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Superman Returns (2006): i modi giusti, ma i tempi sbagliati

Se qualcosa sale, prima o poi dovrà scendere. Se va via,
dovrà ritornare e se fa parte di una rubrica, avrà un nuovo capitolo, come
quello di oggi di… I Am, I Am, I Am Superman!

Andai a vederlo al cinema questo “Superman Returns”, anni
passati a vedere i vecchi film di Big Blue mi avevano abbastanza preparato, ma in generale ricordo un po’ di
insoddisfazione per alcune trovate, una noia generale diffusa e ben poca voglia
di rivedermi il film, anche se qualche tempo dopo mi piombò il DVD del film tra
capo e collo, regalo di qualche amico se ben ricordo, so solo che quando provai
a rivenderlo per fare un po’ di spazio sugli scaffali, all’allora vivo e attivo
Blockbuster mi dissero che potevo tenermelo, perché ne avevano fin troppe copie
che nessuno noleggiava (storia vera). Nel frattempo, Blockbuster è fallito, da
qualche parte ci saranno sepolte copie su copie di “Superman Returns”, di
sicuro io ne ho ancora una, anzi se qualcuna la volesse, è molto ben tenuta.

Il disastro di Superman IV sembrava aver fatto quello che Lex Luthor e la Kryptonite non sono mai
riusciti a fare: uccidere per sempre l’uomo d’acciaio. Ma nei primi anni del
2000 ormai era iniziata l’era dei supereroi al cinema e uno dei fautori di
questo rilancio è stato proprio Bryan Singer prima con X-Men e poi con X-Men 2, qui la trama si complica.
Sì, perché tra Superman IV e “Superman Returns” qualche tentativo per riportare Big Blue al cinema
è stato anche fatto, il più clamoroso di tutti sicuramente resta “Superman
Lives” che avrebbe dovuto essere diretto da Tim Burton, con Nicolas Cage nei
panni dell’ultimo figlio di Kyrpton, prima che la produzione finisse zampe
all’aria, una storia di cui abbiamo parlato qualche tempo fa.

Eppure più ci penso, e più Super Nicolas mi sarebbe piaciuto vederlo svolazzare.
Ma se pensate che Nicolas Cage nei panni di Superman sia una
notizia, aspettate di sentire questa: nel 2004 la Warner Bros. aveva messo in
pre produzione un progetto intitolato “Superman: Flyby” un titolo
particolarmente brutto per un soggetto scritto da lui, il maledetto… GIEI GIEI
Abrams! La trama era parecchio diversa da quella che conosciamo, ruotava
attorno alla guerra civile su Krypton, all’incarcerazione e alla morte di
Jor-El, alla lotta con i Kryptoniani ribelli guidati dal generale Zod e al
ritorno di Superman sul suo pianeta d’origine. Per dirigere tutto questo, Brett
Ratner aveva rinunciato alla regia del primo film sugli Uomini-Pareggio, dando
così campo libero a Bryan Singer (storia vera).
Ma quei due erano destinati a incontrarsi ancora, visto che
Singer un po’ stufo di pareggiare sempre decise di fare il grande salto e
accettare la proposta di provare a rilanciare Superman al cinema, provate a
dire a chi venne affidato quindi il terzo film degli X-Men, Conflitto finale, bravi, proprio a Brett
Ratnet! L’effetto farfalla sbatte fortissimo le ali e vola via.

Quando sei il più nerd di tutti alla parata del gay pride.
Il generale Zod dei sogni di Singer era Jude Law,
ammettiamolo, una scelta geniale, visto che Giuda Legge sembra il figlio
segreto di Terence Stamp con un terzo del carisma, ma Law non ne vuole sapere,
quindi Singer prende la sceneggiatura di “Superman: Flyby” e la getta nel
cestino, con l’idea di ricominciare da capo. Vi rendete conto!? L’unica cosa
(quasi) originale scritta dal maledetto GIEI GIEI e quelli la buttano nella
carta straccia!? Da quel giorno, un super cattivo ben peggiore del generale Zod
si aggira per il mondo cercando di sottomettere tutti a colpi di remake non autorizzati e strizzate
d’occhio. Viviamo nel peggiore dei mondi possibili!
Se “Superman: Flyby” fosse diventato un film, questo sarebbe stato il costume di Big Blue.
Rimettendo mano a quel vecchio DVD mi sono rivisto “Superman
Returns” per questa rubrica, il film è estremamente curato, bisogna dirlo, ma al
netto di un cast con un solo nome davvero famoso e tre scene d’azione in
croce, tre e non di più, il suo clamoroso budget di 204 milioni di ex presidenti
spirati stampati su carta verde risulta sproporzionato.
Quello che non sapevo è che “Superman Returns” è costato
così tanto, perché ha dovuto accollarsi i costi della pre produzione di tutti i
precedenti tentativi di riportare il boy scout di Krypton al cinema, un peso
che ammazzerebbe film meno ambiziosi, figuriamoci questo che nasceva con
l’intento di essere un omaggio al Superman di Richard Donner e un seguito
diretto di Superman II ignorando volutamente i seguiti meno riusciti.
Un’operazione che è la normalità nel 2019 (l’Halloween Blumiano è un ottimo
esempio), ma nel 2006 poteva risultare un po’ futuristica, oppure dovrei dire
retro futuristica trattandosi di un omaggio? Vabbè, insomma quella cosa lì.

