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Terrore dallo spazio profondo (1978): chi ha paura dei remake?

Oggi affrontiamo un argomento che fa davvero paura… REMAKE! Vi siete spaventati eh? “Remake”, rifare, rifacimento, la parola stessa mette in chiaro gli intenti, quanto sarebbe bello se tutti i remake fossero davvero delle reinterpretazioni personali dei film originali? Un po’ come le cover delle canzoni, in cui l’artista che le suona può metterci qualcosa di suo. Il problema è che negli anni i remake sono diventati sinonimo di film rifatto si, però uguale se non addirittura peggio, un bacelloide che tenta di imitare un essere umano, risultando privo di sentimenti.

Personalmente non ho nulla contro i rifacimenti, alcuni grandi film lo sono e tra questi, metteteci anche “Invasion of the Body Snatchers” (da noi “Terrore dallo spazio profondo”, vabbè) diretto da quel genietto mai abbastanza ricordato che risponde al nome di Philip Kaufman.

Senza girarci troppo attorno, Kaufman è un nerd in fissa con i viaggi spaziali e i film di fantascienza, uno che andava pazzo per l’originale invasione degli ultracorpi di Don Siegel, che accettò di buon grado l’idea di dirigere il remake, dopo aver letto l’omonimo romanzo del 1954 dello scrittore Jack Finney. Anche perché Kaufman era rimasto con in mano la pagliuzza più corta, durante la travagliata produzione di Star Trek – Il filmin cui Spock avrebbe dovuto avere un ruolo più consistente da capitano e questo forse spiega perché Leonard Nimoy compare in un ruolo, ovviamente da personaggio estremamente logico, anche in questo rifacimento.

Alla fine Kaufman e Nimoy hanno trovato lo stesso il modo di lavorare insieme.

Esattamente come Carpenter e Cronenberg in due celeberrimi esempi di rifacimenti molto ben riusciti, anche Philip Kaufman ha sfoggiato grande passione per il materiale originale, ma soprattutto ha dimostrato di aver davvero capito la lezione del film di Don Siegel, infatti più che rifarlo identico, Kaufman ha portato i bacelloidi invasori dallo spazio profondo nel 1978.

Intervistato in occasione del quarantennale del film, Philip Kaufman ha confermato l’intuizione più azzeccata di tutto il film: come sarebbe stata la storia se i bacelloidi fossero comparsi invece che nella piccola cittadina di Santa Mira, in una grande città, una delle preferite di Kaufman, la progressista San Francisco? Come tutte le intuizioni geniali, dopo che qualcuno ha avuto l’idea, sembra davvero semplice, per non dire lampante.

«Ci stanno guardando», «I bacelloidi?», «No, le lettrici e i lettori della Bara Volante»

Se in una piccola città qualcuno inizia a comportarsi in modo strano, in un attimo lo sanno tutti, ma in una grande città? Se cadi e ti spacchi la faccia sulle scale della metropolitana, le persone ti scavalcano perché vanno di fretta, quindi se cominci a comportanti in maniera diversa dal solito chissene, tanto chi ti ha mai visto?

Per questo motivo i protagonisti della versione diretta da Philip Kaufman e sceneggiata da W. D. Richter, non combattono per un senso di comunità contro una minaccia esterna aggregante (metafora della minaccia Comunista, alla vita capitalistica degli Americani), combattono per restare umani, per non perdere quello che li rende unici e per altro, combattono una guerra che stanno silenziosamente già perdendo.

«Perché devo sempre avere a che fare con gli alieni? Perché!?»

Fin dai titoli di testa, sulle sinistre note dell’unica colonna sonora composta dal leggendario pianista Jazz Denny Zeitlin per il cinema (il banjo nel film invece, lo ha suonato Jerry Garcia dei Grateful Dead. Storia vera) l’umanità sta già perdendo, perché le spore aliene sono già penetrate in profondità nel nostro pianeta mettendo radici nella società, da questo punto di vista è una soluzione perfettamente riuscita anche la mancanza di vere e proprie spiegazioni, che arriveranno nel corso del film ma senza appesantire la narrazione, perché in fondo come spettatori già sappiamo tutto quello che bisogna sapere sui bacelloidi che ti sostituiscono con una copia di te stesso quando ti addormenti, perché abbiamo visto tutti il film di Don Siegel.

