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Tartarughe Ninja alla riscossa (1990): Cowabunga!

Kevin Eastman aveva un sogno: da grande voleva essere il Re. Ludovico II di Baviera? Luigi XVI di Francia? No, di più, molto di più, sognava di diventare grande come Jack “The King” Kirby, uno dei padri del fumetto moderno, ma il nostro Kevin aveva un problema: viveva nella provincia del Maine, dove se non ti chiami Stephen King, il massimo che puoi fare è pescare aragoste che, poi, era quello che faceva Eastman per sbarcare il lunario, ma nel suo destino ci sarebbe stato spazio per un altro genere di animali anfibi con guscio.

Per un motivo più che nobile (una ragazza) Eastman si trasferisce a Dover nel New Hampshire ed è qui che per caso conosce Peter Laird che si guadagnava da vivere disegnando robe noiosissime per le vignette del giornale locale. Cosa cementa per sempre l’amicizia tra i due? Il Re, sì, perché Laird a casa sua aveva una tavola originale di Jack Kirby. Colpo di fulmine, non quello romantico con una ragazza che sperava Eastman, ma uno puramente artistico tra due matti con la stessa passione che conoscendosi fanno l’unica cosa sensata: mettersi a disegnare fumetti ventiquattro ore su ventiquattro.

Alla fine Peter Laird (a sinistra) e Kevin Eastman (a destra) sono diventati così famosi, che il re Jack Kirby (al centro) lo hanno conosciuto per davvero.

Per farlo fondano i “Mirage Studios”, uno scherzo fin dal nome, perché i loro uffici (se così possiamo chiamarli) erano l’appartamento che i due dividevano a Dover, con due scrivanie piazzate vicine in modo da potersi passare le tavole disegnate, non un vero studio, un miraggio, infatti il nome lo hanno trovato subito. Il loro primo fumetto ha come protagonista un robot di nome Fugitoid che viene rifiutato da tutti i principali distributori e tornerà come personaggio a supporto delle loro creature più famose, lo so perché avevo la action figure il pupazzetto (storia vera).

Durante una serissima seduta creativa nei loro studi (in realtà cazzeggiando con carta e pennarelli) Eastman disegna una tartaruga con i nunchaku, giusto per far ridere Laird che scompisciandosi ne disegna un’altra, arrivano a quattro e poi al concetto di “tartaruga” (Turtles) mettono vicino la parola “Ninja”, ma il quadro si completa quando decidono che i loro personaggi sono adolescenti e mutanti (Teenage Mutant) come gli X-Men, ovvero il fumetto che vendeva di più in quel momento in America. La spallata definitiva sono le fasce rosse, l’allenamento Ninja e i cattivi, tutti elementi che Eastman e Laird prendono in prestito dal Daredevil di Frank Miller, infatti i due amici tra una risata e l’altra, trasformano i letali Ninja della Mano avversari del diavolo di Hell’s Kitchen, nel… Beh, clan del Piede.
Tartarughe, robot, ninja, nunchaku, tutto quello che un
fumetto tra amici dovrebbe sempre avere.

Un’idea perfetta, semplice e subito vendibile fin dal nome, tartarughe adolescenti mutanti e per di più Ninja, un ossimoro se volete, ma anche una dichiarazione di intenti che crea quattro personaggi perfetti, rispettando queste quattro semplici parole le tartarughe possono essere ripresentate all’infinito, infatti nel tempo sono state protagoniste di innumerevoli serie animate una migliore dell’altra, ma prima bisogna lanciarle e Kevin e Peter non hanno esitazioni, pagando di tasca loro autoproducono il primo numero, ne fanno stampare 3275 copie, tutte esaurite del giro di pochissimi giorni, tanto che per il secondo numero bisogna far stampare 15.000 copie e anche quelle vanno tutte vendute in un Amen, improvvisamente Peter Laird con i suoi disegnetti fa più soldi della moglie, insegnate di ruolo da anni (storia vera).