Ragazzo, puoi essere molto orgoglioso del tuo oculista.
Ma volete sapere la mia? Singer aveva un altro bel peso
sulle spalle, ovvero il paragone diretto Batman Begins di Christopher
Nolan che con il suo tono incredibilmente serio e realistico e materiale
adatto a quel tipo di approccio, ha fatto rotolare a terra svariate mascelle,
imponendosi come l’UNICA via da seguire. Peccato che Singer aveva capito
qualcosa di importante, ovvero che Superman non è un umano pieno di soldi che
utilizza per fare giustizia indossando colori dimessi come il crociato di Gotham,
Big Blue è quasi onnipotente e per formazione ha deciso di diventare un simbolo
per tutti, anche per questo il suo costume dev’essere il più vistoso
possibile.
Bryan Singer classe 1965, aveva l’età giusta per essere
folgorato al cinema dal Superman di Donner e per questo firma un film che è un chiaro omaggio, a partire dai
tonanti titoli di testa che malgrado un po’ di CGI così così, ricordano proprio
quelli del film di Donner, oppure al tanto chiacchierato utilizzo di alcune
delle scene girate da Marlon Brando per Superman II e mai utilizzate. Siccome il senso generale di beffa e il battito d’ali
dell’effetto farfalla faranno da colonna sonora a questo post, Brando aveva
intentato una causa milionaria per non apparire in Superman II e si è ritrovato
in “Superman Returns”, sono sicuro che ha avuto degli impegni, altrimenti i
suoi avvocati sarebbero venuti già a reclamare per il loro assistito
direttamente dall’aldilà!

“Verrete contattati dai miei legali dell’aldiquà, anche se sono nell’aldilà”.
“Superman Returns” manda a segno una serie di trovate
giuste, ma riesce allo stesso tempo a sbagliare così tante cose da bilanciare i
due piatti della bilancia, da qui nasce la sua aurea di film mediocre e
dimenticabile che si porta dietro dal 2006.
La storia è semplicissima, quasi lineare, tanto che viene da
chiedersi come mai il film duri la bellezza di 154 minuti, ma bisogna dirlo,
nella sua semplicità c’è quasi tutto quello che uno vorrebbe vedere in un film
di Big Blue. Per giustificare gli anni trascorsi, la trama ci dice che Superman
(Brandon Routh) ha passato gli ultimi cinque anni nello spazio alla ricerca dei
resti del suo pianeta natale Krypton, un periodo in cui la Terra ha dovuto fare
a meno del suo eroe che una volta tornato a casa, novello Ulisse, ritrova un
pianeta che non ha più bisogno di lui, ben rappresentato dalla sua amata Lois
Lane (Kate Bosworth) che nel frattempo ha avuto un figlio, è fidanzata con il
figlio del direttore del Daily Planet Richard White (James Marsden, il Ciclope di X-Men) e ha anche vinto il premio
Pulitzer con un articolo intitolato “Perché il mondo non ha bisogno di
Superman”. Niente da dire, proprio un bel comitato di bentornato.

