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Tango & Cash (1989): un film F.O.L.A. (Figo Oltre Limite Accettabile)

La mia formazione da appassionato di cinema ha seguito un
andamento tutto suo che, però, sono sicuro sia stato molto simile a quello
di tanti di voi, ho alimentato la mia passione per i film con i poliziotti con
i classici come 48 Ore e Arma Letale, ma non esisterebbe la mia non-rubrica
Strambi Sbirri, senza il più strambo (e fighissimo) film di poliziotti mai
realizzato, lo aspettavate da tanto, eccolo qui… Tango & Cash!

La verità su questo film è che ha davvero tutto per colpire
al cuore l’immaginario di tutti quei ragazzini come voi e me cresciuti a
cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Uscito nel 1989 “Tango & Cash” ha fatto in
tempo a diventare uno degli ultimi titoli capaci di caricarsi sulle spalle il
meglio del decennio che stava per concludersi, abbracciando anche l’ironia che
caratterizzava i nuovi eroi dei film d’azione, un film anche lui a cavallo tra vecchi stilemi e nuove abitudini,
che a trent’anni dalla sua uscita, per ritmo, trovate sopra le righe e
battutacce memorabili (molte delle quali da anni parte della mia parlata
quotidiana, quante volte vi siete ritrovati a dire «Siamo FOLA»? Io tantissime) per me (e forse soltanto per me) è un Classido. Ma tanto il blog è mio, quindi
faccio quello che mi pare, tiè.

Non mi sono mai curato del problema durante gli anni
giovanili passati a vedere e rivedere questo film, un periodo più leggero in
cui quando si giocava ai poliziotti, bisognava solo decidere se volevi essere
il fighetto sempre pronto all’azione Tango, oppure il più ruspante ed esplosivo
Cash (il “ruolo” che volevo io, ma causa occhiali mi sono beccato sempre l’altro,
oh beh poco male), ma questo film è il frutto di una delle produzioni più
travagliate di sempre. Anche perché mi chiedo: chi è il pazzo che può aver
pensato che un “Buddy Cop Movie” sgangherato, sopra le righe pieno di
sparatorie e battutacce, doveva per forza essere affidato ad un regista
raffinato come Andrej Končalovskij? Fratello del regista Nikita Michalkov e
figlio dello scrittore Sergej Michalkov, uno che in carriera ha firmato “Zio
Vanja” (1970) e “Siberiade” (1980) ed anche titoli adrenalinici sì, ma carichi
di riflessioni sulla natura umana come quella bomba di A 30 secondi dalla fine?
Basta leggere il nome del produttore del film per capire che il pazzo in
questione è quel diversamente sano di mente di Jon Peters.

“Jon Peters? Bravi, bella scelta. Tanto per stare tranquilli”

L’uomo che ha iniziato come parrucchiere per signore, è
diventato il fidanzato di Barbra Streisand prima e poi uno dei produttori più
influenti degli anni ’90, con una fissazione per i ragni giganti, come abbiamo già avuto modo di analizzare con dovizia
di dettagli. “Tango & Cash” nella filmografia di Končalovskij spicca come
Woody Allen su un marciapiede di Harlem, uno dei pochissimi segni di continuità
con il resto della sua filmografia (e RunawayTrain) resta la piccolissima comparsata dello scrittore Edward Bunker, nei
panni del capitano Holmes. Per il resto questo film è stato una tonnara con più
cambi di una partita di Basket.

La prima bozza di sceneggiatura scritta da Randy Feldman
intitolata “The Set Up” prevedeva Sylvester Stallone nei panni di Raymond
“Ray” Tango e di Patrick Swayze in quelli di Gabriel
“Gabe” Cash, facile facile, almeno fino al momento in cui Swayze non
ha cambiato idea in favore di un film solista come “Il duro del Road House”
(1989).

