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Supersex (2024): Rocco invade la piattaforma

Una tendenza piuttosto marcata ultimamente è quella delle biografie, oddio ci sono sempre state “biopic” dedicata ai personaggi più amati, ma una di queste, tante volte certifica lo stato di celebrità, in particolare se è finta come una banconota da tre Euro o se spiega il meno possibile, dando per scontato che tutto il pubblico conosca i soggetti interessati.

Altro filone che è sempre esistito, esploso diventando linguaggio condiviso tanto da aver già quasi stufato, sono le storie di super eroi, quindi le alternative che avevamo in uno strambo Paese a forma di scarpa – in attesa di “Superciuck: il film” – era mescolare questi due filoni, condirli con un argomento sempre di moda (si, proprio quello) e tirare fuori il super eroe italiano, “Supersex”, la storia romanzata, molto romanzata di Rocco Siffredi, attore non proprio in linea con il tipo di film che trattiamo di solito alla Bara Volante ma in senso più ampio sì, a suo modo uno che fa film di genere. Ve lo dico, questo post oggi sarà ad altissimo rischio di doppi sensi, più o meno voluti.

Anche la posizione del braccio del protagonista, un doppio senso.

Netflix, che contribuisce a distribuire sulla sua piattaforma, ha puntato molto su questa miniserie con l’aria da “Stagione 1” (tanto che finisce sul più bello e no, non farò battute facili!), ma mettiamola così, su Rocco Siffredi molta narrativa è diventata leggenda, quindi ci sta che abbiano scomodato un regista di talento come Matteo Rovere, per una trama scritta da una sceneggiatrice (dettaglio che si nota, più avanti ci torneremo) dove il regista si è portato dietro il suo pretoriano, Alessandro Borghi, da primo Re di Roma a Stallone Italiano, per altro con una prova convincente, mai imitativa, se non fosse per il sorriso “tuttodenti” che comunque è una caratterista di Rocco. La seconda, mettiamola così.

Se non ride lui, chi?

Se la narrativa ci tramanda di Rocco che scopre le sue, diciamo pulsioni, scovando una rivista per adulti, nella versione re-immaginata della realtà, la rivista diventa un fumetto, ovviamente zozzo ma a sfondo (ah-ah) supereroistico, “Supersex”, l’eroe di carta che il piccolo Rocco, nella sua nativa Ortona, sogna di diventare.

Lo dico? Altrove questa sarebbe la storia di origini del più dotato degli eroi, una roba che potrebbe scrivere con risultati esaltanti uno come Garth Ennis, che invece nelle mani di Francesca Manieri diventa un dramma serio, che si prende sul serio, verrebbe da dire una sorta di Rocco e i suoi fratelli (considerando l’alto numero di figlioli della famiglia Tano) solo che questa volta, non bisogna specificare, Rocco è proprio QUEL Rocco.

Buonaseraaaaaaa (cit.)

Ho faticato ad arrivare alla fine dei sette episodi di “Supersex”, per due ragioni, la prima: a tratti sembra che Rocco Siffredi, l’icona anche pop, il mito di moltissimi, qui sia uno che ha portato sulle spalle i drammi del mondo. Non appena la serie butta occhiate alla formazione, ai primi passi nel mondo del porno (dalla Francia a Riccardo Schicchi), di colpo si fa largo una sottotrama “criminale” legata al personaggio di Tommaso Tano (Adriano Giannini) che non appena diventa interessante, deve lasciare spazio al “Sex” del titolo, risultato? Tanti momenti seri, carichi di pathos, che ci credono proprio tanto, forse pensati anche per non far ridacchiare (troppo) il pubblico nelle inevitabili scene di sesso, che ci sono, forse più spinte della media della vostra serie Netflix, ma meno di HBO, quindi regolatevi voi.