“Sei stato sostituito da quello sfigato degli X-Men. Ah comunque ben tornato”.
A dimostrare che questo mondo ha ancora bisogno del suo
eroe ci pensano i piani di conquista mondiale di Lex Luthor (Kevin Spacey,
altro attore feticcio di Singer) che entrato in possesso dei cristalli
Kryptoniani nascosti nella Fortezza della solitudine, vuole usarli per
terraformare nuovi continenti, inondando quelli vecchi e portando il caos
totale che, poi, a ben pensarci, non è altro che una variante sul tema “Stacca la
California dall’America” del primo film,
dove Luthor aveva i ricci di Gene Hackman.
“Superman Returns” è quasi un’operazione post moderna che
forse il pubblico sarebbe più pronto ad accettare oggi che i seguiti che si
autonominano ufficiali ignorando i capitoli sfigati sono la normalità. Con
tutti i suoi rimandi al film originale, Singer non fa che omaggiarne lo spirito
naif che Donner aveva azzeccato così bene, creando una Metropolis che somiglia
a quella dei fumetti o del vecchissimo cartone animato dedicato al personaggio
e nei dialoghi non mancano continue strizzate d’occhio alle frasi simbolo dei
vecchi film, tipo Superman che spiega che statisticamente volare è ancora il
mezzo più sicuro, dopo aver salvato tutti nella (ammettiamolo, ancora piuttosto
riuscita) scena dell’aereo che precipita, oppure quel «È un uccello? È un
aereo? È Superm…» volutamente interrotta a metà. Per non parlare degli omaggi
al fumetto, basta dire che nella scena dell’auto impazzita guidata da Kitty
Kowalski (Parker Posey che recita con un volpino, come faceva nel 2004 in
“Blade: Trinity”) Superman replica la posa plastica della copertina del suo
fumetto d’esordio, “Action Comics no.1” del 1938.

Questa era proprio facile Bryan, fammene una più difficile su.
Ma tutto questo amore per il film di Richard Donner, paga
dei dividendi amari, quanti ragazzi nel 2006 conoscevano così bene il film del
1978 da poterne cogliere il livello di dettaglio? Non voglio fare il grosso,
anche io ho notato molti di questi omaggi solo rivedendo il film fresco di
ripasso dei vecchi capitoli, inoltre, al pubblico del 2006, quello che vedeva in
Nolan l’unico profeta, questa operazione leggera, pop, con un cattivo malvagio,
ma anche volutamente grottesco e comico e quel trionfo di allegorie Cattoliche
e mantellini colorati, poteva piacere davvero? Con 391 milioni incassati nel
mondo, al netto di 204 spesi per la produzione, forse avete già la risposta.
Cosa funziona in questo film? Di sicuro la regia di Bryan
Singer che muove la macchina da presa molto bene e cura il montaggio, ma in
generale tutti i dettagli del film sono buoni, dal punto di vista estetico
“Superman Ritornato” non è un brutto film, lo si vede nelle piccole cose, tipo
quando il nostro eroe si alza in volo lentamente, lo fa senza un rumore, non
serve avere in sottofondo lo SVUUUUUSH! Dell’aria che si muove, perché per lui
alzarsi in volo è come per noi muoverci da qui a lì, senza nemmeno il suono dei
passi sul pavimento.

Abbiamo poche scene d’azione nel film, almeno facciamole bene.
Quello che, invece, funziona alla grande secondo me sono i
cattivi: Parker Posey con la sua Kitty interpreta una signorina Teschmacher 2.0
svanita e umana in parti uguali, è lei che aiuta Big Blue mettendo i
bastoni tra le ruote al piano di Luthor, proprio come accadeva nel film di
Donner. Ma la scelta più azzeccata del film è proprio avere Kevin Spacey nei
panni della storica Nemesi di Superman, che qui riesce a non far rimpiangere il
grande Gene Hackman, anche se a differenza di Eugenio Mazzatore, Spacey ha
potuto contare su più momenti a lui dedicati, scritti e pensati per regalare il
classico momento di bravura all’attore, tipo quando fa una domanda a Lois Lane
solo per poterla interrompere gridandole «WROOOONG!», con un cambio di voce
che ti fa pensare che Luthor tutto in quadro proprio non è. Una prova ottima e
poi ammettiamolo: l’ennesima dimostrazione che questo film sarà uscito nel
2006, ma forse sarebbe più azzeccato per il 2019. Insomma, Kevin Spacey nei
panni del nemico numero uno del mondo? Quasi un’anticipazione del destino di Frank Underwood.

“Dai dillo, chi è l’attore più cattivo del mondo? Voglio sentirtelo dire”.
Eppure, i difetti non mancano in questo ritorno di Nembo Kid,
la scena della nave che mi aveva colpito positivamente vista in sala, rivista
non fa lo stesso effetto e strappa un po’ d’emozione grazie al tema di John
Williams che parte tonante, ma più in generale, dopo lo scontro con Luthor,
assistiamo ad una proliferazione di finali che annacquano di molto il livello
di coinvolgimento: Superman ospedalizzato e il caramelloso discorsetto di Lois
Lane non mi hanno mai convito, anche se gli infiniti riferimenti Cristologici
sono tanti, Singer ci dà decisamente dentro con “Supes” che solleva cose come
se fossero pesanti croci, oppure che cade, diciamo, svenuto nel vuoto, in una
posa a cui manca solo “Jesus Christ Superstar” in sottofondo.