“Terrore dallo spazio profondo” non lascia nessuna speranza di vittoria alla razza umana, siamo una società talmente auto riferita e pronta ad ignorare il prossimo per cui gli invasori alieni, avranno campo libero, se un uomo per strada urla «Arrivano! Arrivano! Aiutatemi! Ascoltatemi!», sarà per forza solo un pazzo in preda al delirio. Il colpo di genio da vero Nerd di Philip Kaufman è di aver fatto interpretare la parte del pazzo all’attore Kevin McCarthy, protagonista del film originale che per altro, sarebbe finito a interpretare ancora lo stesso iconico ruolo anche per Joe Dante in Looney Tunes Back in Action, tanto per restare in tema di personaggi lunatici.

Non vi preoccupate, ci penserà Joe Dante a farlo tornare.

Questa piccola apparizione è chiaramente un omaggio a Don Siegel (che per altro qui compare nei panni del taxista che accompagna Matthew ed Elizabeth all’aeroporto, invece se aguzzate la vista, nella scena della chiesa potrete vedere il prete Robert Duvall, storia vera), ma anche un modo per mettersi in scia al film originale, quasi come se fossimo davanti ad un’ideale seguito. Un po’ come se l’invecchiato protagonista del primo film, avesse continuato a vagare per le strade d’America cercando di svegliare le persone, morendo nell’indifferenza generale.

Robert Duvall vestito da prete sull’altalena. Nessuna vostra argomentazione può reggere il confronto.

Philip Kaufman avrebbe potuto semplicemente rifare lo stesso film di Siegel a colori, invece con il suo direttore della fotografia Michael Chapman, ha trovato il modo di rendere la stessa atmosfera del film originale utilizzando il colore in modo espressivo, affidando l’emotività della storia ad un piccolo gruppo di attori ben selezionati.

I protagonisti del film sono tutti piuttosto liberali, un gruppo di democratici che uno dopo l’altro vengono fagocitati da un sistema in cui volendo, si potrebbe riconoscere le simpatie politiche di Kaufman, ma sarebbe una chiave di lettura del tutto limitante, anche se quando Matthew chiede ad Elizabeth se lo strano comportamento del marito della donna, potrebbe essere dovuto al fatto che sia diventato Repubblicano, potrebbe aver portato anni dopo ad esilaranti variazioni comiche sul tema.

I protagonisti di “Terrore dallo spazio profondo” sono gli ultimi rappresentanti della cultura umana pronta ad essere spazzata via, il Dr. David Kibner di Leonard Nimoy è un famoso scrittore propenso all’uso della logica anche nei momenti più drammatici (d’altra parte, è di Spock che stiamo parlando no?). Jack Bellicec è l’esatto opposto di Kibner, poeta e anche lui scrittore che però resta più fedele all’arte e infatti, non vende nemmeno una copia. Ad interpretarlo è uno dei prediletti di Kaufman e di tutti in generale, ovvero Jeff Goldblum, uno che con la sola presenza garantisce quell’aria “liberal” che i personaggi del film ben rappresentano, oltre a segnare due su due alla voce presenza, in esempi positivi di remake.

Regola numero uno dei remake: metti Jeff nel cast.

Sua moglie (nel film) è l’esperta di massaggi, fanghi e terapie hippy Nancy, interpretata da Veronica Cartwright che trova un altro modo per essere terrorizzata da alieni di diversa natura questa volta. Anche se i personaggi principali restano Elizabeth Driscoll (Brooke Adams) e Matthew Bennell (Donald Sutherland).

Corrono più loro due in questo film che un maratoneta in tutta la sua vita.

Sutherland in particolare è il cinico, ispettore nei ristoranti per conto del ministero della sanità, sembra una versione con ricci ed impermeabile del critico di “Ratatouille” (2007), il suo pragmatismo e i contatti al ministero solo quello che lo farà resistere all’invasione più a lungo di tutti, perché sottilmente Kaufman ci suggerisce che per non perdere la propria umanità, finendo assimilati e sostituiti, i protagonisti dovranno cedere a comportamenti inaccettabili, chi di loro farà da esca per offrire una possibilità agli altri, oppure si appellerà alla scienza, finirà comunque assimilato, per sopravvivere i protagonisti sono costretti ad abbandonare gli amici ormai compromessi e in qualche caso, anche ad abbracciare la violenza, come quando Matthew attacca la fabbrica di bacelloidi oppure colpisce violentemente il replicato appena “fiorito” nel suo giardino.

