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Terra di confine – Open Range (2003): il giovane vecchio Western di una volta

I compleanni che non si calcola nessuno, per film che purtroppo vengono considerati anche meno, eppure nella mia lista dei titoli da festeggiare, “Open Range” era sottolineato (storia vera).

Kevin Costner è stato IL divo degli anni ’90, fino a qui non ci piove, anzi, potrebbe pioverci sopra fino ad allagare il mondo, ma se nemmeno la doppietta “Waterworld” (1995, non il flop che tutti ricordano) e “L’uomo del giorno dopo (1997, questi si invece un disastro al botteghino) ne hanno scalfito il mito, ma la verità è un’altra, il KEV arriva da un secolo precedente, sarà stato anche mister sport al cinema, perché nei suoi film li ha coperti quasi tutti in particolare il più americano di tutti, ovvero il Baseball, ma il realtà il nostro è un Cowboy, lo ha messo in chiaro quando, praticamente da solo, ha rilanciato il Western revisionista degli anni ’70, però in pieni anni ’90 con il trionfo su tutta la linea del suo Balla coi lupi.

Dal suo periodo più glorioso, un’infilata di titoli più o meno memorabili o più o meno dimenticabili a seconda dei vostri gusti personali, nel mezzo, un ritorno al Western da protagonista (e da regista) in un periodo in cui, il genere era ancora meno quotato, in quell’anno pazzo che è stato il 2003 andavano forte i titoli che strizzavano l’occhio al Far East, non di certo al Far West, eppure “The Open Range”, romanzo di Lauran Paine del 1990, girava ad Hollywood da un pezzo, dal 1999 quando lo stesso scrittore lo adattò in una sceneggiatura che però non riuscì mai a vedere trasposta sul grande schermo, visto che Paine morì due anni prima dell’uscita in sala del film di Costner (storia vera).

John Ford ne abbiamo?

Il copione, rimaneggiato da Craig Storper interessava molto al nostro KEV, anche produttore del film, che per dirigerlo, ha voluto il suo operatore di fiducia, qui battezzato sul campo direttore della fotografia per evidenti meriti conquistati, lo dico sempre che non si parla mia abbastanza del talento di J. Michael Muro, che qui è tutto in bella vista.

“Open Range” viene girato tra il giugno e il settembre 2002 nella Stoney Indian Reserve, nell’Alberta, Canada, il che è significativo (tra poco ci arriveremo, lasciatemi l’icona aperta), costato ventidue milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati, ne incassa in totale sessantotto, quasi tutti sul mercato americano dove comunque il KEV ancora sposta, anche se va detto, allora più di oggi, nel 2003, erano tanti quelli contenti di vederlo fallire, evidentemente il suo essere stato il più desiderata dalle signore di mezzo mondo faceva bruciare il culo ai più, ora la faccenda mi pare stemperata, ma nel 2003 era ancora un fattore, poco male, “Open Range” resta un film molto bello che in pochi ricordano come merita.

Sulle note della colonna sonora di Michael Kamen (scusate se è poco!) veniamo precipitati nel Montana dell’anno 1882, dove tra mandrie da spostare, e partite a carte per riempire il tempo sotto una pioggia battente, facciamo la conoscenza di Boss (Robert Duvall), Charley (Il KEV), Mose (Abraham Benrubi) e Button (un Diego Luna credo undicenne o giù di lì), quattro mandriani nomadi che conducono il bestiame per le praterie americane, dettaglio chiave: i loro animali vengono fatti pascolare negli “Open Range” del titolo originale, reso in italiano con un adattamento un po’ al limite con quella terra di confine, più evocativa ma meno precisa. Terreni sulla carta liberi, per tutti, ma può esserci davvero qualcosa per tutti nella terra delle opportunità e del capitalismo, quello sì per tutti?

Tutti molto più giovani, ma uno illegalmente tale.