Kal-El di Nazareth (provincia di Krypton).
Anche se devo dire rivedendole non le ho trovate così
pessime, un po’ perché Superman è stato creato da Jerry Siegel e Joe Shuster
con evidenti affinità con il Nazareno, ma soprattutto perché tra una settimana
vedremo che il sostituto di Bryan Singer è riuscito a fare ben di peggio!
No, purtroppo l’errore peggiore di “Superman Returns” sono i
protagonisti, la forza di questi film sono sempre stati Lois e Clark e qui mi
spiace, ma non funzionano. Brandon Routh è un patatone con il ciuffo, gli occhi
azzurri e il fisico giusto che, però, non riesce mai a trasmettere quel senso di
sicurezza che Christopher Reeve emanava, quella sensazione per cui, non importa
se il mondo stia per finire, è arrivato Superman, vedo il mantello, la grande
“S” andrà tutto bene. Una capacità che a Brandon “Rutto” manca e anche se al
provino con Bryan Singer, il ragazzo ha rovesciato il caffè andando a sbattere
contro un tavolino (storia vera), il suo Clark Kent ha tanto la faccia da bravo
ragazzo, ma senza la goffaggine ricercata di un alieno che imita il
comportamento di un essere umano. Il paragone con il suo predecessore è
implacabile, perché anche a livello umano Reeve è stato inimitabile, ma al suo
primo film importante, Brandon Routh fa la figura del volenteroso dilettante.

Guardalo come si impegna povera stella, che gli vuoi dire.
Non va tanto meglio con la nuova incarnazione di Lois Lane,
ma per descriverla devo fare un giro largo, mettiamola così: io non vengo da
Krypton, ma da un luogo remoto noto come Torino, qui abbiamo oltre ad un tasso
di inquinamento degno di Metropolis, anche la criminalità di Gotham City,
più in generale ci ritroviamo tutti con un’imbarazzantissima “E” molto aperta
nella pronuncia e svariate cose da mangiare tipiche tra cui i grissini. Quando i grissini sono vecchi di un paio di giorni e hanno preso troppa aria
diciamo che sono “gnecchi”, tipo: «Ma com’è gnecco questo grissino». Ecco, la Lois
Lane di Kate Bosworth è gnecca.
Ho detto gnecca! Con la “E” bella aperta!
Ho sempre trovato Kate Bosworth un’attrice un po’ insipida, di recente
ha dato qualche segno di vita,
zavorrata dalla tremenda sottotrama del figlio con l’asma, dove l’identità del
padre è un segreto che al confronto gli occhiali per proteggere l’identità di
Clark Kent sono una sicurezza, Kate Bosworth non brilla, la presunta
risolutezza del personaggio è citata da tutti, ma quasi mai mostrata davvero, non
sembra il tostissimo peperino interpretato da Margot Kidder, lei sì, invece, era
davvero gnecca. Però con la “O” questa volta.

“Dove vai?”, “Dall’avvocato di Marlon Brando, voglio fare causa a Cassidy”.
L’attenzione che Bryan Singer mette nei personaggi va un po’
sprecata, quando il regista e i suoi sceneggiatori (i fidati Michael Dougherty
e Dan Harris) costruiscono una premessa incredibilmente azzeccata per il
personaggio e poi drammaticamente non la sfruttano a pieno. Superman è tornato
dopo cinque anni d’assenza, il concetto stesso di mostrare il ritorno del più
grande eroe della Terra, quello che viene considerato da tutti il primo tra i
supereroi, potrebbe essere l’occasione per mostrare lo stupore, l’epica e il
senso di grandezza che un’icona come Big Blue dovrebbe ispirare.
Hai la lucidità di pensare ad una situazione iniziare che
sembra un ritorno Omerico in chiave super eroistica e poi semplicemente ti
dimentichi di sfruttarne il potenziale allungando il brodo e perdendo tempo con
il triangolo amoroso tra Clark, Lois e Richard White? No, questo è più grave che
aver tagliato la bella scena iniziale, di Superman con costumino grigio
spaziale, alla ricerca della sua Krypton che, però, trovate nei contenuti
speciali del DVD. Anzi, se vi interessa, ho un bellissimo DVD di “Superman
Returns” praticamente nuovo, sapete come contattarmi!

“Hanno massacrato il nostro film Kevin”, “Poteva andare peggio, potevano accusarci di molestie sessuali entrambi”.
Siamo quasi al capolinea gente, ancora un capitolo per
questa rubrica che arriverà qui sopra tra sette giorni, pregate per me perché
mi toccherà affrontare un film che basta pronunciare il suo titolo per far
tremare le fondamenta della Terra, a breve su queste bare!
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