“Grande Bro dammi il cinq… Ehi! Ma tu non sei Patrick Swayze”

Beh, cosa ci vuole? Troviamo un altro attore e iniziamo a
girare, no? Le ricerche del sostituto hanno coinvolto parecchi nomi (anche
quello di Bruce Willis) prima di concludersi nel modo più azzeccato possibile, Kurt
Russell accetta la parte e il ruolo finisce in cassaforte, non possiamo più
sbagliare che altro può andare storto? Beh, più o meno tutto, perché Andrej
Končalovskij si ritrova tirato per la giacchetta da una parte dal bizzoso
produttore Jon Peters e dall’altra dal super ego di Stallone che arrivava
dalle delusioni al botteghino di Cobra, dall’anacronismo storico di Rambo III
ed era riuscito a tirare il fiato solo con il serissimo “Sorvegliato speciale”
(1989). L’aria che tirava era quella degli eroi d’azione con la battuta pronta,
tutta roba con cui zio Sly non si è mai trovato a suo agio, ma che qui grazie
al ruolo di Ray Tango sperimenta per la prima volta con ottimi risultati, ben
lontani dal dimenticabile “Fermati, o mamma spara (1992), su cui preferirei non
aggiungere altro.

Il solo al mondo che può permettersi di dirlo.

Nel suo libro autobiografico “Scomode verità”, Andrej
Končalovskij ha candidamente dichiarato che la sua intenzione era quella di
dare un tono più serio a “Tango & Cash”, facendo leva sui personaggi e
sulla parte carceraria, ma Jon Peters era di tutt’altro avviso e per sfornare
un film che fosse il più esagerato e divertente possibile, cambiava
sceneggiatori come calzini, molti dei quali non accreditati come Jeb Stuart
che arrivava da Trappola di cristallo
e ha lavorato così poco alla stesura, da riciclare anche quella battuta («Da
chi hai imparato a guidare?», «Da Stevie Wonder!»), ma anche Jeffrey Boam l’uomo che si era già
occupato di rimettere mano alla prima stesura (ben più violenta) di Shane
Black per Arma Letale 2.

La fretta con cui Peters faceva fuori sceneggiatori al grido
di «Tagliategli la testa!» nemmeno fosse la regina di cuori di Alice ha generato
il panico, nella girandola non è chiaro, ma qualcuno ha pensato bene che per
uscire fuori da questo mattatoio, l’unico modo era scopiazzare come se non ci
fosse un domani. La primissima scena del film, infatti, è ricalcata identica su
una quasi uguale di “Police Story” (1985), stessa revolver di piccolo calibro
(grottescamente comico nella mani di quel Rambo
di Stallone), stesso modo di caricare arma e stesso finale con cattivoni
defenestrati, non ci credete? Guardate QUI, le uniche novità sono Stallone che si prende in giro da solo («Rambo è
una pulce» brillante adattamento di «Rambo is a pussy») e la presenza di quel
mascellone di Robert Z’Dar.

Se la pistola vi sembra piccola per le abitudini di Stallone, è perché l’ha scippata a Jackie Chan.

Končalovskij ha diligentemente eseguito il suo lavoro, per
quanto possibile, perché le riprese di “Tango & Cash” sono iniziate senza
nemmeno uno straccio di sceneggiatura completa e con soluzioni inventate di
volta in volta, spesso anche sul set. Ad esempio, il mitico Brion James, assunto per un generico ruolo di scagnozzo in virtù
del suo brutto muso, decise di sua spontanea iniziativa di recitare la sua
unica battuta, utilizzando un tremendo e pastosissimo accento “Cockney” che
fece così tanto ridere Stallone, da decidere di dare più spazio e più
battute al personaggio di Requin e alla sua vistosa coda di cavallo (storia
vera).

L’unico modo per chiudere la bocca al mitico Brion James.

Con un produttore invasivo e una Star maniaca del controllo
con esperienza di regista e sceneggiatore, Andrej Končalovskij si chiude in un
cupo mutismo e gira senza far più domande, ma diventa lo stesso il capro
espiatorio di una produzione che per mancanza di una direzione precisa e
continue riscritture, aveva già sforato sui tempi e sul budget. Cosa si fa
quando la squadra va male e non puoi cambiare tutti i giocatori? Licenzi
l’allenatore, cosa che puntualmente accade a Končalovskij, sostituito da Albert
Magnoli che si è occupato principalmente del finale del film, senza venire, però,
accreditato, perché d’ufficio il film è stato comunque assegnato alla voce
regia, al solo Končalovskij, cornuto e mazziato.

