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Tepepa (1969): Ovvero, come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare i film di genere

Lo scorso 22 marzo ci ha lasciato il nostro compañeros Tomas Milian, ennesimo colpo al
cuore di un 2017 degno sequel del maledetto 2016, mi sembrava doveroso fare un
piccolo omaggio ad un attore unico, ma soprattutto ad un uomo con un’idea di
cinema che non posso non condividere.

La vita di Tomás
Quintín Rodríguez Milián è stata già di suo materiale da cinema, prima che il
cinema iniziasse a farlo per davvero. Esule Cubano, figlio in un generale dell’isola,
morto suicida, per altro, davanti agli occhi del figlio. Tomas tira avanti
raccattando tra la monnezza per le strade all’Avana, brutti ricordi esorcizzati
creando il suo personaggio più famoso Er Monnezza dei film di Umberto Lenzi.
Arrivato in
Italia, dopo una breve parentesi americana (un saluto a Donald Trump), Milian
impara usi e costume romaneschi nelle strade della capitale, tutta roba che
torna utile per dare forma e parlata a Er Monnezza, anche se poi lo doppiava
Ferruccio Amendola. Il Romano Cubano ha sfornato una serie di personaggi infinita,
certo, i più lo ricordano in coppia con le scoregge di Bombolo, ma Tomas Milian
è stato un attore “Serio” che ha recitato per Luchino Visconti e Pier Paolo
Pasolini, salvo poi dire: “Sapete che c’è? Sta storia dell’attore “Serio” con le
virgolette ha bello che rotto il cazzo”, non ha detto proprio così ma il succo era quello.



“Ah quindi tu reciti solo in film impegnati… Bravo, no no bravo”.

Il suo punto di
svolta Tomas Milian lo ha espresso molte volte anche nella sua autobiografia (“Monnezza
amore mio”), era stufo della distinzione tra attori seri e attori
popolari, l’unica differenza percepita era che quelli impegnati parlavano,
mentre gli altri sparavano. Motivo per cui ha aperto al cinema più popolare,
che negli anni ’60 e ’70, in uno strambo Paese a forma di scarpa, voleva dire sì
le commedia, ma anche polizieschi (tipo l’ottimo “Milano odia: la polizia non
può sparare” 1974) e, soprattutto, film western.

Riassumere tutti
i personaggi a cui Tomas Milian ha prestato corpo e faccia da schiaffi sarebbe
impossibile: Nico Giraldi, il Gobbo, El Vasco, no sul serio sono troppi, basta dire che è stato Rambo, prima di “Rambo”.
Per quanto mi riguarda la cosa più importante da dire su Tomas Milian è che era
un ottimo attore, che aveva capito che il cinema non si distingue tra cinema
alto (quello impegnato dei temi sociali) e cinema basso, quello dove si spara
magari anche le scoregge no, al massimo bisogna distinguere tra buoni e cattivi
film. Tomas Milian è una delle ragioni per cui bisogna essere ben fieri di
amare il cinema di genere.



“Sei accusato di amare i film di genere, come ti dichiari?” , “Colpevole senor!”.

Non riesco a
pensare ad un film più adatto di “Tepepa” per riassumere questo concetto, una
pellicola che ha davvero unito cinema alto e basso, perché è il film in cui
recitano insieme da una parte l’uomo che ha dato vita a Er Monnezza e Nico
Giraldi e dall’altra, robetta, soltanto Orson Welles, potreste averne sentito
parlare, Stanley permettendo, come del più grande regista della storia del
cinema… Una roba da niente, insomma.

Sembra il professore, pronto ad interrogarti a sorpresa…

“Tepepa” è uno
spaghetti western, anzi tecnicamente è uno Zapata Western, perché fa parte di
quei film ambientati durante la rivoluzione messicana, come “Giù la testa” del
Maestro Sergio Leone (tenetemi l’icona aperta che ripasso) o “Vamos a matar,
compañeros” di Sergio Corbucci che era l’altro titolo candidato per questo
piccolo omaggio a Milian, che ha perso lo scontro solo perché “Tepepa” riassume
meglio il concetto.

Da Giulio Petroni,
quello di “Labbra di lurido blu” (1975) o lo spesso dimenticato western “Da
uomo a uomo (1967) con Lee Van Cleef, “Tepepa” è un film sessantottino come il
suo regista, la cui posizione politica è appena appena (ma poco eh!) espressa
in quasi tutte le sue pellicole.
La storia parla
del peone Tepepa, anzi scusate Jesus Maria Moran detto Tepepa tierra y libertad
(se questo è il nome pensate al codice fiscale), ovviamente interpretato da Tomas
Milian. Il nostro ha combattuto la rivoluzione per conto del compagno Madero
che una volta salito al governo, diciamo, non ha mantenuto proprio tutte tutte
le promesse, ecco.



Il “Compagno” Madero, con i suoi nuovi amichetti.

