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Terminator – Destino oscuro (2019): Il terzo classificato (in una gara con tre concorrenti)

Avevo una specie di battutaccia che ripetevo spesso e faceva
ridere solo me: sono il giocatore di basket più forte del mio condominio. Siccome
non ho Saša Danilović o Scottie Pippen come vicini di casa, diventa anche piuttosto
semplice. Vale lo stesso discorso per “Terminator – Destino oscuro” che sale
sul podio solo perché ha eliminato la concorrenza di non uno, non due, ma ben tre film brutti almeno quanto lui. Ed
ora, prima di iniziare, una piccola, ma doverosa introduzione.

Interludio

Interno, giorno, l’affannato assistente corre da James
Cameron portando una missiva.
«Jimmy! Jimmy! I diritti di Terminator sono di nuovo sul mercato!
Puoi finalmente ricomprarli!»
«Era ora finalmente! Solo che ora bisognerà fare un film ed
io non ho proprio tempo, sto girando il settimo seguito di Avatar. Chiama
Robert, digli che ho una roba con dentro dei Messicani che va bene per lui»
«Ehm, mi dispiace portare una brutta notizia, ma Rodriguez
non risponde più al telefono dopo quella storia di Alita»
«Oh, al diavolo! Trovami il primo pupazzo in grado di
rilasciare interviste piene di immotivato entusiasmo, che sappia tenere la macchina da
presa dritta. Che abbia un nome breve da chiamare, non ho tempo da perdere, devo
girare la terza scena sottomarina per Avatar 9. Ah, per la trama… Fai attivare
il protocollo GIEI-GIEI»
«No! Il protocollo GIEI-GIEI no!»
Fine Interludio
La voglia di incassare soldi subito, la faccia di chi sta pensando ad “Avatar 8”

Parliamoci chiaro, non sono così illuso da credere che
questa volta sarebbe stato diverso, ormai sono più cinico di Sarah Connor
quando si tratta di molte cose, compreso un nuovo capitolo di “Terminator”, ma
non ci posso fare nulla, il mio cuore tira in quella direzione, è proprio
grazie al capostipite che ho perso la
testa per questa cosetta chiamata cinema, quindi per me ogni nuovo Termi-Film è
una faccenda dannatamente seria, forse più per me che per chi ci lavora per davvero.
Non mi aspettavo nulla da questo capitolo e, infatti, quasi nulla è arrivato.

Sfornare seguiti che non tengono conto dei capitoli meno
riusciti della saga, ormai lo sappiamo, è una moda imperante ad Hollywood, ma questo sesto terzo capitolo gioca
ancora più sporco, perché si atteggia come il seguito ufficiale di uno dei più grandi film mai realizzati e poi
non è diverso da tanta altra robaccia contemporanea che trovate in giro. Come
dite? I fumetti di Terminator? La serie Tv su Sarah Connor? Quello non
conta, si sa che la transmedialità è IL MALE, tra tutte le storie immaginarie,
solo quelle immaginate al cinema contano, il resto è robaccia da ignorare puah!
In foto, un pupazzo, un burattino inanimato innocuo. L’altro, invece, è un Terminator.

Non manca l’impostazione data da James Cameron, un autore
con una personalità e delle tematiche talmente riconoscibili da tornare sempre
a galla anche in questo disastro, ma è anche chiaro quanto “Terminator –
Destino oscuro” sia un’operazione maldestra, spesso svogliata e pensata a tavolino
per provare a rilanciare una saga, utilizzando tutto quello che va di moda nel
cinema targato 2019. Quando James Cameron la smetterà di pensare da produttore
e ricomincerà a pensare come un regista, sarà sempre troppo tardi. Anche se,
ormai, penso che il suo unico interesse sia rispedire Endgame in seconda posizione e riprendersi per la terza volta la
testa della classifica dei migliori incassi di sempre nella storia del cinema con i prossimi “Avatars – scontro finale”.

