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Superman III (1983): È un uccello? É un aereo? No, è Richard Pryor!

Quando ho iniziato questa rubrica dedicata a Superman forse non avevo davvero idea in che guai stavo per ficcarmi, ma ormai che siamo in volo voliamo, quindi benvenuto ad un nuovo capitolo di… I am, I am, I am Superman!

Squadra che vince non si cambia dice il proverbio.

Ma non credo ci sia un proverbio che dica (Cassidy inspira
forte): “Squadra che vince non si cambia a meno che il tuo migliore attore non
decida di farti causa dopo essere stato super pagato per apparire pochi minuti
in un film e mezzo e il tuo regista ti ha mandato a quel Paese più o meno per
lo stesso motivo” (Cassidy espira forte). No, direi che non esiste un proverbio
così, ma se ci fosse, sarebbe perfetto per parlare di “Superman III”.
Ora, io lo so che è una delle critiche che vengono mosse più
spesso ai film della Distinta Concorrenza, è che sono troppo seri, dei veri
musoni a confronto dei colleghi della Marvel, ma se vi dicessi che esiste un
film tratto dai fumetti della DC Comics che alla sua uscita è stato criticato
perché troppo comico, mi credereste?
Non so bene come sia accaduto, ma Richard Lester, rimasto
solo al comando dopo la dipartita (solo artistica, ovviamente) di Richard
Donner, aveva già cercato di inserire quanto più umorismo possibile in Superman II, ma finalmente libero di
decidere, Lester ha pensato che quello che serve davvero per fare un bel film
su Big Blue è il comico Richard Pryor.

Uno viene qui per Superman, e gli danno Black Man!

Opinione condivisa con il produttore Ilya Salkind, sì, perché
dopo il successo del primo film,
Pryor aveva regalato una spassosa imitazione dell’uomo d’acciaio sulla tv
nazionale che aveva fatto scompisciare l’America e che gli è valsa una parte in
questo film (storia vera). Provando a tradurla nell’equivalente locale, è un
po’ come andare a vedere un film di Dracula e trovarsi di fronte Aldo, di Aldo,
Giovanni e Giacomo che urla: «Sono il conte Dracula minchia!» così, giusto per
darvi un’idea.

Nel tentativo di cancellare per sempre Donner dallo
scenario, Ilya Salkind avrebbe voluto mettere nel film altri personaggi presi
dal fumetto, come il geniale Brainiac, il lunatico Mister Mxyzptlk e
addirittura Supergirl, per fortuna la Warner Bros lo ha indirizzato (immagino a
colpi di scoppole sul coppino) a più miti consigli, decidendo di far tornare David
e Leslie Newman, gli sceneggiatori che avevano scritto la prima bozza di
Superman, quella che Donner aveva considerato una bambinata, che cretino, vero?
A giudicare il risultato finale di “Superman III”, Richard Donner da tutto
questo ne esce come un gigante.

Per affrontare questo film ci vuole un goccio, e poi un altro, e un altro…

Nel tentativo di domare i deliri di Salkind, Brainiac
diventa un super computer creato per distruggere Superman e Richard Pryor
l’esperto informatico che lo utilizza, anche se, di fatto, nella prima scena lo vediamo in fila a farsi negare il sussidio di disoccupazione, prima di
dedicarsi ad un corso di computer per disperazione, trasformandosi di colpo in
un genio dell’informatica. Se chiedete a me, non so se trovo più assurdo che
qualcuno diventi lo Stephen Hawkings dei computer dopo un corso per
disoccupati, oppure iniziare un film di Superman con una scena che prevede una
coda da fare, degli sportelli e della burocrazia… Lascio scegliere a voi perché
io davvero non so cosa sia peggio.

Si quei mobili sono dei computer, lo dico per i lettori più giovani che potrebbero impressionarsi.

Margot Kidder per protesta dopo il licenziamento di Richard
Donner, riprende il ruolo di Lois Lane in una sola frettolosa scena, mentre
Gene Hackman per la stessa ragione fa di meglio non presentandosi proprio. Di
fatto, queste defezioni danno il via libera ad altri personaggi, come la vecchia
fiamma dei tempi del liceo di Clark, la rossa Lana Lang (Annette O’Toole,
magari la ricordate per la miniserie televisiva di IT), mentre il personaggio di Hackman (Lex Luthor il
ricchissimo miliardario che organizza piani complicati per distruggere Superman
e conquistare il mondo) viene sostituito Ross Webster (il grande e qui
sprecatissimo Robert Vaughn) nei
panni del ricchissimo miliardario che organizza piani complicati per
distruggere Superman e conquistare il mondo. Che, però, non si chiama Lex Luthor,
giuro!

