
In “Tapum”, Leo Ortolani costruisce un’opera che vive di contrasti: un racconto di guerra narrato con un tratto così sentito, da risultare doppiamente efficace.
Fin dalle prime tavole è evidente come la nebbia e le montagne non siano solo sfondo, le matite di Ortolani sembrano immerse in un bagno d’acqua leggero, come se prima di arrivare sulla pagina avessero respirato l’aria umida dei crinali. I colori sfumati, quasi acquerellati, evocano paesaggi sospesi, vallate che emergono per poi dissolversi nel bianco opaco della foschia, l’aria sembra trattenere il fiato, come se la natura stessa fosse consapevole del fragore che incombe.

La storia ci porta nel cuore della Prima Guerra Mondiale, tra il 1916 e il 1917, quando il fronte italiano si spingeva in alta quota, là dove le montagne non perdonano. Ortolani sceglie di raccontare in particolare ciò che precede e circonda la battaglia dell’Ortigara — una delle più sanguinose dell’intero conflitto alpino, combattuta tra il 10 e il 29 giugno 1917. Una carneficina assurda, conclusa con oltre 23.000 (ventitremila) perdite italiane e circa 9.000 (novemila, ve lo metto per iscritto come fa Ortolani) austro-ungariche tra morti, feriti e dispersi: più di 30.000 (trentamila) vite spezzate in poche settimane, per conquistare — e poi perdere — poche centinaia di metri di roccia. Una tragedia silenziosa, consumata tra creste taglienti, nevai che non si scioglievano mai e una nebbia che avvolgeva tutto, confondendo sentieri, uomini, ordini, speranze e peggio di tutto, vite umane.
I protagonisti di “Tapum” sono soldati come tanti, trascinati in una guerra più grande di loro, le loro giornate scorrono tra ordini insensati, marce interminabili e attese che sembrano non finire mai. Ortolani costruisce la trama come una serie di episodi, momenti che si intrecciano fino a comporre un mosaico di quotidiana sopravvivenza, e ha l’intuizione, filologicamnete corretta, di far parlare molti personaggi in dialetto veneto, ostregheta!

La brutalità della guerra è resa alla perfezione, tra ufficiali inetti e spesso vanagloriosi, opposti a soldati immersi nel fango fino alle spalle, sperando che sia fango, in attesa del prossimo proiettile, colpo di mortaio o TAPUM pronto a renderti una medaglia alla gloria, una di quelle che stanno su ebay a venti Euro.
“Tapum” non è un racconto che cerca l’epica o il mito della guerra, per fortuna Ortolani sembra piuttosto interessato alla sua assurdità, al peso quotidiano che cala come nebbia sulle vite dei soldati, non ci sono imprese gloriosa, ci sono solo uomini stretti in un destino che non hanno scelto. Questa scelta narrativa, sobria e umana, emerge anche attraverso lo sguardo dei personaggi, tutti scolpiti con un’attenzione particolare ai dettagli più piccoli: un tic, un’espressione, la voglia di cantare, Ortolani non rinuncia a mostrare l’umanità in quello che è – letteralmente – il campo giochi della Morte.

Può mancar l’umorismo in un fumetto del Venerabile? Mai, quell’umorismo (nero) così profondamente ortolaniano, che esplode nei momenti più inaspettati. In una storia volutamente così greve risulta essere una componente sorprendentemente naturale, mai fuori posto, e rappresenta probabilmente l’elemento più toccante dell’intera narrazione. Perché inserire battute, ironie, lampi di assurdo in un racconto di guerra? Forse perché, come sembra dirci l’autore, quando il mondo intorno crolla, l’unica vera difesa rimasta è aggrapparsi al senso dell’umorismo, per quanto nerissimo, non ridere per dimenticare, ma per sopravvivere.
In questo senso “Tapum” per Leo Ortolani è un po’ il suo personale “Orizzonti di gloria”: non una copia, non un omaggio diretto, ma lo stesso sguardo lucido sull’assurdo della guerra dato da Stanley Kubrick, solo filtrato da una sensibilità che sceglie la battuta come roccia a cui aggrapparsi. Quindi in tutto questo anti-militarismo, si ride e ci si indigna, per un racconto che tratta con grande etica un tema che la natura umana, sembra non voler mai far passare di moda, come quello della guerra.

“Tapum” è un viaggio che si sperimenta in due direzioni: verso l’esterno, tra montagne e trincee che sembrano sciogliersi nei pennelli di Ortolani, e verso l’interno, dove le emozioni si mescolano a una riflessione sottile e ostinata sulla condizione umana. Un racconto anti-bellico non per manifesto, ma per necessità: pagina dopo pagina, Ortolani mostra come la guerra sia un errore enorme che divora tutto, tranne forse l’ironia, a volte quella rimane, come una scintilla che resiste al vento della tragedia o all’ennesimo ordine suicida di qualche comandante. Il risultsti finale? Una delle opere più mature di Ortolani, e allo stesso tempo una delle più umane.


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