Cosa non ho gradito di “Supersex” punto numero due: il suo essere allineato alle biografie contemporanee, quindi che se già conosci la storia vera, te ne beccherai una versione romanzata meno efficace di quello che altrove, potrebbe ottenere un buon documentario, senza un’ombra di spiegazione sui personaggi coinvolti. Per quanto fisicamente meno prosperosa, Gaia Messerklinger riesce a cogliere l’aurea di Moana Pozzi (so che la conoscete… Degenerati!) ma perché proprio lei ha quella presa sul protagonista, rispetto ad un’altra bionda a caso? Non è dato sapersi perché la trama non approfondisce minimamente e tanto meno s’impegna a creare un personaggio, consapevole che tutti sanno già di chi stiamo parlando.

Ok che un super eroe deve avere una maschera, ma qui si esagera!

Su questo principio ad emergere sono le singole prestazioni, ad esempio ho apprezzato molto la prova gioiosamente guascona di Vincenzo Nemolato, perfettamente in linea con l’entusiasmo tutto italiano e la nostrana capacità di arrangiarsi sfoggiata dal suo Riccardo Schicchi, quasi un sognatore nel suo campo, un Willy Wonka del porno.

Allo stesso modo svetta il Franco Caracciolo interpretato da Mario Pirrello, altrove la quota “inclusiva” qui un personaggio riuscito, efficace, tangenzialmente insieme a Nemolato anche uno dei pochi in grado di scandire bene le parole, rendendo i dialoghi finalmente ascoltabili e qui torniamo ad un problema nostrano noto enfatizzato da “Supersex”: tutti bisbigliano!

Per certi versi sempre di guardare “L’uomo cavallo che sospira”, parafrasando un titolo abbastanza famoso (preso in prestito per una freddura brutta), anche quando Borghi e la comunque intensa Jasmine Trinca si fanno confessioni, si chiariscono, in una stanza vuota dove nessuno può sentirli, loro bisbigliano. Ho dovuto seguire “Supersex” come fatto con altri lavori italiani, ovvero con i sottotitoli, non tanto per le tante parti in francese (a tratti la miniserie sembra pensata più per gli altri mercati che per il nostro, il che non è certo una critica) quando proprio perché non si sentono le parole, nessuno scandisce, e anche qui, vi evito i doppisensi facili, tentando di mantenere una professionalità.

Luci rosse. No intendo proprio luci rosse, la fotografia.

Purtroppo “Supersex” termina sul più bello, sul primo (di tanti) ritorni dal ritiro di Rocco, saltando tutta la parte della sua trasformazione in icona Pop perennemente in TV anche in programma in cui può tenere i vestiti addosso, insomma il resto sarà anche tutto porno come dice il protagonista in una “Frase maschia” molto riuscita della serie, ma attorno che ci hanno messo? Una biopic volutamente farlocca (lo dichiara fin da quel “Liberamente ispirato” dei titoli di coda di ogni episodio) per una storia di origini di un supereroe, che come quelli americani ha drammi in famiglia, si sceglie il suo nome (da Tano a Siffredi) e ha un potere per cui non ha sudato o faticato come gli eroi orientali, ci è nato e gli è andata bene, visto che alcuni super eroi hanno un potere del cazz… No vabbè, professionalità Cassidy! Resta nel personaggio!

Insomma, con due giri di vite (e meno sussurri), una stagione due la guarderei anche, ma la parte più divertente di questo post è la possibilità infinita di titoli potenziali tra quelli che mi sono balzati in mente, ne ho scelto uno che non dovrebbe (forse) farmi imbattere in problemi di censura, se volete leggere gli altri, sperate che la miniserie si trasformi in una serie premiata dalle tante visualizzazioni, ho idee fino ad una potenziale stagione sette!

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  1. Lo dicevano anche in Dawson’s Creek che la parte migliore dei porno è nel titolo 🙂
    Qui nemmeno quello sembra troppo originale, e nonostante tutti si sentano tantissimo intensi e in parte, che fatica arrivare alla fine, che noia pure in quelle scene di sesso messe per esigenza di algoritmo ormai.
    Una seconda stagione non credo la guarderei, mi basta così.