Tanto che il
pueblo oppresso era prima e lo è ancora, forse anche peggio, visto che bisogna
fare i conti con i soprusi del temibile colonnello Cascorro (Orson Welles con
baffo che grida Mexico!). Alla riffa aggiungete un dottorino inglese di nome
Henry Price (John Steiner) che vuole vendetta per la sua amata, una ragazza
proveniente da una famiglia benestante che un certo Tepepa avrebbe violentato.

Tantissima
solidarietà per il bravo Petroni che si è trovato a dover dirigere da una
parte Tomas Milian, che letteralmente si carica tutto il film sulle spalle,
trasformandolo in un personale sfoggio di bravura e dall’altra Orson Welles
che, ok non era ancora arrivato a fare pubblicità del vino ubriaco fradicio
(storia vera), ma a caratterino è sempre stato ben messo. Malgrado il fatto che
Milian sia cresciuto nel mito di Welles, il grande regista si riferiva comunque
a lui etichettandolo come “Dirty Cuban” che non credo necessiti di traduzioni.
Evidentemente era ancora scottato da quella volta in cui lo hanno costretto a
far interpretare la parte di un Messicano a Charlton Heston.



“Tu non hai idea, mai digerita quella storiaccia…”.

L’aria di ’68 si
respira fortissima e la trama di “Tepepa” fa leva sullo scontro tra i poveri
peone la cui causa è stata tradita e dal governo che predilige il bastone alla
carota, tutta roba che nell’Italia di allora smuoveva ancora coscienze, oggi al
massimo per ottenere lo stesso effetto, il governo dovrebbe far passare una
tassa sugli Smartphone, ma a parte questo, il film funziona e ti tira pure
dentro.

Giulio Petroni,
anche sceneggiatore, fa un ottimo lavoro, specialmente perché sforna un film
dove non ci sono buoni o cattivi, ma soltanto ideali da portare avanti. Certo,
il maledetto Madero è il viscido traditore della causa e il colonnello
Cascorro il sadico braccio armato del padronato, ma lo stesso Tepepa è un
personaggio con parti uguali di chiari e di scuri.



Il lacciolo del sombrero sotto il naso, ed è subito Mexico!

Il suo odio per
Madero è chiaro e condivisibile, è uno che non esista a lasciare indietro chi
tradisce la causa, Pedro Pereira detto “El Piojo” (José Torres) padre
a cui hanno tagliato le mani per aver rubato pochi spiccioli.

Petroni, poi, è
bravissimo a far venire fuori anche il lato oscuro di Tepepa, primo piano sul
faccione “Infernale” di Orson Welles, mentre legge al dottorino le
testimonianze sugli atti criminali del rivoluzionario, la sottotrama che parte
come tale per poi diventare quella principale. 

Un’altra scena che dimostra la
bontà del Petroni regista, è il breve flashback del Dottore che ricorda la sua
amata, un momento onirico che complice anche il riuscito tema musicale del
Maestro Ennio Morricone, ricorda molto i flashback di “Giù la testa” di Sergio
Leone che, però, è uscito dopo nel 1971.



“James Coburn rivuole indietro cappello e occhiali”.

Il tema di
Morricone già… “Tepepa” è uno di quelli del Maestro che non si cita mai, ma è
un esempio di efficacia, un ritornello ripetuto che va in crescendo e ti si
pianta al centro della testa per giorni, tanto che ad un certo punto, e lo stesso Tepepa nel film, che canticchia il tema musicale di “Tepepa” (Storia vera!). Semplicemente impeccabile quando deve
fare da sottofondo ad un altro momento in crescendo del film, il monologo di
Tepepa.

Il discorso
motivazionale del protagonista è un classico del cinema, quello di “Tepepa”, al
pari del tema principale, non viene mai ricordato come meriterebbe:
trascinante, rabbioso, brutto sporco e cattivo come solo i personaggi degli Spaghetti
Western possono essere e con un finale beffardo tipico dell’umorismo tutto italiano dei nostri film, è il momento più alto di tutto il film e, ovviamente, Tomas
Milian se lo divora convertendoci tutti alla sua causa.
La sua prova è fantastica, con davvero pochissimo passa dal contadino ignorante, ma
motivato, al leader carismatico ed incazzato, fino ad un personaggio subdolo,
un anti eroe che è di poco meglio (o meno peggio) dei suoi nemici. Con
materiale del genere un attore può scadere nella macchietta, oppure eccellere, barrate
pure “B” tranquilli.

Tomas Milian ha
capito il valore del nostro cinema di genere, ben prima della grande
rivalutazione, ha scelto la sua posizione e si è schierato come Tepepa in
questo film, il suo lascito oltre a tanti bei film ed un’infilata clamorosa di
personaggi iconici, è proprio questo: si giudica il cinema solo tra quello
buono o quello cattivo, non tra impegnato o di genere.

Hasta luego Tomás,
ci vediamo nei film!
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