“Sono stato uno dei magnifici sette, sono stato nell’A-Team, ma non sono Luthor”.

Ma i cattivi del film meritano una presentazione extra,
perché oltre a Webster, abbiamo sua sorella, anche se è così brutta da sembrare
suo fratello Vera Webster (Annie Ross) contrapposta alla bionda e popputa
assistente Lorelei Ambrosia (Pamela Stephenson). Considerando il fatto che sono
ricchissimi e che i loro strampalati piani prevedono di rendere povero tutto
il resto del mondo, ma soprattutto dopo un’incomprensione (mia!) con Fabrizio che ringrazio per l’assist,
questi tre si chiameranno: I ricchi e poveri!

“Chi saremmo noi? Ma pensa te ‘sto cretino”, “Ma io sarei la biondina dei ricchi e poveri quindi?”.

La cosa davvero positiva di questa rubrica sull’uomo
d’acciaio, però, è che dopo tantissimi anni senza rivedere questi film, ormai il
loro ricordo era completamente affidato a quello che era rimasto nella mia mente
(vuota) delle tante bimbo-visioni ed è incredibile il numero di scene di
“Superman III” che ancora ricordavo, ad esempio, avevo ancora in mente la
trasformazione in robot di uno dei ricchi e poveri nel finale, la scena di
Clark Kent che utilizza i suoi poteri per vincere la partita a Bowling,
l’incendio alla fabbrica spento da Superman ghiacciano un lago con il suo super
soffio, ma anche la scena del salvataggio del bambino dalla mietitrebbia nel
gigantesco campo di grano. In generale, quindi, non ricordavo affatto che
“Superman III” fosse un tale disastro, ma riguardandolo ho unito i puntini di
questo incidente stradale in galleria che, per convenzione, chiameremo film.

Superata la scena di Richard Pryor in coda per il sussidio,
il film continua con una fin troppo lunga sequenza basata su umorismo slapstick,
in cui ad ogni azione, segue una reazione uguale, contraria, ma non buffa, tra
un cieco alle prese con una macchina per dipingere le strisce stradali, alcuni
pinguini (eh!?), un’automobile che si riempie d’acqua e Superman che s’infila
nel suo costume dentro una cabina per le fototessere. Tutta roba che,
probabilmente, a Richard Lester faceva ridere tantissimo, a me decisamente meno,
ma non vi preoccupate, poi il film peggiora.

“Basta battute sceme! Quasi preferisco la Kryptonite!”.

“Superman III” ruota attorno ai piani strampalati dei ricchi
e poveri di mandare in tilt l’economia mondiale, usando il talento dell’espero
di computer August Gorman interpretato da Richard Richard Pryor. Siamo nel
1983 e questa non proprio brillantissima sceneggiatura cavalca pigramente
l’idea che un computer possa fare tutto, ma proprio tutto, quindi Ross Webster
chiede ad August di utilizzare il suo talento informatico per prendere possesso
di un satellite in grado di alterare il meteo (davvero!?) e mettere alla prova
il potenziale dell’arma improvvisata su una piccola cittadina americana, così,
tanto per scaldarsi. Secondo voi, quale cittadina può essere più piccola di una
che si chiama Smallville?

Proprio nel suo paesello natale, Clark Kent è tornato con la
scusa di un servizio sui giovani nella grande città (o qualche baggianata del
genere) ritrovandosi a passare del tempo con la rossa Lana Lang, tipo andando
insieme al ballo degli ex studenti, dove tra le canzoni suonate, si sente anche
“Earth Angel” dei The Platters, sì, proprio la canzone che veniva suonata anche
al ballo Incanto sotto il mare di Ritorno al Futuro. Dev’essere un classico delle feste scolastiche americane.

Ma che gli farai mai alle donne tu!

“Superman III” è la sagra del MACCOSA (come direbbe il
venerabile Leo Ortolani) e da spettatori siamo costretti ad assistere ad una
serie infinita di scene che non hanno nessuna spiegazione, se non il pessimo
senso dell’umorismo di Lester. Sul serio, Pryor con il suo computerone può fare
tutto, anche mandare in tilt il traffico di Metropolis e per farci capire il
livello di caos, Lester ci mostra… Avete presente gli omini del semaforo? Rosso
stai fermo, verde passa? Ecco, quei due ometti che iniziano a lottare tra di
loro all’interno del semaforo, per determinare chi deve dare indicazioni ai
pedoni. No, sul serio, io vorrei essermela inventata questa cazzata, ma nel film
c’è davvero!