La tartaruga valanga rotola e diventa sempre più grande, i due amici vengono contattati da Mark Freedman, agente freelance di proprietà intellettuali, il suo compito è accaparrarsi i diritti di sfruttamento di un’idea buona e farci più soldi possibili, ma Mark è un volenteroso esordiente che ha solo un biglietto da visita e un bel completo elegante preso a noleggio, quello con cui si presenta da Eastman e Laird che in braghini e maglietta accettano e lasciano a Mark anche l’unico oggetto di merchandising disponibile al mondo sulle tartarughe (SPOILER: nel giro di poco il mercato sarebbe esploso con ogni genere di Tarta-oggetto): una grossa tartaruga Ninja di gommapiuma che Mark si carica sul sedile del passeggero in auto per provare a convincere le maggiori case di produzioni di giocattoli che quei Ninja verdastri erano il futuro.
«Il successo non aspetta nessuno, si parte? Che leeeeento, ma cosa sei una tartaruga?»

Un successo, Freedman incassa il no della Mattel, della Hasbro, insomma di tutti i nomi grossi, ma riesce a convincere i tipi della Playmates (fermamente intenzionati ad entrare nel mercato dei giocattoli per maschietti) che iniziano la produzione, come si faceva allora, ovvero finanziando una serie animata che servisse a far scaldare i cuori dei piccoli e aprire i portafogli dei loro genitori.

La serie animata del 1987 (che esordì in uno strambo Paese a forma di scarpa solo due anni dopo) fa oggettivamente tutto giusto, compreso affidare a Chuck Lorre (sì, proprio il futuro creatore di “Dharma & Greg” e “The Big Bang Theory”) il compito di comporre la sigla che presenta alla perfezione i personaggi e che qui da noi diventa l’altrettanto brillante sigla con il coro (ohhhh oh oh il gruppo dei Ninjaaaaaaa!) che ho cantato per tutta l’infanzia e lo confesso, ogni tanto mi canto ancora oggi. Non ci faccio una gran figura, ma in ogni caso, storia vera.
Ma il vero colpo di genio della serie animata è quello di rendere “vendibile” un fumetto cupo, violento, tutto in bianco e nero e pieno di morti che era già figo, ma per niente… Cowabunga! Il contributo principale dei creativi della serie, oltre alle iniziali con i nomi dei personaggi sulle cinture, è quello di differenziale Leonardo, Michelangelo, Raffaello e Donatelo dando loro personalità distinte e poi dei colori alle loro fasce per riconoscerli al volo, perché nel fumetto le tartarughe usavano tutte lo stesso rosso alla Daredevil (storia vera).
«Mi piace la tua nuova pettinatura», «Mi piacciono i quattro comodi colori per distinguervi»

Nasce così Leonardo, il leader con l’aria da primo della classe (afflitto da quella che io chiamo “Sindrome di Pegasus”), Donatello il cervellone con la mania della roba tecnologica (oggi lo chiameremmo Nerd), Raffaello il tipo incazzato con poca pazienza nei confronti dell’autorità e Michelangelo, il simpaticone del gruppo infognato di pizza con l’arma oggettivamente più figa in assoluto, i nunchaku. Definire un successo il cartone animato sarebbe ampiamente riduttivo e ve lo posso garantire perché il vostro amichevole Cassidy di quartiere fa parte della generazione che è stata colpita in mezzo agli occhi dalla Tarta-mania, per il semplice fatto che avevo l’età giusta quando i creativi pensavano allo spettatore medio che avrebbe guardato il loro cartone animato, comprato i loro giocattoli, i quaderni, gli astucci e tutto il mare magnum di roba con cui hanno invaso il mercato, è a me che pensavano! Ho comprato tutto, tranne il costume di carnevale di Donatello fatto di pelo di Yak, avevo davvero tutto.

