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Suspiria (2018): chiamami con il nome (di un film di Dario Argento)

Ormai dovreste saperlo, anche se vivo nella città dove sono
ambientati alcuni dei suoi film migliori, non sono mai stato un Argentiano di
ferro, ma la notizia di un remake di un suo film, e nemmeno di uno qualunque,
ma uno dei suoi migliori come Suspiria,
non può che destare attenzione, anche considerando quanto Argento sia
protettivo nei confronti delle sue opere.
A dirla proprio tutta, penso di aver visto tutti i film
sbagliati di Luca Guadagnino, nessuno mi ha particolarmente mandato giù di
testa, e no, non ho visto nemmeno “Chiamami col tuo nome” (2017), perché boh,
non mi ispirava granché, anche se metà di quelli che conosco che lo hanno visto
lo amano, e l’altra metà sbuffa facendo spallucce. Insomma una versione
moderata di quanto accaduto con questo remake, accolto con un numero uguale di
urla di “CAPOLAVORO!” e di “CAGATA PAZZESCA!”, un po’ come accade con tutti i
film nell’era di Internet direte voi? Si, ma questa volta un po’ più delle
altre.

Con le mie lacune (soprattutto mentali) e i miei gusti non
schierati, ora che ci penso forse mi ritrovo nella condizione ideale per vedere
questo film, cosa che in effetti ho anche fatto (altrimenti di che starei qua a
scrivere?) e siccome nei 152 minuti di durata, questo “Suspira” ha dentro un
sacco di roba, ma proprio tanta, io inizio facendo il giro largo, ovvero dalle
reazioni.

Uno stimato psicologo (ciao Tilda!) studia le reazioni a questo film.

Si lo so, quando uno, tipo che so, io, prova a buttare giù
qualcosa di sensato su un film, i commenti in rete dovrebbe proprio ignorarli,
ma per una volta mi torneranno utili per mettere in chiaro un paio di cosette,
a partire dalla questione remake.

Ne siamo sommersi, l’andazzo lo conoscete, il pubblico ha
preso la brutta abitudine di premiare al botteghino solo titolo conosciuti, e
chi produce giusto quelli sforna. Il sole non fa in tempo a calare che spuntano
come funghi notizie di remake di questo o quell’altro film, il più delle volte
sono operazioni inutili che non lasciano nessun ricordo (per fortuna!), altre volte peggio, versione sbiadite degli originali. Non odio i
remake, uno (anzi due) dei miei film preferiti di sempre
lo sono, quindi che senso ha lamentarsi di tutti questi film fotocopia, quando
uno come Luca Guadagnino ha le palle di partire dal film di Argento, per tirare
fuori qualcosa di quasi completamente diverso?
Quindi il remake uguale non va bene, il remake diverso
nemmeno, anche perché sono volate polemiche sul fatto che, diverso per diverso,
tanto vale non chiamarlo nemmeno “Suspiria”, qualcuno lo avrebbe prodotto
comunque, perché dopo il successo di “Chiamami col tuo nome”, Guadagnino poteva
fare qualunque cosa. Ma parliamoci chiaro, questo film è “Suspiria” a tutti gli
effetti, ha una Susie che come Totò e Peppino, si divide a Berlino, ha le
streghe, un cameo di Jessica Harper
in un ruolo ed è persino ambientato nell’anno di uscita del film di Argento,
certo, ha la parola “Suspiria” (e la relativa “S”) in un posto dove non ti
aspetteresti di trovarla, ma davvero il pubblico è diventato così pigro da
chiudersi a riccio davanti ad una pellicola che prova a fare qualcosa di
diverso?

“Di nuovo!? Io veramente avrei giù dato nel 1977, ho anche smesso di fare danza!”.