    • Io la vedrei solo per giocarmi i titoli, dovesse andare male come recensore, potrei sempre riciclarmi titolista per i porno 😉 Cheers

  2. Non avrei mai detto che in un prodotto italiano gli attori sussurrassero. Che straordinaria novità!

    • SHHHH! Non urlare, qui si sussurra e basta, altrimenti poi qualcuno capisce anche qualche dialogo 😉 Cheers

  3. Se decidessero di proseguire: “Supersex” seconda stagione, “Pochi (cazzi)… ma buoni” 😉

    • Esatto, eh che cazzo! Appunto 😉 Cheers

  4. X Sergio:
    Conta che parliamo di piu’ di vent’anni fa, adesso qualcosa si e’ mosso anche qui da noi.
    Di sicuro, avere qualche aggancio aiutava. E conta che alla fine nelle riviste lavoravano studenti universitari che col compenso ci pagavano giusto le spese.
    Insomma, di sicuro non ci campavi.
    Oggi esistono corsi e stage, e i videogames sono materia di studio.
    Allora non c’era nulla.

  5. Redferne, ah ok chiaro… come qualunque normale lavoro insomma XD. Finché è così, va ancora bene. I problemi veri arrivano quando il compenso per la singola recensione è irrisorio e magari non vale nemmeno come rimborso spese o quando Tizio Caio, a differenza di te, viene mandato avanti nonostante gli scarsi meriti solo perché è “amico degli amici” :D. Ok, grazie della risposta 🙂

  6. X Sergio:
    Saro’ breve, perche’ come dici tu non e’ il caso di divagare.
    Diciamo che mi sarebbe piaciuto. Ci ho provato, ma non e’ andata.
    Ma scambiando qualche chiacchiera con gli addetti alle ferie di settore (ma ti parlo di decenni fa) mi ero reso conto che hai a che fare con scadenze, ritardi, contrattempi di ogni tipo.
    Come qualunque passione una volta che ti riesce di trasformarla in lavoro, grossomodo.

  7. Redferne, scusa se m’intrometto uscendo un po’ dal seminato, ma mi hai incuriosito: hai avuto esperienze (anche indirette) con riviste specializzate in videogames? Esattamente quali problemi hai trovato in quell’ambiente? Scusa ancora, ma come detto sono curioso…

  8. Una vita per il cinema, parafrasando una celebre canzone.
    Mah, alla fine non mi e’ parsa questo gran che. Ma quando scegli un personaggio simile, il filmetto o la serie l’hai venduto a prescindere.
    Ogni riferimento a una pellicola svogliatissima basata su una band leggendaria e’ puramente voluto, sappiatelo.
    Ne approfitto per spendere due parole sul fenomeno Rocco.
    Popolare a suo modo lo e’, inutile dirlo.
    Anche perche’ e’ stato abbastanza intelligente e lungimirante da sopravvivere a quel mondo (non e’ tutto oro quel che luccica, teniamolo ben presente) e diventare manager e produttore, gestendo cosi’ quel settore che ha contribuito a lanciarlo.
    La cosa che avrebbero dovuto fare molte rock – star, una volta dato un taglio ai tour e ai concerti.
    E anche altri suoi colleghi.
    Invece di finire tragicamente, aggiungo.
    Ma… siamo sicuri che stia davvero cosi’ simpatico?
    Da maschi, il sentimento comune e’ una sorta di invidia.
    Ma ripeto: non e’ come la si racconta.
    Facile pensare: lo pagano per tr(ci siamo capiti), meglio di cosi’!!
    Il grosso equivoco del mondo a luci rosse.
    Eh. Non e’ come appare.
    Sembra me quando volevo diventare recensore di Vvideogames.
    Tutti a pensare che fosse un lavoro da sogno.
    Ma chi lavorava nelle riviste specializzate non mancava mai di metterci in guardia.
    Guardate che non e’ come pensate, dicevano.
    Scusa la divagazione, ma alla fine sulla serie non e’ che ci sia molto da dire.
    E come dico io…quando la visione non convince, almeno ci si lascia andare a battute di ogni tipo.

    • Citare gli Elii è sempre cosa buona e giusta, spero facciano altre stagioni solo per farmi utilizzare tutti i potenziali titoli di post che ho, solo per quello 😉 Cheers

  9. Ahhh, ho cominciato a guardarla qualche sera fa, ma ho deciso di vedere altro, non so se la riprendo o meno.

    • Vedi tu, a me non ha conquistato. Cheers!

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