Con davvero poco anche in termini di dialoghi, Kevin Costner tratteggia questi personaggi e il loro cane pastore facendoci patteggiare per loro, sono un po’ Ronin con il loro codice morale, fatto di amicizia e rispetto ma anche nomadi, perché la prima accusa mossa ad “Open Range” ai tempi, specialmente da chi si aspettava un “Balla coi lupi 2” era proprio l’assenza della quota dei nativi americani nella storia, questione che invece a Costner sta a cuore e che in qualche modo tratta anche qui, basta sapere dove guardare.

Quando il grosso Mose va in città (come Babe) per dei viveri e non torna nel tempo stabilito, Boss e Charley cavalcano fino alla cittadina dove l’unico amichevole con loro è lo stalliere Percy, interpretato dal mitico Michael Jeter a cui il film è dedicato, perché purtroppo l’attore feticcio tra gli altri di Terry Gilliam ci ha lasciati proprio nel 2003, lasciando la sua prova in “Open Range” come ottima conclusione in una carriera notevole.

Il KEV ha dedicato il film alla memoria di Jeter e dei suoi genitori (storia vera)

Da qui si va di archetipi del genere, il vecchio sceriffo locale e i suoi uomini armati fino ai denti odiano i mandriani nomadi anche più di quanto odino gli “Indiani”, ed ecco il vostro gancio con la causa nativa perché senza bisogno di piume e pitture di guerra (quelle che forse avrebbero voluto vedere i critici del 2003) Kevin Costner ci parla ancora dello scontro tra mondi, tra società, quella organizzata e si suppone civilizzata e chi vive libero nei pascoli americani, o almeno ci prova.

A mediare tra le parti, o per lo meno, a dirci che non tutti quelli che vivono in società sono barbari, il dottore e quella che sembra prima sua moglie, poi si scopre essere la sorella, insomma la Sue Barlow interpretata da Annette Bening che come avrete già intuito, rappresenta la quota “romanticona” che in un film con Kevin Costner non può mancare mai e in tal senso, “Open Range” si prende tutti i suoi tempi per raccontare i suoi personaggi perché in 132 minuti va in scena tanto di quel cinema classico dal rasentare quasi il John Ford dei tempi andati.

«Tranquillo, ora arriva la parte tenerona del film»

Da dove cominciare? Beh quando Boss e Charley restano da soli, perdendo tutti i loro compagni (cane compreso) è impossibile non patteggiare per loro, che di male non hanno fatto davvero niente, ma anche tutto il corteggiamento con il personaggio di Annette Bening si prende i suoi tempi, già solo i minuti che impiega Charley per capire che Sue non è una donna sposata, ci dice di uno che è più avvezzo al silenzio della prateria che a parlare con l’altra metà del cielo, e allo stesso tempo, di un personaggio che in quei terreni liberi, ha soffocato (ma non spento), un passato violento che invece la vita in società gli imponeva. Insomma il personaggio del Kev ha tutti dei tumulti interiori che lui recita sempre con quella faccia lì, che pare sempre la stessa, quella di uno con lo sguardo rivolto ad Ovest ma in realtà sotto, brucia come un vulcano.

Tutta la parte del corteggiamento, tra tazzine da tè, lettere e dichiarazioni nei momenti più intensi della storia, risulta molto garbata e cortese per un film di rudi cowboy, talmente abituati a comunicare a sguardi, che quando parlano, deve essere per forza qualcosa di davvero importante da dire no? («Dieci anni che cavalchiamo, non ha mai detto che era stato sposato»), infatti anche il rapporto tra Boss e Charley è raccontato alla grande.

PATRIARCATO! (cit. Ho capito il messaggio di quel film là no?)