Tutto finito? Col cavolo! A quel punto a Stallone non andava
più bene nemmeno la fotografia del film, ormai in controllo totale della
pellicola nelle veste ufficiali di protagonista e in quelle ufficiose di
sceneggiatore e regista, decide che il contributo di Barry Sonnenfeld non è abbastanza e lo fa sostituire dal fidato Donald
E. Thorin che si era occupato della fotografia di “Sorvegliato speciale”
(1989). Risultato finale: un film che avrebbe dovuto uscire nelle sale
americane nell’estate del 1989, viene finito di girare a settembre. Ora bisogna
correre per dare una forma ai chilometri di pellicola, la post produzione e il
montaggio sono l’ultimo chilometro di questo massacro con più licenziamenti
della crisi del ’29.

“Di un po’ Sly, quante famiglia hai lasciato senza lavoro per questo film?”

Per paura di un altro flop come quello di Cobra, dal film vengono eliminate parecchie
morti e il montaggio viene affidato allo specialista Stuart Biard che sale a
bordo quando ormai la produzione ha già sforato di venti milioni di ex
presidenti defunti stampati su carta verde il budget stabilito. Ma, malgrado
tutto, per completare il lavoro in tempo e accontentare tutti, Biard ha dovuto
coinvolgere un secondo montatore Hubert de La Bouillerie, arrangiandosi, però, sulle musiche mancanti, ormai così
fuori dai piani di produzione, il compositore Harold Faltermeyer non aveva più
possibilità di aggiungere brani al suo lavoro, perché per contratto era
già al lavoro su “Fire & Ice” (1990). Questo spiega perché nel trailer originale del film compaiano
una serie di scene totalmente assenti dal film finito, come Kurt Russell alle
prese con il “Karate guy”, ad esempio.

Quando “Tango & Cash” uscì nelle sale americane nel dicembre del 1989, di “Cash” a casa non ne portò molti, costato 55 milioni
di fogli verdi, con sopra ritratti ex presidenti mancati, riuscì a
raggranellarne 64, conditi da tre nomination per i Razzie Awards, di cui una in
linea con l’ironia del film, “Peggior attrice non protagonista” a Kurt Russell,
per la scena en travesti (storia
vera). Tutti dettagli che hanno distratto il pubblico di trent’anni fa da un
dettaglio da poco: “Tango & Cash” è una bomba assoluta, in cui quasi non si
nota il travaglio della produzione ed ancora oggi è un capolavoro rimasto
irripetibile.

Ancora oggi tanti si scandalizzano quanto Kurt interpreta Babbo Natale, tzè! 

La scena iniziale, presa indebitamente in prestito da “Police Story”
(1985) è la perfetta entrata in scena per il Raymond “Ray” Tango di
zio Stallone, qui alle prese con un personaggio per lui inedito, un fighetto
con occhiali da vista (portati da casa da Sly, erano proprio i suoi. Storia
vera) che ama i completi firmati e costosi, gioca in borsa e fa lo sbirro
perché vuole quella che in questo film non manca e che lui definisce «Good old
American action». Un approccio inedito per Stallone che, però, risponde subito
presente, grazie anche all’alto numero di battute e battutacce che Tango è
capace di snocciolare, come una delle mie preferite, la risposta «Preferisco le
bionde» all’affermazione non proprio gentilissima di andare a fottersi.

