Non volevo arrivare qui. Eppure, ormai ci siamo, quindi
sistematevi il cappello, è ora di fare i conti con l’ultimo capitolo della
rubrica… Lui è leggenda!
La verità è che George A. Romero (quando vi chiederanno per
cosa sta la “A”, voi saprete cosa rispondere) aveva tante storie da raccontare
e non tutte prevedevano i suoi amati “Blue collar monsters”, lo ha confermato
anche sua moglie Suzanne Desrocher che dopo la dipartita della Leggenda, ha
trovato qualcosa come una quarantina di sceneggiature accumulate negli anni (STORIA VERA).
infilarci dentro i suoi mostri operai e chiamarlo, quello che vi pare seguito
da “… Of the dead”. Che, poi, per un bel pezzo, è stato anche il titolo di questo
film, con tanto di locandina, una specie di “Quarto stato zombie” in marcia.
Una trovata e un titolo ironico e più memorabile dell’anonimo “Survival of the
Dead” scelto come titolo definitivo.
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| Continuo a pensare che sarebbe stato il titolo migliore per l’ultimo film di zombie di zio George. |
Dopo una carriera passata a non trovare fondi per raccontare
le sue storie, il primo a scherzarci sopra era proprio zio George “Ammmore”
che, infatti, ha chiamato la sua casa di produzione (BLANK) of the dead e con un
budget infinitesimale ha sfornato questo film, il primo horror a finire in
concorso alla mostra del cinema di Venezia nel 2009, dai tempi di “Dr. Jekyll
and Mr. Hyde” (1932), giusto per ribadire quanto Romero fosse (e sarà per
sempre) legato a filo doppio al cinema Horror, ma, forse, mai come questa volta
era chiaro che Romero avrebbe voluto fare altro.
la generica catastrofe che spinge l’umanità al limite, per rivelarne la vera
natura, qui Romero fa di più, sottolineando la sua volontà di usare i suoi “Blue
collar monsters” come benzina da lanciare sul fuoco già acceso dei problemi
dell’umanità, lasciandosi alle spalle il livore e la pesantezza dei dialoghi (e
di quella voce narrante così ridondante, scusate la rima) di Diary, in favore di qualcosa di più
frivolo ad una prima occhiata, ma di sicuro non meno cinico. Senza il peso del
narratore, bisogna dire che i protagonisti di “L’isola dei sopravvissuti” (un
giorno qualcuno dovrà rendere conto di questo titolo Italiota) vengono fuori a Romero
un po’ meglio, anche se, parliamoci chiaro, il film non è tutto pesche e crema,
anzi.
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| Qualche posto migliore di Venezia, per presentare un horror ambientato su un’isola (forse Mestre, più brutta degli zombie!). |
Quanti film ci sono che si intitolano qualcosa “… Of the
Dead”? Onestamente ho perso il conto. Sul serio, pensate ad una parola, una
qualunque, probabilmente è stata usata in un film con degli zombie… Ufficio? “Office
of the dead” (2009). Lussuria? “Lust of the dead” (2012). Siete fanatici di
calcio? “Goal of the dead” (2014), certo ci sono dei capolavori come “Shaun of
the dead” (2004), ma sono l’eccezione che conferma la regola. Tutti questi
film, anche i peggiori, alla fine ci ricordano l’importanza capitale di zio
George nell’economia del cinema horror, forse non ci sarà mai più un regista
capace di dare così tanto ad un singolo genere. Il problema di “Survival of the
Dead” è che ad una prima occhiata, potrebbe passare per uno di quei film, al
massimo uno diretto da un imitatore particolarmente ispirato.
di più, dovrei mentire e siccome non ne sono capace non ci provo nemmeno, il
film ha dei problemi di ritmo abbastanza notevoli e quella dannata CGI in molti
momenti toglie la poesia, eppure, quando lo rivedo, penso che il peggiore film di
Romero – e questo potrebbe davvero essere il candidato – è comunque migliore
del miglior filmetto senza anima con gli zombie che corrono. Il classico film
che si apprezza di più per la continuità tematica del regista che lo ha
firmato, piuttosto che per la sua effettiva qualità. Ammettiamolo, ben lontana
dall’eccellenza con cui la Leggenda ci ha viziati. Valutato di cuore e di
pancia, “Survival of the Dead” è poca cosa, analizzato nei suoi contenuti, il
primo che mi dice che Romero era arrivato al capolinea, si merita… “Knight of
the Dead” (2013), ne ho appena scoperto l’esistenza, ma vi giuro che esiste!
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| “Cows of the dead”, no aspetta ci sono, “Ranch of the dead”. |
Sapete quando negli horror i personaggi dicono che il posto
più sicuro, quando gli zombie ormai hanno superato per numero gli umani è un’isola?