«Usa anche tu la tarta-cera per guscio, per lucidare meglio di Daniel-San»

Con il senno di poi (quello che riempie le fosse) è chiaro che le Tartarughe fossero solo l’ottima idea di due amici fanatici di fumetti, trasformata nella perfetta macchina per soldi degli anni ’90. Ancora oggi se utilizzi in pubblico la parola “Ninja” aspettati che nel giro di tre… Due… Uno… Qualcuno aggiungerà anche la parola “Tartaruga”, perché questi adorabili personaggi verdastri hanno monopolizzato e… Beh, messo in ombra i guerrieri delle ombre, sfruttandone il nome e rendendolo innocuo, a dimensione di bambino, come dei Sai con la punta arrotondata, se è il Ninjutsu che volete qui non lo troverete, per quello vi consiglio il saggio di Lucius.

Patetico tentativo di far fare pace tra Lucius e le tartarughe.

Eppure, questo non cambia il fatto che per me le “Tartarughe Ninja alla riscossa” saranno sempre sinonimo di infanzia e tutto sommato di bei ricordi, anche perché nel 1990 ho iniziato a frequentare un posto che mi è ancora familiare oggi (la sala cinematografica), con precisa cadenza e anche se non è stato il primo film che ho visto in assoluto (primato toccato a “L’attimo fuggente”, 1989), questo è stato uno dei primissimi che ho visto in sala, in un’epoca in cui potevi arrivare in ritardo (come facemmo noi) e restare anche lo spettacolo dopo per rivederti l’inizio. Sì, perché la macchina commerciale secondo voi poteva non portare le tartarughe anche al cinema?

Mark Freedman dopo aver conquistato il piccolo schermo e gli scaffali dei negozi di giocattoli, sapeva che un’idea per sopravvivere (e fare soldi) deve continuare ad espandersi e malgrado tutti fossero poco convinti, l’uomo che si autodefinisce “la quinta tartaruga” (Markelangelo) torna a bussare a tutte le case di produzione cinematografiche e trova approvazione solo da quella che è la Playmates del mondo del cinema: La New Line Cinema.
«Metà post e finalmente si decide a parlare del film di oggi. I preamboli di Cassidy mettono a dura prova i miei tarta-nervi»

Ma come può essere la “casa che ha costruito Freddy” (inteso come Kruger), quella specializzata in Horror ad essere la scelta giusta per portare tutto quel colorato Cowabunga? Ad una prima occhiata non lo sembra affatto, il risultato finale è un film troppo cupo che non somiglia molto al cartone animato se non per le caratterizzazione dei quattro protagonisti con guscio e forse anche per quello da bambino ne sono andato letteralmente pazzo, non solo io, visto che al netto di poco meno di 14 milioni di fogli verdi con sopra stampate le facce delle tartarughe di alcuni ex presidenti defunti, “Teenage Mutant Ninja Turtles” porta a casa la bellezza di 135 milionicini, conditi da altri sessanta sui mercati stranieri, quinto miglior incasso del 1990 e l’etichetta di film indipendente con il più alto incasso dell’epoca (storia vera).

Un successo ottenuto grazie ad una serie di scelte molto oculate, a partire dal regista Steve Barron che ha accettato volentieri il lavoro perché era un grande appassionato del fumetto originale di Eastman e Laird (storia vera) e proprio a quello si è ispirato, tanto che la storia segue piuttosto fedelmente alcuni dei primi numeri, compreso il dettaglio (non di certo secondario) che la nemesi della Tartarughe, quella sorta di grattugia incazzata di Shredder, moriva alla fine del primo numero e per coerenza, anche alla fine del primo film.
Jim Henson e il suo ottimo lavoro (Jim è quello senza guscio sulla schiena)