Pensare che dicevano che aveva il pollice verde.

Già perché anche dal punto di vista visivo Philip Kaufman fa fare un ulteriore passo avanti alla storia, se a Siegel bastava inquadrare uno di quei grossi bacelloidi sotto un letto e il personaggio impegnato a comportarsi in modo strano il giorno successivo, Kaufman cala il suo film in un’atmosfera tesa, tiratissima, un thriller paranoico in puro stile anni ’70, con piccoli tocchi di orrore in grado di anticipare il body horror che avrebbe imperversato nel decennio successivo.

Il trucco e gli effetti speciali sono ottimi, danno una sensazione tattile e umidiccia, creando immediatamente un senso di repulsione per corpi che tentano di imitare quelli umani, ma non lo sono affatto, anche le trovate più esagerate, come l’orripilante uomo-cane, vengono inquadrate da Philip Kaufman con grande saggezza, abbastanza a lungo in modo che per lo spettatore sia chiaro l’orrore che sta guardando, ma non troppo da scivolare nell’involontariamente comico.

«Sono un canuomo, mezzo uomo e mezzo cane. Sono il miglior amico di me stesso» (cit.)

La scena dell’uomo-cane colpisce come una stilettata alla gola, perché quando potrebbe diventare tragicomica, in realtà sei di nuovo in ansia per i protagonisti scoperti e costretti a fuggire ancora, ma mentre loro corrono, tu a freddo realizzi che questa entità aliena è senza cuore, non si cura del risultato finale della sua replicazione, umani, quadrupedi, le spore non agiscono con crudeltà ma con fredda volontà di sopravvivenza, per loro un corpo vivente è solo un mezzo, così facendo risultano una minaccia ancora più spaventosa, proprio perché non è possibile patteggiare con un invasore che non ha la minima traccia di quella che noi chiameremmo coscienza.

I piccoli dettagli rendono “Terrore dallo spazio profondo” un capolavoro di tensione e paranoia, le comunicazioni in codice via radio che parlano di passeggeri di tipo “H” (ovvero “Human”), oppure l’uso di una versione un po’ sgangherata e sinistra di “Amazing Grace”, un pezzo storicamente Natalizio che usato proprio in quel punto del film, sembra la marcia funebre per la razza umana, insomma anche i remake possono essere del Classidy!

Il finale di “Invasion of the Body Snatchers” di Philip Kaufman è semplicemente un capolavoro di cinismo, che riesce nella doppia impresa non solo di risultare incredibilmente iconografico (grazie ad alcuni meme su Internet, tutti lo conoscono, anche chi non ha mai visto il film), ma anche di “aggiustare” il finale mancato voluto da Don Siegel nella sua versione. Il Maestro di Eastwood e Peckinpah dovette cedere alle pressioni della produzione, inserendo un finale lieto, Kaufman da vero studente e appassionato del film e del racconto originale, ha trovato il modo di rendere giustizia ad entrambi.

Pare che ad esclusione del regista, dello sceneggiatore e di Donald Sutherland, avvisato solo la sera prima di girare la scena (storia vera), nessuno, nemmeno la produzione fosse a conoscenza del finale della storia, il risultato esaltante delle proiezioni di prova diede ragione a Philip Kaufman, vorrei ben vedere, è uno dei finali più Carpenteriani mai visti, urla proprio: John Carpenter.

«John CaaaaaAAAAAAAAaaaaaarpenter»

A proposito di piccoli dettagli che fanno grande il film: i titoli di coda di “Terrore dallo spazio profondo” scorrono senza nessuna musica di sottofondo, un modo per rendere ancora più efficace il finale del film. Come spettatori siamo diventati esattamente come i nostri invasori, senza sentimenti, senza musica, assimilati. Si, c’è da aver paura quando si sente parlare di remake, ma in questo caso non di certo per la scarsa qualità del film.

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