In fondo, anche i protagonisti di Il giorno degli zombi, volavano su un’isola,
no? Ecco, Romero ci dà una risposta finalmente chiara e quella risposta è: NO.
Perché tanto il male sta nel cuore degli uomini, non c’è spiaggia o tratto di
mare che possa proteggerci.
cattivi e appena un po’ meno cattivi, l’antico principio per cui il più pulito
ha la rogna, infatti per la prima volta, abbiamo dei personaggi ricorrenti che
arrivano direttamente dal film precedente, i militari guidati da Sarge
“Nicotina” Crocket (Alan Van Sprang) che, non a caso, in Le cronache dei morti viventi, erano i
bastardi che rapinavano i protagonisti. Vi ho già parlato dell’antico adagio
sulla rogna, vero?
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| Se sei vivo spara (agli zombie). |
I personaggi sono arroganti e volutamente sgradevoli, nel
senso che fanno cose che ti aspetteresti solo da qualcuno che ha capito che il
mondo è andato e le regole sono saltate, quindi è un fuggi fuggi generale, in
cui chi è armato meglio ha più speranza di salvarsi, in un mondo dove gli
zombie sono talmente tanti che spuntano alle spalle dei personaggi e in questo
film lo fanno di continuo. Anche troppo per non notare che Romero abbia ben
poca voglia di inventarsi chissà che novità, infatti il massimo che fa è
regalarci qualche ammazzamento esagerato, quasi da cartone animato, tipo lo
zombie che morendo in brutta CGI, si ritrova con la calotta del cranio che
rimbalza sui resti del collo, nemmeno fosse la versione non morta dei Looney
Tunes.
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| Manca giusto la musichina: That’s All Folks! |
No, in questo film i buoni sembrano mancare proprio, il
cinismo di Romero si fa strada tra gli zombie uccisi in modo variopinto,
infatti il videomessaggio di “Capitan Coraggio” Patrick O’Flynn (un Kenneth
Welsh che si diverte molto nella parte) è solo una trappola per fregare qualche
gonzo, ma, in compenso, permette ai soldati di raggiungere l’isola di Plum
Island, al largo della costa del Delaware che diventa il teatro della vicenda
ed è qui che il film inizia sul serio, anche se, intanto, una ventina di minuti
sono andati via col vento.
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| Più che Capitan Coraggio sembra Capitan Findus, ma va bene lo stesso. |
In un film che vorrebbe essere altro e ribadisco, in
generale resta davvero poca cosa, zio George porta in scena le due
caratteristiche che lo hanno sempre contraddistinto come essere umano, ovvero cinismo
e umorismo in parti uguali e se l’umorismo si consuma con le “Dead heads”,
come gli zombie vengono chiamati qui (isola che vai, vocabolario che trovi)
uccisi in modo bizzarro, il cinismo è tutto da vedere, perché Plum Island è il
riassunto di quasi tutti i guai dell’umanità.
indesiderati che vanno gestiti da chi prende le decisioni, un potere che su
Plum Island è diviso tra due famiglie, gli ultra conservatori Muldoon, guidati
dall’inflessibile capofamiglia Seamus Muldoon (Richard Fitzpatrick) uno
sceriffo con tanto di cappello adatto al ruolo che per i non morti ha solo una
soluzione: ammazzarli senza pietà. Anche se poi il suo credo religioso lo rende
nei fatti meno coerente con le sue parole.
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| “Ehi, tu non sei Seamus McFly!” (Cit.) |
Dall’altra, invece, troviamo gli O’Flynn, del già citato Patrick,
che ha due figlie gemelle Janet e Jane (entrambe interpretate da Kathleen
Munroe), la prima ama andare a cavallo, infatti continua a farlo anche se è
morta, aggirandosi al galoppo per l’isola come una versione zombie del
cavaliere senza testa (che poi, a ben pensarci, forse era davvero uno zombie), l’altra,
invece, porta avanti la teoria di famiglia, per cui i “Dead heads” potrebbero
essere non dico ammaestrati, ma almeno tenuti a bada nutrendoli con altro, tipo
la carne di cavallo. Insomma, il film preferito dei Vegani.
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| Non ordinate l’insalata, potreste finire voi a fare da contorno. |
Contrasti sulla linea politica da adottare, divergenza di
vedute lascito della religione, famiglia opposte dai nomi chiaramente irlandesi
e di certo non scelti a caso, Plum Island potrebbe essere l’Irlanda del Nord e
gli zombie sono solo il pretesto per portare avanti da anni, anzi da decenni
una faida iniziata per motivi che ormai sono sullo sfondo, perché l’odio
reciproco ha superato in priorità il vero problema che, ormai, vaga sullo sfondo
come gli zombie in questo film. Con tutta questa Irlanda nell’aria, verrebbe da
pensare che Romero si sia fatto influenzare un po’ da “Un uomo tranquillo” di
John Ford, invece l’ispirazione arriva, non a caso, da un western, “Il grande
paese” (1958), infatti il personaggio di Kathleen Munroe qui, cerca di fare
quello che nel film di William Wyler, cercava di fare Gregory Peck, ovvero fare
da paciere tra le famiglie in guerra.