L’altra ottima scelta è tutta estetica, la New Line assolda la Creature Shop di Jim Henson, il papà dei Muppet trova il modo di far funzionare alle perfezione sul grande schermo un’idea che in un fumetto può esistere e far guadagnare tanti soldi (così tanto che Eastman si è comprato un carro armato un M15/42 che usava per le sue partite di Paintball. Storia vera), ma al cinema potrebbe essere semplicemente stupida. Ma il genio di Henson ha saputo trionfare con una scelta orgogliosamente analogica: i quattro stuntmen professionisti con esperienza di arti marziali che impersonavano le tartarughe nel film (facendo anche piccole comparsate senza maschera in ruoli sparsi, ad esempio Josh Pais che interpreta Raffaello, è anche il taxista che prende sotto… Beh, Raffaello!), indossavano costumi di gommapiuma e maschere animatroniche, con i cavi e le batterie necessarie ad alimentare dando espressività ai personaggi, nascoste nel guscio indossato tipo zaino sulla schiena.

Un trionfo di trucchi vecchia scuola che ha pagato dividendi, ammettiamolo, nella versione in CGI del  reboot di qualche anno fa i personaggi erano ultra cesellati a livello di dettagli, ma non risultavano “veri” e tangibili come nella loro versione del 1990, un film che ho visto allo sfinimento quando ero più giovane delle Tartarughe e anche rivedendolo ora che somiglio più a Splinter (lui realizzato per intero con un pupazzo animatronico ancora piuttosto figo nella sua immobilità), devo dire che fa ancora il suo sporco lavoro.
«Ma cosa mi dici mai? Mi tremano i baffi!»

“Tartarughe Ninja alla riscossa” mette in chiaro che il punto di vista sulla storia dev’essere molto giovane, come molto giovane sono i ladruncoli che terrorizzano New York con furti di vario genere, tutti patrocinati dal famigerato clan del Piede comandato dal terribile Shredder (James Saito) e dal suo braccio destro Tatsu (il grande artista e coreografo marziale Toshishiro Obata che per la parte ha sbaragliato anche la concorrenza di un’altra leggenda, professor Tanaka, storia vera).

Il clan del Piede attira i ragazzini di New York portandoli in un “Paese dei balocchi” nascosto dietro la facciata, un luogo da sogno per bimbi fatto di Cabinati e piste da Skate Board, dove se vuoi puoi fare cose da grandi come fumare, perché tanto a spacciare sigarette è un giovanissimo, ma già stropicciato Sam Rockwell.
Sam Rockwell, 22 anni qui in versione Lucignolo.

Da un mondo sotto la superficie del nostro (le fogne) arrivano anche gli eroi del film che, a differenza del clan del Piede, sono ninja buoni, colorati, giovani e affamati di Pizza. La giornalista April O’Neil (la rossa Judith Hoag) è il personaggio di superficie che sta a metà tra i due mondi, il fatto che entri in scena con un impermeabile giallo antipioggia è una strizzata d’occhio al “tutone” che il personaggio sfoggiava nella serie animata.

Steve Barron è abile nel presentare le Tartarughe poco alla volta, s’inizia con Raffaello (Josh Pais) e il suo Sai perduto, un personaggio che risulta subito simpatico perché fa quello che farebbe lo spettatore medio di questo film: accaparrarsi della pizza («Il perdono è divino, ma non pagare mai la pizza in ritardo intera è divino») e andare al cinema a vedere Critters facendo anche recensioni al volo («Ne hanno di fantasia questi cinematografari»).

La trama è semplice ed efficace, come il fumetto originale o un episodio della serie animata ed è popolata di personaggi che conquistano subito il pubblico, come il Casey Jones interpretato da Elias Koteas, con la sua maschera da Hockey totalmente irrealistica (somiglia più ad un teschio stilizzato), sembra uscito di peso dal cartone animato e trasformato in un personaggio in carne ed ossa sul grande schermo che poi, ammettiamolo, è la vera forza di questo film che consegna ai fan delle Tartarughe quello che si aspettano, perché la formula iniziale tartarughe, adolescenti, mutanti e per di più Ninja creata da Kevin Eastman e Peter Laird è talmente perfetta che basta replicarla per portare a casa il risultato.
Film di menare: l’imprinting è importante fin dall’infanzia.