Il fanatico di cinema di genere in me, avrebbe voglia di
nuclearizzare un’opera piena di difetti, che dura un’eternità, apre circa
cinquanta sotto trame, qualcuna volutamente usata come specchietto per le
allodole per il pubblico, molte altre invece, semplicemente le dimentica. In
moltissimi momenti risulta «Didascalico! Letterario!» (Cit.) nel suo reiterare
alcuni concetti più e più volte (il primo dei sei atti del film, con Chloë “spiegone”
Moretz, che a furia di interpretare la figlia di Nicolas Cage in “Kick-Ass” ha
ereditato il suo modo esagerato di recitare, ma senza il suo controllo), tanto da arrivare forse con il
fiato corto, insomma i difetti abbondano, vengono via un soldo alla dozzina e
qualcuno esce a caso dalla fottute pareti, un po’ come le musiche di Thom Yorke,
che in certi momenti pare abbia composto la colonna sonora, guardando del
girato proveniente da un altro film, per quanto risultano fuori luogo i pezzi
del cantante dei Radiohead.

Più vedo recitare questa ragazza e meno mi sembra brava, brutta roba l’adolescenza.

Eppure Luca Guadagnino dimostra di aver capito qualcosa del
capolavoro di Dario Argento, non so se sia vera la storia per cui da ragazzino,
il nostro Luca rimase affascinato dalla locandina del film, esposta in qualche
località di mare in cui era in vacanza, ma sta di fatto che la sua versione di “Suspiria”
è il classico progetto della vita, che un regista sforna, subito dopo il film
della consacrazione, lo sappiamo come sono fatti questo tipo di film (un
esempio? Eccone uno!) e questa
pellicola ne ha tutte le caratteristiche: Esagerata, sopra le righe,
strabordante di tutto e destinata a far discutere.

Ho trovato la pellicola sicuramente più ingarbugliata del
necessario, e anche un po’ troppo espositiva e didascalica per i miei gusti di
fanatico del cinema di genere, il rischio con un film così, è quello di pensare
di trovarsi davanti ad un regista con la puzza sotto il naso, che ha anche un
mal celato schifo per il materiale originale, e decide di elevarlo con la sua
aurea di autore. Questo spiega forse i cori di una buona parte di pubblico che
si è sbrigata a dire che questo film “Non è horror”. Non credo che rivedrò il
film a breve, anzi, è più probabilmente che vedrò altre dieci volte quello di
Argento, prima di concedere anche solo un’altra occasione al film di
Guadagnino, eppure nemmeno per un minuto, dei tanti (troppi!) che compongono
questo film, mi sono mai trovato a pensare che il regista sia venuto già con la
spocchia di chi vuole insegnare come si fa il cinema, cosa che non posso certo
dire di The Neon Demon, tra questo
film e quello di Refn è una non competitiva: A livello di personalità questo lo
batte mille volte.

Ah ho capito! Il Moonwalk di Michael Jackson, però in verticale.

Si perché Luca Guadagnino ha un gran sprezzo del pericolo, che
va di pari passo con uno spiccato senso del ridicolo, che in alcuni momenti
controlla molto bene ed in altri beh, semplicemente gli scappa di mano, che
parte proprio dall’ambientazione. Qualunque altro regista avrebbe sparato la
fotografia, nel tentativo disperato di imitare Dario Argento, magari gettandosi
su immagini ultra patinate (si Refn, sto parlando con te), mentre Guadagnino
sposta la storia dalla Friburgo Argentiana, un luogo perfetto dove raccontare
una favola nera, ad una Berlino estremamente realistica, plumbea, in un
tentativo costante di togliere punti di riferimento allo spettatore, e in
questo senso, la colonna sonora di quel cane sciolto di Thom Yorke, trova anche
una sua logica.

La scuola di ballo dove si reca Susie Bannion (Dakota
Johnson, che dopo quella porcata di Cinquanta sfumature di grigio, incredibilmente recita ancora), è un edificio austero,
molto TeTesco che si trova accanto al
muro di Berlino. Il 1977 di Guadagnino è quello delle sessioni Berlinesi dei
dischi di David Bowie, un posto dove il terrorismo fa capolino, in tv e suoi
giornali, interrompendo costantemente la narrazione dei personaggi principali,
che potrebbero essere Susie, o forse Dr. Jozef Klemperer. Un posto dove
probabilmente nei cinema, viene proiettato Suspiria
di Dario Argento.

