare
un pallone (anche se Clark in un momento di rabbia ne spara uno nello spazio). E
poi, in una scena per me incredibile, Donner ci da tutta la dimensione dei
poteri di Superman: campo lungo, Glenn Ford cade a terra e muore d’infarto sul
colpo, una secchiata di acqua gelata in piena faccia per il pubblico,
figuriamoci per Clark che può fare tutto, ma capisce in un momento l’unica
cosa che non può fare.

“Da un grande potere, derivano grandi resp…”, “Papà no, quella è la concorrenza”.

Il viaggio dell’eroe passa dalla Fortezza della solitudine
fino ad arrivare a Metropolis, un posto brulicante di umanità in corsa, in
azione, in carriera, come la tostissima Lois Lane (una Margot Kidder
bellissima) che ha qualche problema a fare lo spelling con le parole e che
verrà eternamente ricordata come la damigella in pericolo, ma di fatto è più
cazzuta di lui e lo dimostra nella scena del vicolo con il rapinatore.

“Neo di Matrix, Tzè… Dilettante!”.

“Superman” dura un’eternità, 143 minuti nella versione
cinematografica e addirittura 188 in quella estesa, per vedere Superman volare
bisogna spettare 45 minuti perché prima é necessario creare un personaggio
convincente, ma il vero primo volo di Big Blue resta la scena dell’elicottero:
Donner ci mostra Clark correre verso la macchina da presa aprendosi la camicia
e sfoggiando la “S” del suo costume sotto i vestiti (la stessa scena che Sam
Raimi avrebbe ripreso identica nel suo Spider-Man)
per poi mostraci Superman che prende al volo Lois Lane e l’elicottero («Niente
paura la reggo io», «E chi regge lei??») nella singola scena in cui tutto il
pubblico capisce che se nel mondo ci fosse davvero uno come Superman, saremmo
sul serio tutti al sicuro.

“Hey ma stiamo volando!”, “Certo, non l’hai letto il nome del blog?”.

Per mantenere fede alla frase di lancio del film (“You’ll
believe a man can fly”) Donner e la sua squadra hanno dovuto inventarsi un modo
credibile per far funzionare il volo di Superman, l’uso del blue screen ha
costretto i costumisti a schiarire il blu del costume per non farlo sparire con
lo sfondo, ma il film ha potuto contare su una delle più magistrali campagne
pubblicitarie mai viste per una sola pellicola, con tanto di cast in vista al
presidente Jimmy Carter (STORIA VERA),
ma capite da soli che un’operazione così tanto studiata a tavolino per essere
realistica, non potrebbe funzionare senza una dose di ironia e soprattutto un
protagonista assolutamente azzeccato (… vero Chris Nolan!?), in questo senso,
nessuno poteva essere migliore di Christopher Reeve.

“Sono qui per difendere la verità, la giustizia e Cassidy da quelli che gli chiedono di scrivere del mio collega di Gotham”.

Il direttore del casting Lynn Stalmaster, evidentemente non
fiaccato dalla trattativa con Brando, ha dovuto combattere per far capire a
tutti che con Reeve, la ricerca era davvero terminata e lo stesso attore,
considerato prima troppo poco famoso e poi troppo magro, si è messo d’impegno
per mettere su i muscoli necessari per la parte, allenamento insieme al culturista David Prowse, quindi sì, Darth
Fenner era il personal trainer di Superman!

Christopher Reeve è semplicemente perfetto, gli basta
pettinarsi il ciuffo dal lato opposto ed indossare gli occhiali per diventare
Clark Kent, la critica di Superman alla razza umana per dirla alla “Kill Bill”,
ma allo stesso tempo è un Big Blue impeccabile, la lunghissima scena dell’intervista
e del volo con un’innamorata Lois Lane (ammettiamolo, momento del film che sa
parecchio di antico) funziona perché davvero Reeve sembra il Superuomo che ogni
ragazza vorrebbe presentare alla mamma come nuovo fidanzato, un eroe che lotta per
la verità, la giustizia e l’American Way, grande grosso e un po’ scemone come
Superman dovrebbe proprio essere. La naturalezza con cui risulta
credibile in due ruoli così opposti, me anche le sfide che ha dovuto affrontare
nella vita, ti fanno pensare che le parole di Donner su Reeve erano davvero le
più azzeccate possibili: «Non interpretava Superman, era Superman».

Christopher Reeve mentre si reca al lavoro, per un’altra ordinaria giornata.

Il film riesce ad essere naif ed epico in parti uguali, un equilibrio
che rende sopportabile anche il piano (degno del trio Drombo di “Yattaman”) di
Lex Luthor, della signorina Teschmacher e di Bombolo Otis, anche la
famosa esplosione della diga rivista oggi, fa pensare: ma guarda quanti bei
modellini! Ma anche tutta la parte “Ti prego salva la mia mamma nel New Jersey
prima di salvare la faglia di Sant’Andrea” rientra nell’economia di un film che
ha comunque quarant’anni sul groppone e la responsabilità di essere stato uno dei primi film ad altissimo budget dedicato all’adattamento di un fumetto, ma a ben
guardarlo è molto più profondo e meno banale di quello che sembra.

“Cosa facciamo stasera?”, “Quello che facciamo tutte le sere: Tentare di conquistare il Mondo” (Cit.)

Se un film moderno di supereroi si giocasse la trovata del
protagonista che vola così velocemente intorno al mondo, da riavvolgere il
tempo su stesso, verrebbe spernacchiato in rete come beh… MARTHA! Ma il
messaggio di Richard Donner è chiaro: Superman è talmente (onni)potente che può
permettersi anche di rimediare ad un errore facendo tornare indietro il tempo,
la scelta estetica forse risulta invecchiata male, ma il messaggio rimane
incredibilmente all’avanguardia.

La morte di Lois Lane è un martirio, quella mano che gratta
il vetro dell’auto mentre Superman compie l’impossibile intercettando missili
nucleare è una piccola morte, nell’economia della grande distruzione (comunque
evitata perché Big Blue ripara anche la faglia), sarebbe quasi accettabile
considerando il numero di sopravvissuti, ma in realtà è il grande messaggio del
film. Superman è quello che si è presentato a Lois Lane dicendole «Io non mento
mai» anche se poi lo fa sempre fingendosi Clark Kent, riportare il
mondo indietro, per salvare una sola donna, quella che lui ama è un atto di
egoismo personale reso possibile solo dalla sua onnipotenza.

Utile quando dimentichi di impostare la sveglia e sei in ritardo per il lavoro.

Superman non è il Dottor Manhattan di “Watchmen” è sì
onnipotente, ma non si estranea dalle umane vicende, riducendo le perdite a
numeri ed equazioni, il cammino dell’eroe si completa tradendo il suo stesso
principio di non mentire mai, facendo qualcosa di completamente umano, perché si
chiama Super Man, ma prima di essere “Super” è umano, mosso da un desiderio di umanità che sarà ancora più chiaro nel secondo film. Il risultato finale funziona molto meglio a livello di
avventura, tanto che rischia quasi di far passare in secondo piano il lavoro enorme fatto
da Richard Donner, per portare il più iconico, ma anche più complicato eroe a
fumetti da rendere credibile sul grande schermo, al cinema nel modo più cinematografico possibile, rendendo
fede a quella frase di lancio: You’ll believe a man can fly.

Auguri Big Blue!

“Una Bara in volo sopra i cieli di Metropolis, due minuti e ve la porto giù”.
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