“Terminator – Dark Fate” di fatto è un filmetto pensato a
tavolino ricalcando la strategia già utilizzata da Star Wars – Episodio VII – Il risveglio della Forza, quindi, per
quello che mi riguarda, il peggio del cinema. Le vecchie glorie provenienti dai
film precedenti giocandosi la carta del carisma tengono botta, i nuovi
personaggi non stanno in piedi sulle loro gambe e vivono di luce riflessa, solo
Mackenzie Davis grazie ad una prova estremamente fisica riesce a non risultare
l’ennesima “Mary Sue” (citando Max Landis), ma al netto di tre lunghe sequenze
d’azione girate anche piuttosto bene, questo nuovo film ricicla situazioni e
dinamiche dai primi due film della saga, il risultato è comunque una
fotocopia sbiadita, a tratti francamente irritante. Per il resto delle
argomentazioni dovrò entrare un po’ più nel dettaglio della sghemba trama di
questo film, quindi ve lo scrivo a chiare lettere: SPOILER!

“Quelle sono le istruzioni di Cameron su come dirigere il film, cosa ha scritto?”, “Dice solo: vedi sopra e fai come GIEI GIEI”

Cosa dico sempre dei minuti iniziali di un film? Che sono
quelli che determinano tutto l’andamento della pellicola, quelli di “Terminator
– Dark Fate” si giocano il colpo di scena necessario a giustificare l’esistenza
stessa di questo film e sono anche quelli che mi hanno quasi convinto a
lasciare la sala.

Avevamo lasciato Sarah Connor lungo una strada buia dopo
aver definitivamente sconfitto Skynet e la ritroviamo (con un abuso di CGI scarsa
e scene prese dai film precedenti) nel 1998 in Guatemala, insieme a John (Edward
Furlong realizzato al computer, brutto ma comunque meglio di quello reale), pronti via, arriva un Terminator dal
futuro, con le sembianze del solito Schwarzenegger ringiovanito dalla CGI che
lo uccide. Ma come? Ma così!? Ma non era tutto finito!? Che cacchio Skynet ne
aveva mandato un altro di sicurezza? Oppure questo Terminator viaggia con i
mezzi pubblici ed è arrivato in ritardo!?

Loro non guardano i cantieri, li fanno esplodere!

L’idea stessa di Sarah Connor che dopo essersi preparata una vita intera vede, comunque, morire suo figlio, quando ormai la missione sembrava compiuta ad una prima occhiata può sembrare un’enorme fregatura. A mente fredda l’idea di vecchi personaggi (rottami avanzati da un’epoca spazzata via dagli eventi) con ancora dei tormenti interiori e delle battaglie da combattere sarebbe anche molto interessante, se sviluppata come si deve, ma visto che tra gli sceneggiatori del film troviamo anche quel cagnaccio di David S. Goyer (ma ancora lavora? Ancora gli fanno mettere le sue manacce sui film!?) quale approfondimento dobbiamo aspettarci? Bisogna replicare le dinamiche di Terminator 2 qui, mica vogliamo fare qualcosa di nuovo!

Il nuovo bersaglio da salvare si chiama Daniella “Dani” Ramos (Natalia Reyes), la nuova “Vergine Maria” come viene etichettata, anche se nel corso del film (semplificando ulteriormente una trama già semplice) scopriremo essere proprio la nuova John Connor, colei destinata a salvarci dalla macchine e a guidare la resistenza. Sarà… Ma per prima cosa dovrebbe imparare a recitare, la Reyes è una “Cagna maledetta” (cit.) che quando fa le facce da dura fa davvero tenerezza per quanto sia distante da un risultato almeno decente.