Come da manuale, una volta presentato Tango, bisogna far
entrare in scena anche l’altro titolare del nome in cartellone, Gabriel
“Gabe” Cash ha il ciuffo, la canottiera, gli stivali esplosivi e la
faccia da schiaffi di Kurt Russell, uno che è “Nato pronto”
(occhiolino-occhiolino) per un ruolo così. Di fatto una specie di Jack Burton questa volta pronto per l’azione,
che in un film così ci sguazza. Se “Tango & Cash” si è guadagnato lo stato
di film di culto che mantiene da trent’anni, è perché Sly e Kurt insieme fanno
scintille, talmente affiatati nel tratteggiare la coppia di strambi sbirri
opposti e costretti a collaborare per forza, da far chiudere un occhio sui
vari difetti del film, quasi tutti imputabili ai vari rimaneggiamenti in fase
di montaggio, come la catenina di Tango che sparisce per non tornare mai più,
oppure il fatto che il povero Jack Palance che aveva firmato solo per poter
dividere lo schermo con Stallone (storia vera), di fatto non abbia quasi scene
in cui è opposto ai due protagonisti, il finale è un gioco di specchi stile “La
signora di Shanghai” (1947), in cui Palance è parte della scenografia e
poco più.

Un grande Jack Palance, usato fin troppo poco.

“Tango & Cash” è anche il primo dei tre film di
Stallone, in cui zio Sly interpreta la parte di uno sbirro arrestato
ingiustamente, se avete pazienza arriveranno anche gli altri due su queste
Bare, ma dei tre film, questo è quello dove il piano da super cattivo dei
fumetti di Yves Perret (Jack Palance) si ricorda forse meglio, se non vi fate
distrarre dal fatto che uno dei luogotenenti del cattivo è James Hong, il
mitico David Lo Pan, in un film che a
facce note è piuttosto ben messo.

Il capitano di polizia che deve sopportare i due strambi
sbirri ha gli occhi azzurri di Geoffrey Lewis, mentre tra i detenuti, quello che Cash ribattezza Morticia è il
mitico Clint Howard (fratello del forse più celebre Ron). Ma io lo so chi state
aspettando, una menzione speciale la merita la bellissima Teri Hatcher scelta
perché spendibile nel ruolo di sorella di “Orango Tango”, riesce ad essere sexy
senza mostrare un millimetro di pelle, anche perché nella lunga scena nel
locale di spogliarelli, lei fa di tutto (compreso suonare tastiere e
percussioni) tranne spogliarsi, mentre l’ambigua scena del massaggio sul
divano che scatena la gelosia del fratellone, è più in zona commedia che film
per adulti, ma poco importa, Teri Hatcher è sempre stata un gran bel vedere,
una delle mie incarnazioni preferite di Lois Lane in “Lois & Clark” che
era lo “Smallville” di noi ex giovani, per chi di voi, bontà sua, fosse troppo
giovane per ricordarlo.

Du du duri du… Ah scusate, stavo canticchiando. Tanto con Teri qui sopra nessuno leggerà mai la didascalia.

“Tango & Cash” è un capolavoro di ritmo che in 104
minuti condensa tante di quelle trovate e battutacce mitiche, da farti
sospendere quasi totalmente l’incredulità, a noi spettatori e persino ai
personaggi nel film, avete mai notato che nessuno si scompone nel vedere i due
poliziotti in libertà, anche quando dovrebbero essere dietro le sbarre?

I super sbirri Tango e Cash vengono incastrati dal
cattivissimo Jack Palance e Cash davanti all’arma del delitto dichiara «È la
mia pistola me l’hanno rubata!», alla faccia dei super poliziotti. Vengono
spediti in un carcere di massima sicurezza dove metà di quelli che stanno
dentro ce li hanno spediti loro («Conosco una cosa che somiglia a questo
posto», «Cosa?», «La merda»). Nessuno si chiede come mai non abbiano mai
raggiunto il carcere di minima sicurezza promesso dal patteggiamento, ma, anzi,
la trovata del “siete voi che siete chiusi qui dentro con me” (per dirla alla Rorschach) viene risolta tutta nello
stesso modo: una scrollata di spalle, molta ironia e una battuta azzeccata che,
poi, è un ottimo modo per affrontare i film e la vita, ora che ci penso. Gli
scambi di battute sono micidiali («Niente panico», «ho il panico») impossibile
determinare la paternità di tutte quelle “frasi maschie” così valide, ma forse
è stata proprio la serie di cambi in fase di sceneggiatura a lasciare nel film
il meglio di tutti i dialoghi che sono quasi tutti frasi lapidarie e memorabili.