Il problema del film, come detto, è l’uso abbondante di
economica CGI che fa davvero male agli occhi, di sicuro gli effetti speciali
fatti con il buon vecchio lattice (che non mancano) risultano ancora quelli
migliori, ma il film ha parecchi problemi di ritmo, non riesce a coinvolgere lo
spettatore al meglio, alla fine le chiavi di lettura politiche sono più
interessanti di quello che accade ai personaggi, anche se è innegabile nell’ultimo
atto il film salga di colpi.
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| “Ma che gli faccio io alle donne!”. |
Il rapporto tra le due gemelle O’Flynn tiene banco e
definirlo morboso sarebbe anche riduttivo, ma quando Romero decide finalmente
di risolverlo, “Survival of the Dead” entra nel vivo, anche se ormai
siamo arrivati all’ultimo quarto d’ora di film. Il piano di ammaestrare gli
zombie e nutrirli con carne che non sia quella umana, sembra la profezia del
Dottor Logan di Il giorno degli zombi
che, però, giova ricordarlo, era matto da legare e se quello che resta dell’umanità
deve aggrapparsi al piano di un folle, beh, tanti auguri gente!
sicuramente, ma anche di budget, di sicuro non è un film privo di cose da
dire, all’epoca Romero, con i suoi 69 anni, era ancora lì a giocare a fare il
cowboy e usare i suoi “Mostri operai” come metafora, quando ormai gli zombie
erano già ampiamente inflazionati e anche in quello che potrebbe tranquillamente
essere ricordato come il suo film più scarso, sapeva come mandare a segno un
finale che altri si scordano, il duello, in puro stile western, virato in
chiave horror, però non a mezzogiorno (di fuoco), ma sotto la luna a mezzanotte
tra Patrick O’Flynn e Seamus Muldoon, eterni nemici destinati a fare quello che
hanno fatto per tutta vita, la guerra odiandosi per motivi che ormai non hanno
più senso, continuare a spararsi con una pistola ormai scarica, infatti il “Click”
dei revolver continua anche quando il film sfuma e stanno arrivando i titoli di
coda.
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| Mezzogiorno Mezzanotte di Fuoco. |
Ci sono film di zombie migliori? Potete dirlo forte, ma all’interno
della filmografia di cui fa parte, “Survival of the Dead” è più coerente che
bello e quando lo rivedo, a colpirmi e a lasciarmi della malinconia addosso, più
che i difetti, è la volontà manifesta di Romero di uscire da quello schema “…
Of the Dead” e affrontare anche altri generi senza poterlo fare in pieno. Non
so voi, ma a me non sarebbe dispiaciuto un western con tutti i crismi, diretto
dalla Leggenda.
allungare all’infinito questa rubrica spostando più avanti possibile il momento
di dover salutare George A. Romero per sempre, rimanendo senza più altri suoi
film di cui scrivere. Romero è stato un regista davvero leggendario, uno
che ha fatto la storia del cinema e della cultura popolare come quasi nessun’altro,
anche se i suoi effettivi meriti non gli sono mai stati riconosciuti a dovere,
immagino che lo sappiate, ma trovo quasi romantico che prima di andarsene,
abbia chiesto alla moglie di mettere su la colonna sonora del film “Un uomo
tranquillo” di John Ford, per passare anche gli ultimi istanti avvolto nel
grande cinema, ovvero il posto dove merita di stare George “Amore” Romero.
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| Quando uno il grande cinema se lo porta dentro, fino alla fine. |
Perché alla fine questo era George A. Romero, un uomo
tranquillo e come vi dicevo fin dall’inizio di questa rubrica, sono quelli tranquilli, che dentro hanno il fuoco per
ardere il mondo e nessuno lo ha illuminato come ha fatto questo spilungone di Pittsburgh
che non smetteremo mai di ringraziare.
autografi con dedica “Stay scared”, Romero ha dichiarato che aveva un obbiettivo: fare un film prima di morire e un altro, dopo essere “ritornato”. Quindi
gente, restate spaventati perché zio George tornerà, io sono sicuro che prima o
poi tornerà e lo farà davvero un altro film. D’altra parte, le leggende non
muoiono mai, no?















