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Teddy (2021): un lupo mannaro adolescente in Francia

Per il quarantennale
di due classici della licantropia,
questa Bara ha affrontati parecchi horror con lupi e lupacchiotti, quindi nel
programma dell’ultimo ToHorror mi ha attirato subito questo film francese che
affronta, in un modo tutto suo il tema della licantropia.

“Teddy” ci porta in un paesello della provincia francese
in cui il massimo dell’attività è una sala bingo (la vida loca eh?), la storia
è ovviamente quella del protagonista che dà il titolo al film, un ragazzo
interpretato da Anthony Bajon che non è particolarmente bello, almeno non
secondo gli standard a cui Hollywood ci ha abituati (ovvero modelli trentenni
che interpretano dei ragazzini di quindici anni), a ben guardarlo non sembra
brillare nemmeno molto per intelligenza e le sue magliette metallare, non fanno
altro che sottolineare la sua distanza rispetto al resto del paesello che lo
crede come minimo un satanista. Siete mai stati adolescenti vestiti di nero in
provincia? Allora questo film non vi dirà niente di quello che già non avete
vissuto, solo che lo farò nel modo meno Hollywoodiano possibile.

Già perché Teddy vive con una zia in stato quasi
vegetativo e uno zio più strambo della media, certo gli vogliono bene ma non
sono il massimo come figure di riferimento, quindi Teddy nella vita deve
arrangiarsi, anche in amore quando perde la testa per Rebecca (Christine
Gautier), che a ben guardarla nemmeno lei è proprio in linea con i canoni imposti
dal cinema, ma come cantavano i Negrita, qui non è Hollywood.

Pensate, somigliano quasi a dei veri adolescenti, incredibile vero?

Rebecca avrà anche un problema di acne ma ha la bellezza
del primo amore, in un film dove la naturalezza del racconto funziona per
portare in scena un “coming of age”, un romanzo di formazione che prende volutamente le distanze da
Hollywood, in cui l’adolescenza diventa metafora della licantropia, a ben
guardare seguendo una vecchia tradizione ormai collaudata, che prevede ragazzi giovani trasformarsi in lupacchiotti, a cominciare dal
classico “I Was a Teenage Werewolf” (1957) di Gene Fowler Jr. per arrivare fino
a Voglia di vincere.

Ma se il film con Michael J. Fox utilizzava la
licantropia per mettere su un bel METAFORONE sulle trasformazioni del corpo nell’adolescenza, quel simpatico periodo della vita in cui ti spuntano peli nei
posti più impensabili, “Teddy” fa anche questo ma alza di una tacca il volume
della radio. Infatti anche qui al protagonista spuntano peli ovunque, anche in
quelle parti del corpo pensate per provocare un po’ di sano disgusto e
repulsione nel pubblico, ma più che altro il lupo dentro Teddy è un gran modo
per utilizzare l’elemento fantastico (e Horror) per parlare di solitudine
adolescenziale e più in genarle, di diversità.

“Ma come faceva Michael J. Fox con tutti questi peli?”

La fine della scuola imminente, la sua tormentata storia
con Rebecca e il pregiudizio attorno al protagonista non fanno che renderlo
sempre più isolato dal mondo, le figure genitoriali sono di poco aiuto e i due
gemelli registi Ludovic Boukherma e Zoran Boukherma (chissà se sul set facevano gli scherzi al loro cast sfruttando la loro somiglianza? Io lo avrei fatto, ma non ho un gemello)
inquadrano bene la condizione di Teddy facendo di un budget ridicolmente basso
una virtù.

Il film è in perenne equilibrio tra umorismo grottesco e
abissi di malinconia, la trasformazione avviene in economia, due zampe pelose
che sfondano gli anfibi e un primo piano stretto sugli occhi, ma il risultato è
micidiale, quando la bestia dentro Teddy si scatena lo fa al buio, dopo aver
fatto saltare la corrente nella sala Bingo (espediente perfetto per cavalcare i
due spicci disponibili) il mostro a figura intera si vede poco, ma realizzato
alla grande e dell’effetto della sua furia, vediamo più che altro i danni collaterali, i
morti lasciati a terra, ed è qui che “Teddy” dimostra di saper far funzionare
il suo METAFORONE: pur restando chilometri distante da Hollywood, quanta
differenza c’è davvero tra la trasformazione di Teddy e i ragazzi che vanno
armati a scuola per fare una strage? I mezzi scelti per la carneficina sono
differenti, ma le solitudini incomprese che stanno all’origine del dramma sono le stesse. 

“Me te magno e non è tanto per dire!”

A ben guardare anche il finale del film è del tutto in
linea con la tradizione dei film con i lupi mannari, quindi “Teddy” sa essere
classico e contemporaneo in un modo piuttosto riuscito, non smuoverà di una
virgola il panorama dei titoli con lupi mannari, ma apprezzo questi film che
sanno usare lo scarso budget e le tematiche horror per parlare anche dei
problemi del presente.

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