Avete presente quando spunta il tizio che se la sente caldissima e decide di uscirsene con una novità assoluta, colpo di genio raga sono troppo un figo! Tutto il cinema al maschile, in realtà è un METAFORONE omosessuale, cioè capito no? Cavalcano insieme occhiolino-occhiolino-gomitino-gomitino. Quindi dai Western di John Ford a Top Gun viene tutto etichettato allo stesso modo perché, ehi! Nessuno nella storia dell’analisi cinematografica ha mai pensato ad una cosa del genere, see lallerò! Bene, in “Open Range” sono gli stessi protagonisti a scherzare, in confidenza con Sue si definiscono quasi come una vecchia coppia sposata («… chi se lo prende, peloso e scontroso com’è»), anche se è chiaro che non ci sia “Broomance” tra i due, al massimo grande rispetto, visto che Boss viene considerato tale di nome e di fatto, anche se poi è un “Capo” magnanimo. La scena in cui i due si rivelano i loro nomi per intero solo in quello che Napoleone Wilson avrebbe chiamato il momento della morte, è un momento significativo, il fatto che uno dei due duri durissimi, abbia un nome tenerello e imbarazzante, anche quello è parte del canone, d’altra parte anche John Wayne si chiamava Marion Robert Morrison, ma per tutti era il Duca.

Spalla a spalla, verso un finale anti-glorioso.

L’azione non si fa attendere in “Open Range”, o meglio, la minaccia quella arriva subito, quindi la pentola viene messa a bollire sul fuoco fin dai primi minuti del film, ma finirà per scoppiare per davvero solo nel finale, la sparatoria è lunga anche se cadenzata da pause comunque realistiche. Quello che mi piace di questo film è anche il suo modo credibile di portare in scena l’azione, forse l’unico momento esaltante da veri duri, concessione al cinema “maschio” è la frase di Boss «Io ho una chiave che apre tutto», prima di sparare a pallettoni alla porta, per il resto è il trionfo della sparatoria anti-gloriosa, ma d’altra parte la vera Sparatoria all’O.K. Corral del 26 ottobre 1881 durò appena trenta secondi, poi è stata enfatizzata e raccontata dal cinema americano più volte come qualcosa di grandioso, ma senza scomodare Freud lo sappiamo che noi maschietti tendiamo a fare così.

“Open Range” clnon è uno di quei maschietti fragili con problemi a gestire la propria mascolinità o le proprie fragilità, anzi giustamente se ne frega, e quindi assistiamo a duelli che avvengono con gli arci rivali feriti e accucciati a terra, pronti a spararsi a mezzo metro di distanza, alla faccia del canone che vuole il duello come una sparatoria in centro alla strada maestra, con due pistoleri che si stagliano come sagome leggendarie. Insomma “Open Range” per chi ama il cinema Western resta un toccasana da vent’anni, per tutti gli altri sarà troppo lento o troppo poco Balla coi lupi, ma sono più questioni di aspettative che di veri demeriti del film.

«Dovremmo avere dei fucili per quest… Ah no, li abbiamo!»

Purtroppo “Open Range” non è stato affatto “Balla coi lupi 2” nemmeno per il successo, infatti il KEV è tornato ad arrabattarsi tra ruoli più o meno clamorosi o inutili, a seconda sempre del vostro gradimento personale, almeno finché non ha nuovamente abbracciato la sua vera natura di uomo della frontiera. Sono sicuro che senza i silenzi di “Open Range” non ci sarebbe stato di nuovo quello scontro tra civiltà rappresentato dai Dutton di Yellowstone, ed è qui che voglio arrivare al punto, perché Padre tempo alla fine l’ha sempre vinta lui, quindi forse nel 2003 il pubblico non era ancora pronto a riconoscere al Kev il suo status, ma nel 2023 pare proprio di sì.

Io ho la mia personale idea sulla diatriba tra Taylor Sheridan e Kevin Costner, quella che molto probabilmente metterà fine malamente a Yellowstone prima del tempo e forse, anche molto male, ma non è un caso se c’è una certa aspettativa per il prossimo Western diretto dal Kev, ovvero l’ambizioso “Horizon” in uscita l’anno prossimo. State tranquilli che per allora, i paragoni con “Balla coi lupi” fioccheranno ancora ma meno rispetto a quanto fatto nel 2003, visto che nel frattempo Costner è passato dall’essere Charley ad essere Boss, proprio per questo, non potevo perdermi il compleanno di “Open Range”, auguri giovane vecchio Western!

Sepolto in precedenza mercoledì 15 novembre 2023

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