Orange is the new F.O.L.A.

Per altro, impreziosite da un doppiaggio “Ignorante” sì, ma incredibilmente
forbito. Perché le parolacce vengono via un tanto al chilo, però ogni parola è
stata selezionata con gusto, quante volte in un film avete sentito uno sgherro
orientale etichettato come “scaracchio” («…un po’ al giallo tende»)? Oppure
ancora frasi di vero galateo come «Tango, quando esco di qui ti strappo il culo
dalla bocca!», risolte con risposte micidiali del tipo «Chi è questo, il
piccolo lord?». Tremo all’idea di cosa potrebbe fare il doppiaggio moderno davanti
ad un acronimo come F.U.B.A.R. (Fucked-Up Beyond All Recognition), ma in Italiano
ai tempi è stato, per fortuna, adattato in una delle cento frasi di culto del
film ovvero F.O.L.A. (Fottuti Oltre Limite Accettabile). Dovete solo scegliere
la vostra frase preferita, il campionario è infinito, ad esempio, trovo sempre
notevole il fatto che Sly non abbia perso occasione per lanciare una
frecciatina al suo storico amico e rivale Arnold, dando a Robert Z’Dar del Conan il barbaro.

…E Ridge Forrester, MUTO!

Le dinamiche sono quelle classiche di un “Buddy movie”
poliziesco, i due opposti sarebbero perfetti amici e ottimi colleghi, se solo
non fossero così impegnati a sfidarsi su tutto, Tango e Cash portano la loro
sfida avanti per l’intero film e la chimica tra Stallone e Russell fa il
resto, ci sono intere scene quasi del tutto improvvisate (causa assenza di un
copione fisso) in cui i due si reggono il gioco alla grande, quando giocano a “sbirro
buono e sbirro cattivo” con il trucchetto della granata nei pantaloni? Tutto si
risolve con una battuta micidiale («Non sta piovendo, ma lui sta in piedi sopra
una pozza») che è solo una delle tante che rischi di perderti se ti distrai un
attimo, in un film che alza l’asticella con il passare dei minuti e della
maschia sfida tra protagonisti.

Lo so benissimo che nella scena del salto, quella in cui
piove come in un fumetto disegnato da Jonh Romita Junior, si vede benissimo la
controfigura di Kurt Russell (anche perché indossa una maglia con le maniche e
non la canotta di Cash), oppure che i detenuti non hanno in dotazione la cintura
dei pantaloni che, invece, i protagonisti utilizzano per scivolare sul cavo, ma
sono dettagli da niente in un film che è puro spasso.
“Com’era quella storia dell’uomo saggio che ama usare l’ombrello quando piove?”, “Ah-ah divertente”

Infatti, il finale non arriva dopo un’indagine classica e
un normale scontro, con il cattivo da una parte e i buoni dall’altra… No, tutto
dev’essere esagerato, compresa l’auto dei protagonisti, quella violentissima
opera d’arte del fuoristrada di classe infernale («A chi è intestata? A
Satana?») protagonista del finale rombante, con Monster Truck e Harold
Faltermeyer che fa piangere il sintetizzatore con il tema musicale del film.

Credo che sia alimentata a monopattini elettrici.

“Tango & Cash” è stato un disastro produttivo divenuto
un classico di culto, uno di quei film che andrebbero presi a modello ancora
oggi, quando il tuo piano è quello di tirare su un film con due grosse
personalità come protagonisti (veeeeeeroThe Rock?). Ogni tanto ancora oggi Stallone, sempre pronto a far tornare in
auge i suoi vecchi film, ci prova a
lanciare frecciate a Kurt Russell pungolandolo con l’idea di un secondo
capitolo. Ma va benissimo così, nel disastro produttivo ci è andata bene una
volta, meglio non forzare la mano, non vogliamo certo finire F.O.L.A.

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