“Mi nombre es Dani. Tu hai ucciso mi padre. Preparate a morir!” (ed è subito telenovelas messicana)

Qualcuno (e non chiedetemi chi perché tanto il film non lo
spiega per nessuna ragione al mondo) manda indietro nel tempo per proteggere “Dani”,
una guerriera della resistenza, potenziata da alcuni impianti, la bionda Grace
(Mackenzie Davis) precipita a culo nudo dal cielo come da tradizione della saga,
senza vestiti, ma con la pettinatura perfetta… Io dopo una settimana di lavoro
sembro uscito da una miniera, lei che arriva da un 2042 che potrebbe uccidere
chiunque sta una favola. Il fatto che di nome faccia “Grazia”, poi, è l’ennesima
citazione biblica di una saga che ne è sempre stata piena, insomma tutto sotto
controllo.

Se in Episodio VII,
il Primo Ordine era di fatto l’Impero con un altro nome, qui succede la stessa
cosa: Skynet non è mai stato creato, ma esiste un’intelligenza artificiale del
tutto identica che si chiama “Legion” (pronunciata “Liiiiiiiiigion” nel
doppiaggio Italiano, eh vabbè). Quindi Liiiiiiiigion ha mandato ad uccidere
Dani un nuovo modello di Terminator, il Rev 9 unisce le proprietà mimetiche del
T-1000 ad un robusto scheletro come i
vecchi T-800, questo gli permette di dividersi in una parte Hardware
e una Software (passatemi il paragone ardito) che se non altro lo rendono un
avversario veramente letale, come non accadeva proprio dai tempi del T-1000 di
Robert Patrick. Ecco, peccato che l’attore che lo interpreta (Gabriel Luna) sia
una specie di Marc Anthony giovane (forse anche lui ringiovanito con la CGI?
Chissà), vi giuro che mi aspettavo di vederlo iniziare a cantare da un momento
all’altro, magari con lo scheletro metallico a fargli da ballerino di supporto.

Tell me baby girl cause I need to know / I need to know / I need to know

Il fatto di stare guardando l’ennesima replica della stessa
storia, è stato un pochino stemperato dalla prima scena, la lotta tra Grace e
il Rev 9 in fabbrica, dove gli operai perdono il lavoro sostituiti dalle macchine
(e qui si nota lo zampino del vecchio Jimmy, quello che ha fatto mille lavori
proletari prima di diventare il Re Mida di Hollywood) seguita a ruota da un
bell’inseguimento in autostrada che altro non è che una replica di quello tra
motocicletta e camion di Terminator 2 che, però, Tim Miller dimostra di saper dirigere come si deve.

Jimmy da tempo voleva il doppio Terminator, ed eccolo accontentato.

Vedere Grace lanciare barre d’acciaio contro il Rev 9, per
qualche minuto mi ha fatto sperare in un film con una sua dignità, perché, comunque,
Miller le scene d’azione quando vuole sa come girarle, ma sembrano anche gli
unici momenti che gli interessano davvero, questo inseguimento, la fuga dal
centro di detenzione sul confine messicano (perché un po’ di attualità, con una
“Gesù” messicana arrestata dal governo Yankee, a Cameron interessa sempre) e ci
metterei anche la doppia scena dello svolazzamento a gravità zero e della diga,
tutta roba che tende un po’ all’esagerazione (specialmente per la troppa CGI
della scena dell’aereo), ma risulta ben fatta e abbastanza coinvolgente,
decisamente meglio dei dialoghi, alcuni davvero capaci di farti cadere delle
parti del corpo a terra, non vi dico quali, dipende da che modello di
Terminator siete.

“Ho sentito due grossi tonfi sordi, come due colpi. Deve essere per via della gravità”

Partiamo dagli elementi di “Terminator – Dark Fate” che
funzionano, sono così pochi che si fa anche abbastanza in fretta. Il Rev 9 è
una minaccia difficile da abbattere e Grace un personaggio per cui viene voglia
di fare il tifo. Mackenzie Davis si mangiava la scena anche nei pochissimi
minuti in cui appariva in Blade Runner 2049 ed era anche protagonista di uno
dei migliori episodi di “Black Mirror” di sempre (San Junipero). Considerando il suo ruolo in una serie ad alto
contenuto di argomenti informatici come “Halt and Catch Fire”, non dovrebbe
stupire trovarla qui, ad impersonare da sola la tradizione dei personaggi
femminili firmati da James Cameron.