La cosa più assurda è che per essere un film su
“Superman” il nostro Big Blue si vede pochissimo e questo un po’ spiega perché
le uniche scene del film che ricordavo erano quattro in croce, ma anche le
uniche in cui Superman compare, il resto del film è dominato dalla presenza
costante di Richard Pryor. In 125 minuti si attraversa tutta la gamma umana di
sentimenti nei confronti del celebre comico, ti ritrovi a pensare che molte
trovate sarebbero anche divertenti se il film non s’intitolasse “Superman
III”, per poi iniziare ad inveire contro lo schermo all’ennesima scena in cui
ti aspetti che il protagonista abbia dello spazio e, invece, Richard Pryor si
prende il palcoscenico facendo tutto, anche ruoli che non ha senso far
ricoprire all’attore, tipo… Perché conciarlo da militare nella scena della
premiazione a Superman? Perché dico io!?

Patton Pryor, generale d’acciaio, insieme all’uomo d’acciaio.

L’apice assoluto del dominio incontrastato di Richard Pryor
sulla pellicola arriva in una scena in particolare. Il piano dei ricchi e
poveri di scatenare una calamità naturale sulla Colombia, per mettere il Paese
in ginocchio e fermare il traffico della principale esportazione… Il caffè! A
che cosa stavate pensando mascherine? Avete visto troppe puntate di Narcos, vero?

Perché mostrarci Superman che salva la Colombia dal
cataclisma, quando puoi avere Richard Pryor, che con una tovaglia sulla
schiena, fa l’imitazione di Superman intento a salvare la Colombia? Lo ripeto,
perché magari non è arrivato il messaggio: una delle scene madri del film, anzichè essere mostrata, è raccontata, con tanto di imitazione del protagonista,
da quella che in teoria dovrebbe essere la spalla comica del film, insomma… Una
tragedia!

Questa faccenda di Richard Pryor è definitivamente scappata di mano.

Anzi, un vero disastro che spreca anche la prova di Christopher
Reeve che non solo risulta sempre molto statuario nei panni di Superman, ma
qui regala un Clark Kent un po’ più sicuro di sé, sempre goffo e impacciato
come ci si aspetta da un alieno che imita il comportamento di noi umani, ma per
dirla con le parole di Reeve: “Dopo due film passati ad andare a sbattere contro
le porte, forse ora Clark dovrebbe aver capito dove si trovano, no?”.

Ma tutto questo va perso come lacrime nella pioggia, quando
la trama ci regala i ricchi e poveri che, sempre grazie al computerone di Pryor,
creano una Kryptonite sintetica che in teoria dovrebbe distruggere Superman, ma
in pratica lo incasina ancora di più trasformandolo in una versione malvagia di
sé stesso. Barba incolta di tre giorni, bottiglie di whiskey svuotate al
bancone e un caratteristico costume dai colori molto più scuri che, per ironia
del caso, anticipa nelle tonalità quello del Superman di Zack Snyder, sarà un
caso? Non lo so, sta di fatto che “Big Blu” (scuro) inizia a combinare
marachelle in tutto il mondo.

Una scena di “Man of Steel” di  Zack Snyd… No hey, aspetta un momento!

Tipo spegnere la fiaccola Olimpica con il super soffio,
oppure volare fino a Pisa solo per raddrizzare la torre con la sua super forza
(per la gioia di un venditore locale di souvenir che più stereotipato di così,
potrebbe esserlo solo se a descrivere un Pisano fosse un Livornese) e se tutte
queste cose le fa con i suoi super poteri, non voglio sapere cos’altro di super
il nostro (anti) eroe deve aver sfoggiato, nella scena in cui si orizzontalizza
la bionda Lorelei Ambrosia.

“Stai per scoprire che la “S” non sta per Superman”.

Il massimo della bastardaggine di questo Superman con la
barba alla Mickey Rourke, però, è mettere in atto il piano dei ricchi e poveri,
ovvero devastare la chiglia delle petroliere, bloccandole in mezzo all’oceano,
inquinando i mari e tenendo in scacco tutti i Paesi del mondo con una crisi
petrolifera organizzata. Perché si sa che tutti i super cattivi del mondo,
quando vogliono ottenere il controllo totale, dall’oceano devono passare,
qualcuno blocca le forniture di carburante, altri bloccano l’accesso ai porti,
ma sempre di navi in mezzo al mare si parla.