“L’espressionismo tedesco è il grande amore della mia vita!” (Quasi-cit.)

La finzione e la realtà vanno a braccetto e danzano per
tutto il tempo, anche in quella scena dopo i titoli di coda, che credo abbia
qualcosa di fortemente metacinematografico, se non fosse che dopo 152 minuti di
fare e disfare, non credo di esserne poi così certo. Ma considerando quanto
risulta (volutamente?) posticcio quel finale, mi viene da pensare che l’idea di
Guadagnino fosse proprio quella di creare un passato fittizio (il 1977), per
parlarci del Male, quello vero con la “M” maiuscola, ambientando tutto in
Germania e fin troppo didascalico quindi strizzare l’occhio ai sopravvissuti
dell’Olocausto, ma è anche evidente che la volontà si parlare di quello stesso
male che ancora pervade il mondo, la frase «Why is everyone so ready to think
the worst is over?», è piuttosto chiara in tal senso.

Ecco poi ci sarebbe il problema delle metafore, tante, così
grosse da diventare METAFORONE, non tutte proprio originalissime, oppure del
fatto che i 152 minuti del film hanno un ritmo da “calamento della palpebra”
abbastanza spinto, dove i continui flashback horror della protagonista, corrono
il rischio di passare per vezzi di un autore, troppo superiore alla materia che
tratta, per fare dell’horror vero. Ecco perché come dicevo, tanti si sono
sbrigati ad etichettare questo film come altro, però voi la scena di Olga che
“balla” come la chiamate?

Io nel dubbio, chiamerei un chiropratico. Uno bravo possibilmente.

Nel suo essere così lunga e inesorabile nel suo non staccare
mai la macchina da presa dando un po’ di pace a quella poveretta, sembra durare
una vita, è anche un momento in cui sfido chiunque a non fare “AUCH!” durante
la visione. Perché funziona così bene? Perché sembra realistica, malgrado
pochissimi effetti speciali, l’attrice che interpreta il personaggio, Elena
Fokina con il suo passato da ballerina, ha fatto un gran lavoro, anche se poi
quella che si è stirata la schiena sul set, è stata Dakota Johnson (storia
vera).

Da sola quella scena mi aiuta ad introdurre una questione
che in “Suspiria” è centrale, pur mettendo da parte l’aspetto da favola nera di
Argento, Guadagnino crea un’atmosfera malata che sembra davvero la
continuazione degli incubi Argentiani, o almeno una loro riuscita
interpretazione.

In effetti questa scena, è abbastanza da incubo.

Tutto questo tenendo conto di un numero esagerato di trame e
sottotrame che hanno l’intento di partire da un 1977 fittizio, quanto l’atmosfera
da favola nera di Argento, con i suoi colori sparati (come solo uno che in quel
periodo, l’ispirazione la tirava su con il naso poteva immaginare) per arrivare
a parlare del Male del passato, ma usandolo come metafora di quello del
presente. Sapete come mi sento? Come quello che viene preso a sberle dalle mani
velocissime di Terence Hill e poi si sente dire: «Non ci hai capito niente
vero?».

Per essere un film che tanti hanno etichettato come “Non è
horror!” quel finale è una discreta orgia Body-horror girata senza alcuna paura
di passare per ridicoli, il problema forse è che il Sabba finale delle streghe,
che in un film sulle streghe non può mancare, risulta clamorosamente
anti-climatico, perché andiamo, le cose sono due: Luca Guadagnino ha speso
tutti i soldi per sommergere Tilda Swinton sotto la gomma piuma della matriarca
Helena Markos, oppure ha semplicemente sbracato malamente e la sua metaforona è
scappata di mano, esplodendogli in faccia e arrivano a fine film con il fiato
troppo corto.

“Vorrei veder te a ballare conciato così Cassidy, poi vediamo se hai il fiato corto”.