“Catena di Andromeda colpisci!”

Una guerriera tosta e sofferente con qualcosa di Ellen Ripley e qualcosa di Sarah Connor, ma anche l’ennesimo
personaggio potenziato dalla tecnologia firmato da Cameron, una specie di
angelo della battaglia. Il problema è che Mackenzie Davis risulta più intensa ed interessante della storia del suo personaggio: il sogno/flashback sul suo
passato, è una versione sbiadita dell’incubo di Kyle Reese del primo film e,
per quanto piuttosto minacciosi, i “poliposi” Rev 7, non allacciano nemmeno le
scarpe al compianto Franco Columbu.

Tutto il suo rapporto con Dani, dovrebbe essere l’equivalente locale del paradosso temporale che legava Sarah Connor e Kyle Reese, peccato
che sia tipo cento volte meno intenso e totalmente epurato da qualunque forma di sesso oppure romanticismo, che stiamo scherzando? Poi i genitori ben pensanti non portano i figli al cinema e ci perdiamo tutti gli incassi!
“Cosa fanno laggiù nel futuro, vi annaffiano?”

Per assurdo, il “Destino oscuro” (stando alla traduzione
italica molto dubbia) che aleggia su questo film, è la sua impossibilità anzi,
la sua totale mancanza di volontà di provare a fare qualcosa di nuovo. Io già
li sento i critici seri, quelli con gli occhiali e la pipa, che fanno
ticchettare le loro tastiera scrivendo di quanto questo film sia al femminile,
femminista, #MeToo e tutte quelle altre diavolerie acchiappa click che
piacciono tanto nel 2019. Sarah Connor non mi sembra proprio un personaggio che
ha esordito quest’anno, era una “final girl” del 1984 che nel 1991 si è
trasformata in una tostissima donna d’azione molte volte imitata, ma mai davvero
eguagliata, l’unico personaggio davvero “nuovo” (virgolette obbligatorie) è
Dani che quando ringhia ordini sembra un chiwawa che abbaia e nella scena in
cui impara a sparare come una cecchino, dopo una sola frase motivazionale di
Sarah Connor, sul serio, volevo mollare tutto e andare a fare qualcosa di
davvero pericoloso, tipo rimettere in ordine il mio cassetto dei calzini.

Critici seri, con la pipa e gli occhiali, che consumano tastiere su questa foto (forse questa didascali mi è uscita un po’ ambigua…)

“Terminator – Dark Fate” prova a lanciare nuovi personaggi,
ma di fatto ha ancora bisogno delle vecchie glorie per restare in piedi, Linda
Hamilton sarà stata anche la più recalcitrante a tornare nei panni del suo
personaggio più famoso, ma ha ancora grinta da vendere. Ringhia parolacce come
una che le ha viste davvero tutte e non perde mai la calma nemmeno nelle
situazioni peggiori, anche se tolti i primi cinque minuti di film, il
personaggio non si sposta di una virgola da come l’abbiamo lasciata in
Terminator 2, perché la volontà di questo film di replicare le vecchie
dinamiche è talmente palese da affossare anche le ottime prove personali del
cast. Ci sto girando attorno perché non voglio affrontare di petto l’argomento,
ma trattandosi di uno degli idoli indiscussi della Bara Volante bisogna farlo,
è il momento di parlare di Arnold.

Uno che tiene sempre fede alla parola: It’s back!

Questo sesto terzo film, è talmente pigro e sciatto
che non perde nemmeno un minuto a giustificare come mai il Terminator
ritardatario mandato ad uccidere John Connor sia invecchiato, lo sa benissimo
che quella cagata fumante di Terminator Genisys lo abbiamo visto tutti, quindi
non spreca nemmeno una riga di dialogo per raccontarci come i tessuti umani dei
Cyborg possano invecchiare (idea per cui Cameron si è fatto pagare bei soldini in
veste di consulente. Storia vera), in compenso, spreca troppe righe di dialogo a
raccontarci come Carl sia diventato il più bravo tappezziere del Texas, ma
anche un papà diligente in grado di cambiare pannolini senza mai lamentarsi
snocciolando battute simpatiche (come quella delle armi in Texas che, lo ammetto,
mi ha fatto ridere anche se è una scemenza).