L’unica scena davvero riuscita di “Superman III” è lo sconto
tra i due Superman, quello cattivo e quello buono, un duello fisico combattuto
in una discarica di auto che trasforma in azione uno scontro interiore, con il
lato buono del personaggio che lotta per riprendere il controllo. Le dinamiche sul
come il lato buono di “Big Blue” riesca e riemergere non sono chiarissime, ma è
una roba tipo fuga dalla Loggia Nera di Twin Peaks, però con più mantelli, copertoni di camion lanciati e super
cazzotti, ma parliamo chiaro: se la scena funziona non è tanto grazie a Lester,
quanto alla presenza scenica di un convintissimo Christopher Reeve che anche
nel disastro generale di questo film e malgrado il peso di essere sempre l’eterno
secondo (dopo Brando e Hackman i cui nomi apparivano sul cartellone prima del
suo, qui viene superato anche da Richard Pryor che ha più minuti in scena di
lui), regala comunque una prestazione ottima. Chiedete pure a Lorelei
Ambrosia per conferma.

L’unica scena del film che merita ancora di essere vista.

Una volta tornato ad essere il Boy Scout di sempre, Superman
punta verso la base dei ricchi e poveri, a questo punto la pellicola ha
talmente fiaccato le nostre difese di spettatori che non si può che accettare
passivamente gli ultimi colpi di “genio” (virgolette d’obbligo) del film.

Tipo i missili che inseguono Superman, radiocomandati a
distanza da Ross Webster su uno schermo in stile videogame (con tanto di
totalizzatore dei punti in alto a destra), oppure quella bolla gelatinosa che
intrappola per un po’ Superman, talmente brutta da farlo sembrare un totano
finito a nuotare per errore dentro un’enorme mucillagine marina.

“Salviamo i nostri mari, dannazione riciclate ogni tanto!”.

Sulla già citata
trasformazione in robot-assassina di Vera Webster, diciamo solo che da bambino
la scena mi era sembrata molto più riuscita e spaventosa, ma avevo otto anni
cazzarola! Rivedendola oggi sembra di guardare un personaggio che ha avuto la
sfortuna di avere un barattolo di colla in mano, quando è esploso l’armadio
pieno dei pezzi di ricambio di vecchi computer.

MEGA-GA-GA LO MAN, MEGALOMAN.

Negli ultimi minuti di film, Superman svolazza in giro a
sistemare i guai combinati nel corso della pellicola (compresa la seconda parte
della gag della torre di Pisa, di cui nessuno sentiva il bisogno, forse giusto
qualche Livornese), purtroppo per quanto onnipotente “Big Blue” non ha i poteri
necessari a sistemare il vero disastro, ovvero il film stesso.

Pisani e Livornesi fate la pace!

Eppure, mentre assistevo a questo massacro, non riuscivo a
smettere di pensare ad un dettaglio: sappiamo ormai che per Richard Donner, il
suo licenziamento mentre era al lavoro su Superman II è stato un vero dolore, da cui il nostro ha provato a riprendersi
provando a dirigere film completamente diversi. Quando dico che Donner mi ha
fatto da balia, penso anche a film come “Giocattolo ad ore” (1982) il classico
film che guardavo da bambino, in quelle mattine in cui ero a casa malato da
scuola, una storiella che ricordo adorabile con protagonista… Richard Pryor!

Non solo in quel film, Richard Pryor si ritrovava ad
indossare un pigiama di Spider-Man (ovvero la concorrenza della, ehm, Distinta
Concorrenza, rappresentata da Superman), ma era diretto da Donner. Ora, pur essendo chiaramente la nota stonata
in un film come “Superman III”, Pryor è stato un grandissimo comico che ho
adorato in un sacco di film, quindi siamo sicuri che Donner non abbia mandato
un suo uomo fidato, come un commando dietro le linee sul set di “Superman III”,
per vendicarsi del suo licenziamento? Chi meglio dell’uomo che ha portato per
la prima volta al cinema Superman, poteva sapere che per fermarlo, ci voleva Richard
“Kryptonite” Pryor? Meditate gente, meditate!

Un classico della mia infanzia in realtà era la vendetta di Richard Donner!

Ed occhio perché la rubrica continuerà a volare alto, oppure
molto basso, perché il prossimo capitolo è ancora più famigerato del film di
oggi, ci vediamo tra sette giorni!

Non perdetevi la locandina d’epoca del film su IPMP!

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