
Ormai è una tradizione della Bara Volante, arriva la “Spooky season” ed io mi sento in dovere morale di omaggiare il più grande regista italiano di cui, purtroppo, non si parla mai, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Il Bava Volante!

Se restiamo nel cinema Horror, in uno strambo Paese a forma di scarpa, siamo sempre stati piuttosto prolifici, tanto, in qualche caso da fare anche scuola, quando si parla di fantascienza invece, siamo fermi, non proprio sulla linea di partenza, ma quasi.
Ora, non pretendo di fare l’elenco completo dei titoli, perché non è questa la sede, ma tra gli esempi di fantascienza nostrana, mi viene in mente “La morte viene dallo spazio” (1958) di Paolo Heusch con, guarda caso, effetti speciali curati proprio da Mario Bava. Ci sarebbero poi tutti i titoli di Antonio Margheriti e “La decima vittima” (1965), bellissimo come gran parte della produzione di Elio Petri, e poi ovviamente, “Terrore nello spazio” di Marione nostro, che quest’anno festeggia i suoi primi sessant’anni.

Ci sarebbe un altro distinguo da fare, noiosissimo, visto che viene fuori ad ogni piè sospinto, la differenza tra fantascienza ed Horror, ognuno ha la sua definizione, la mia – se vi interesse, e se state leggendo queste parole, probabilmente sì – sta nel fatto che la fantascienza, dovrebbe guardare avanti, al futuro, anche con curiosità e spirito pioneristico, con la voglia di spingerci ad arrivare là dove nessuno era mai giunto prima (tema di Alexander Courage in sottofondo), l’Horror invece è un monito, serve a ricordarci i pericoli, interni ed esterni, e la nostra mortalità. “Terrore nello spazio”, fin dal titolo, unisce entrambi gli elementi e i generi, si tratta di una storia di fantascienza perché ambientata appunto là dove nessuno può sentirti urlare (occhiolino-occhiolino), ci sono le astronavi, le pistole che fanno Più-Più e tutte quelle fanta-bazze lì, ma in questa storia dove l’umanità ha superato le emozioni, a Mario Bava interessa di più tutta la parte sulle possessioni e i morti viventi.
Normale, anzi giusto che sia così, il linguaggio del cinema dell’orrore era quello a cui il regista sanremese dava del tu, ed ora vorrei provare a giocarmela un po’ diversamente da tutte le altre mille pagine di cinema scritte in italiano (e non solo), quando affrontano la sortita di Bava – che i generi li ha toccati e spesso riscritti quasi tutti – ovvero gli ultra noti paragoni con Alien, di cui, lo sanno anche i sassi ormai, “Terrore nello spazio” è tra i titoli d’ispirazione.

Le parole di Dan O’Bannon, uno dei tanti padri del celebre film le conoscete: «Non ho rubato Alien a qualcuno in particolare, l’ho rubato a tutti» e quando intendeva tutti, si riferiva alla sua conoscenza enciclopedica dei classici di fantascienza tra cui, anche il film di Bava, se non fosse già stato chiaro, lo è diventato ancora di più nel paragone diretto tra il festeggiato di oggi e il prequel Prometheus. Posso dirlo che la chiuderei volentieri qui? Ridurre il lavoro fatto con questo film al suo lascito, secondo me è anche riduttivo.
“Terrore nello spazio” parla di due astronavi, la Argos e la Galliot che perdono le comunicazioni una dell’altra, con fatica il capitano riesce ad atterrare sul pianeta Aura, il più vicino, qui i membri dell’equipaggio cominciano ad aggredirsi uno con l’altro, senza memoria del perché, ma solo con una gran voglia di ammazzarsi tra di loro.

Aura: nebbia perenne, rocce, lava, gargantueschi scheletri di creature umanoidi (ispiratori degli Space Jockey), se tutto questo non fosse già abbastanza spaventoso, la vera minaccia è rappresentata dai corpi dei colleghi astronauti, gli stessi colleghi dei protagonisti rianimati come morti viventi. Su Spaceadvisor Aura si becca molto meno di cinque stelline!
Lo dicono chiaramente nel film, la vita su Aura esiste su un livello diverso rispetto al nostro, su un’altra frequenza, uno spunto che collega questa storia all’idea di orrore cosmico di stampo lovecraftiano, non che il film sia tratto da un racconto del solitario di Providence, anzi, è liberamente ispirato a “Una notte di 21 ore” di Renato Pestriniero, anche se dalla storia arrivano solo i nomi due personaggi, il fatto che due siano fratelli e il congegno che devia le meteore, il resto è tutta farina del sacco di Marione Bava.

I morti viventi sono arrivati qui, prima di farlo ufficialmente in “La lunga notte dell’orrore” (1966) e ovviamente poco dopo, grazie a zio George A. Romero, ma a tenere banco è quella specie di possessione demoniaca, riassunta spesso da lunghi dialoghi, in cui i corpi dei defunti, vengono pilotati e diventano veicolo per fuggire da quella trappola morente che risponde al nome del temibile pianeta di Aura, quindi sì, le creature sono anche alieni, nel vero senso della parola, un’idea di vita il più distante possibile da come la intendiamo noi umani, ora, ditemi quello che volete, ma se questo non vi sembra lovecraftiano, allora non so proprio cosa sia. Direi che abbiamo un altro Classido per il regista di Sanremo!

D’altra parte, anche Alien è stato giustamente associato a Lovecraft, ma con “Terrore nello spazio” il regista sanremese lo ha fatto – tanto per cambiare – prima e meglio di tutti, dando il là a molto fanta-horror contemporaneo, battendo sul tempo anche “Quatermass and the Pit” arrivato solo nel 1967 e mettendo sul tavolo elementi che oltra al già citato Alien, avremmo ritrovato in From Beyond, Punto di non ritorno e volendo, anche nell’altro titolo storicamente ispirato a Lovecraft, quello di cui non parlo mai, La Cosa.

Dal punto di vista estetico poi, il film è puro Mario Bava al 100%, quell’uso psichedelico dei colori, l’uso della tecnica di Schufftan per mescolare al meglio miniature e i pochi set disponibili, ottiene come risultato di trasformare Aura in un inferno inadatto alla vita umana, dove i vivi chiederanno di morire e i morti di vivere, come diceva un mio vecchio responsabile di lavoro quando ci descriveva la settimana che ci attendeva (storia vera).
Con lo stesso talento con cui, con due spicci, Mario Bava creava il gotico, il giallo all’italiana, lo Slasher e i cinecomics, qui ha saputo essere d’ispirazione per tutto il filone più prestigioso del fanta-horror e malgrado tutto, uno così in uno strambo paese a forma di scarpa è ancora un nome noto solo a noi appassionati di cinema di genere, all’estero è giustamente celebrato come Maestro, qui dobbiamo ringraziare gli Antichi se “terrore nello spazio” si trova, nella bellissima edizione restaurata dalla Cineteca Nazionale nel 2015 su Prime video, e da qualche mese, anche in Blu-Ray 4K, se poi volessimo fare lo stesso con tutto il resto della sua fondamentale filmografia, ve ne sarei grato, io intanto, con la mia Bara, continuerò l’opera di diffusione del verbo, un bravo me lo merito, non tanto per la costanza, quanto per aver scritto un post intero senza fare battute su Bava, inteso come Mario e la bava di Xenomorfo, si me lo merito!


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