Quello su cui è molto orientato Guadagnino, per non dire proprio
ossessionato, sono i personaggi femminili, tanto che dopo quel finale così
smarmellato, il regista si affanna per completare una sottotrama (una delle
quarantadue) che potrebbe essere anche accessoria. L’inversione dei ruoli e dei
sessi ha il suo peso, perché altrimenti non decidi di far interpretare l’uomo del film,
quello che si sente in dovere, per via del suo cromosa Y di salvare le
ragazze, ovvero il Dr. Jozef Klemperer a Tilda Swinton, che da sola fa reparto
visto che interpreta tre personaggi, dai! Tra le cose che non ho capito di
questo film, metteteci pure l’idea di base di usare come simbolo del femminismo
una congrega di streghe, è la più banale delle trovate, oppure una scelta
obbligata quando il film che hai deciso di rifare si chiama Suspiria? Questo
dubbio lo lascio a voi.

Spero che vi sia chiaro, che a provare ad interpretare
questo “Suspiria”, io mi sono anche impegnato, ma quello che mi preme di più è
che se un film risulta più complicato di che so, “Dumbo”, dovrebbe essere
un’occasione per farsi tirare dentro a questo gioco di specchi, troppo lungo
“Didascalico! Letterario!” (cit.) quanto volete, ma anche con un certo fascino,
nel suo essere sprezzo del pericolo (e del ridicolo).

Costumi a gomitolo, che farebbero la gioia del vostro gatto.

Eppure quello che un po’ turba il fanatico di cinema di
genere che sta dentro di me, è che quando Luca Guadagnino omaggio l’originale,
senza battere, ribattere (e strabattere!) sul METAFORONE delle psicanalisi,
riesce a tirare fuori anche dei momenti horror mica male, purtroppo la stessa
metafora arriva con il fiato corto in quel finale che infatti risulta
posticcio, qualcuno dirà volutamente, altri invece ci rideranno sopra, perché
in questo minestrone, elementi buoni ci sono, ma ognuno può pescare un po’
quello che vuole.

Reinterpretare in chiave Freudiana un classico del cinema
Horror, avrebbe potuto essere interessante nelle mani di un regista un po’ più
sicuro di sé (si, sto pensando al Darren Aronofsky di “Il cigno nero”), Guadagnino
invece non so come, la butta in caciara e riesce a beccarsi meno vaffanculo di Madre! che al pari di METAFORONI
didascalici, era più dritto e decisamente meno dispersivo.

“Non ci voglio più stare in questa scuola di danza, voglio iscrivermi a basket”.

No, temo che Guadagnino abbia tirato su una grossa cortina
fumogena, per apparire più brillante di quello che è in realtà, l’unica
speranza è che questo film, posso ricordare al nostro Cinema, che là fuori è
pieno di gente come me che ama il cinema di genere, ma sono seriamente preoccupato
da quello che chi produce potrebbe capire. Cosa mi devo aspettare adesso Margherita
Buy protagonista di un film di zombie diretto da Fernan Ozpetek? Ecco, questo è
qualcosa che farebbe davvero paura!

Non condivido l’odio che ruota attorno a questo film, ci ho
trovato dentro anche dei momenti Horror capaci di smontarti la mascella
(espressione non scelta a caso), grazie ad un montaggio che fa venire voglia di
togliersi il cappello per quanto è ben fatto, “Suspiria” è un film che non
lascia indifferenti, quando capitano film così, bisognerebbe cogliere
l’occasione invece di chiudersi a riccio dietro ad un “Fa cagare” oppure ad un
“Tu non sei Dario Argentooooooooo!”, prima di correre a piangere nella propria
cameretta.
Certo è, che non so bene che santi abbia in paradiso Luca
Guadagnino, quando Lucio Fulci ha provato a terminare con lo splatter alcuni
suoi film, ha spesso raccolto risate, non è colpa tua Luca, ma continua a
piacermi il cinema di genere. Proprio per questo, sono felice che il regista
abbia dimostrato di avere il cuore dal lato giusto, regalando a tutti un’occasione
per usare un po’ i neuroni al cinema, le occasioni in cui è possibile farlo
sono sempre meno, mi sono di certo goduto questo sinistro balletto, però la
dico proprio fuori dai denti, caro signor Guadagnino non credo che tu ed io
diventeremo mai migliori amici, ecco.
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