Ma Steve Barron ha la testa sulle spalle, dimostrando di avere così tanta passione per i personaggi di Eastman e Laird, da potersi anche permettere di narrare (e in parte modificare) le origini di Splinter che nel film diventa un topo mutato che ha imparato le arti marziali dal maestro Hamato Yoshi, personaggio che crea subito un legame (e una storia di vendetta) per il letale Oroku Saki, ossia Shredder da giovane. L’idea di Barron di mostrarci un topastro che imita i movimenti marziali, davanti ad uno sfondo completamente nero, stempera molto bene l’idea di fondo (piuttosto cretina, ammettiamolo) dando anche qualcosa di epico al racconto di Splinter che diventa subito non dico proprio uno Yoda, ma una pelosa variante di un classico come il maestro Miyagi, ecco perché quando il maestro baffuto viene rapito ed incatenato, si finisce per disperarsi come le tartarughe. Quando hai personaggi che funzionano e sai come usarli, non puoi sbagliare.

Eccoli qua, i miei quattro artisti marziali e rinascimentali del cuore.

Allo stesso modo Shredder diventa subito una sorta di John Kreese, ma con una passione più
marcata per il look da cattivo di Mad Max, un cattivo maestro da sconfiggere seguendo quelle che di fatto sono le dinamiche classiche di un film di arti marziali (il maestro da “vendicare”, l’allenamento per migliorare le capacità e lo scontro finale) ridimensionate per un pubblico molto giovane. Vorrei potervi dire che TUTTI quelli che sono cresciuti con le tartarughe ninja poi si sono anche appassionati al cinema (quello vero) di arti marziali, ma non è andata affatto così, è successo a me e a qualche altro, però è innegabile che il film abbia il cuore al posto giusto.

Il doppiaggio italiano fa di tutto per localizzare l’umorismo della tartarughe, Michelangelo fa l’imitazione di Rocky anche in originale, ma la battuta sull’entrata in scena di Casey Jones cambia diventando: «Il cugino di Rambo o il fratello di Terminator!» anche perché nessuno avrebbe capito l’originale «Wayne Gretzky? On steroids?» in uno strambo Paese a forma di scarpa esiste un solo sport e non è di certo l’Hockey su ghiaccio.
A vederlo così potrebbe essere il cugino smilzo di Jason Voorhees.

Una cosa che, invece, non avevo mai notato da bambino, abbagliato forse dal vedere per davvero le mie tartarughe, è il fatto che Michelangelo, Donatello, Raffaello e Leonardo sono personaggi fantastici con cui è facilissimo immedesimarsi, ma nel film non fanno una mazza di niente. Avete presente la (già ampiamente smentita, anche su questa Bara) teoria di Sheldon Cooper per cui Indy in Raiders non faccia nulla? Rilancio dicendo che Sheldon dovrebbe rivedersi questo film: Splinter viene salvato da Casey Jones ed è sempre il topastro a sconfiggere Shredder e a suggerire alle tartarughe il loro grido di battaglia che conclude il film.

Il contributo delle tartarughe agli eventi della storia.

A volte rivedere i film in età adulta ti fa notare dettagli come questo, anche se ve lo dico fuori dai denti: “Tartarughe Ninja alla riscossa” è ancora un gioiellino analogico, uscito in un periodo in cui non era proprio scontato che i personaggi dei fumetti facessero successo al cinema. Mi sono divertito un sacco a rivederlo e se anche le tartarughe qui influiscono il giusto sugli eventi della storia, avranno modo di rifarsi tra qualche giorno quando torneranno a trovarci su questa Bara, per un po’ di giorni qui sarà tutto un… Cowabunga!

Insomma, è una sorta di Tarta-Bro-Fist!

Non perdetevi i cartelli italiani del film, dalle pagine del Zinefilo!

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