Sì, perché zio Bob Carl senza nessuno giovane John Connor
ad insegnarli a dare il cinque e a rispondere “facendo un po’ il fanatico”, ha comunque
sviluppato una coscienza e dei sensi di colpa per ragioni che una macchina non
dovrebbe avere. Sul fatto che abbia anche intrecciato un rapporto a sua
detta del tutto platonico, con una donna umana, il silenzio che cala nel film
tra i protagonisti, è lo stesso calato nel mio cuore a dover sentire Schwarzenegger
pronunciare ‘sta robaccia pur di garantirsi una parte nel film.

“A stare in politica mi sono abituato a dire frescacce”

Superata la tristissima (per non dire deprimente) porzione
di film in cui Arnold deve cercare di farci digerire Carl, il suo vecchio
Terminator che viene da “un futuro che è fallito”, se non altro è un alleato
efficace. Schwarzenegger ha talmente tanto credito che diventa inevitabile patteggiare
per lui, anche quando interviene in soccorso delle protagonista, sfondando
porte come se fosse l’uomo di casa che apre un barattolo particolarmente
ostinato (ma come? Non era un film femminista #Me Too? Questo i critici seri
con gli occhiali e la pipa non lo scriveranno mai).

La fine del suo personaggio, però, è di nuovo una versione
sbiadita del finale di Terminator 2
(solo uno dei più grandi della storia del cinema), quindi non sono io ad essere
uscito deluso dal film perché avevo aspettative troppo alte nei confronti dei
due film originali (non ne avevo alcuna), è proprio “Dark Fate” ad andare volutamente a giocare nello
stesso campo da gioco, perdendo inesorabilmente la faccia.

Solo una roccia come Arnold poteva caricarsi sulle spalle il finale.

Insomma, dài! Viviamo in un’era in cui il post-modernismo al
cinema è l’unica cosa che conta, proprio come Episodio VII non serve avere una storia, l’importante è avere un
abbozzo di trama che faccia tornare in mente al pubblico i vecchi ricordi,
tanto a lamentarsi saranno solo i modelli superati come il sottoscritto. Però, vigliacca
zozza! Ogni volta che vedo la scena di Sarah
Connor che guida la sua Jeep verso le nuvole nere del suo futuro
, mi esalto tanto da aver
voglia di rimettere il film da capo come facevo da bambino (storia vera).
Vedendola qui guidare una Jeep quasi uguale (ma di un modello più nuovo) verso
l’orizzonte, la mia reazione è stata un «Ma vaffanculo» ringhiato a denti
stretti, mentre partiva la solita inutilmente rumorosa colonna sonora di Junkie
XL (storia vera, secondo estratto).

Non mi aspettavo niente da “Terminator – Destino oscuro”, di
sicuro non mi aspettavo di vedere James Cameron comportarsi da produttore come
un GIEI GIEI Abrams qualunque. Sono abbastanza sicuro che questo film farà la
fine di Alita, non incasserà abbastanza per sfornare altri seguiti e, a parità
di difetti, se per l’angelo della battaglia un pochino mi dispiace, per questo
non ho alcuna pietà, ne sentimento (nemmeno di odio). Hanno cercato di
cancellare non uno, non due, ma ben tre film brutti, soltanto per produrne un altro, quindi per me l’esito
è semplice: Hasta la vista, baby! BANG!
Fino al giorno in cui non mi faranno lo spin-off Terminator – Kawhi: Io ho terminato.

La fine che farei volentieri fare a questo film.

Per tutti gli approfondimenti su tutti i capitoli della saga di Terminator, vi ricordo lo
speciale a tema.

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