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Tesis (1996): il (non)cuore nero del pubblico

Don’t call my name, don’t call my name, Alejandro (cit). Nello specifico, Alejandro Amenabar, perché oggi grazie a Rebel Rebel ricordiamo i primi trent’anni del suo film d’esordio, buona lettura!

Viaggiare a bordo della Bara non è alienante, chiedetelo a Rebel Rebel.

Se mentre viaggiamo in autostrada incrociamo per caso un incidente stradale, magari con ambulanze lampeggianti, personale di soccorso sulla carreggiata, che facciamo? Passiamo oltre più veloce che si può, con lo sguardo dritto davanti a noi? Oppure rallentiamo inconsapevolmente, voltiamo in un lampo gli occhi per cogliere qualche frammento della tragedia? E fino a che punto è lecito riprodurre queste sequenze atroci e darle in pasto al pubblico?

Il primo lungometraggio di un ventiquattrenne che sarebbe diventato colui che rilancerà e guiderà la (ri)nascita di una nuova tornata di registi spagnoli impegnati nella galassia dell’horror/thriller, parte da queste domande; l’osservazione dell’abisso calato nel suo rapporto con la dimensione della produzione e della diffusione di immagini. Cinema e morbosità, telecamere (oggi basterebbe uno smartphone) e attrazione per la violenza, il dolore e la paura (degli altri). Alejandro Amenabar classe 1972, nato in Cile ed approdato con la sua famiglia a Madrid dopo il colpo di stato di Pinochet (settembre 1973) prima di divenire il re del thriller iberico, è ancora uno studente presso l’Università Complutense di Madrid, quando gira tra i corridoi della sua facoltà (Scienze dell’Informazione) Tesis. Seppure non sia un film “perfetto” l’opera è già in grado di rivelare l’acerbo talento di un predestinato del cinema e del genere mostrando quanto lo sappia ben maneggiare. In futuro onorerà non solo questo genere, perché insieme ad Apri gli occhi (1997) e The Others (2001), che gli porterà la grande notorietà anche oltre oceano, sarà capace di portare sul grande schermo, con l’ausilio di un grande Javier Bardem, un film profondo e commovente quale Mare Dentro (2004) con cui si aggiudicherà, con ogni merito, il premio Oscar per il Miglior Film Straniero. Comunque senza sapere né leggere né scrivere, Tesis, non solo da lui diretto ma anche sceneggiato (insieme a Mateo Gil, collaborazione che perdurerà negli anni a venire) si porta a casa la bellezza di sette Premi Goya (tra cui Miglior Film e Miglior regista esordiente). E indovinate un po’? Qui da noi, dove la lungimiranza non regna sovrana, arriverà dopo ben 6 anni, immagino sull’onda lunga del successo di The Others, prima sua opera in inglese.

L’esordio alla regia del nostro Alejandro.

La prima scena di Tesis introduce, con la rappresentazione di un evento più che plausibile, il filo rosso del film. I passeggeri di un treno, tra cui figura la protagonista Angela (Ana Torrent, nota da noi per aver partecipato a La Piovra), vengono invitati a scendere dal vagone a causa di un incidente; un uomo è stato investito e giace diviso in due parti sui binari. Nonostante le persone vengano allertate perché non guardino l’orribile scena, molti, quasi tutti, lanciano uno sguardo su quell’abisso, compresa Angela che tanto quanto gli altri sente forte l’attrazione dell’immagine della morte dal vivo. Anche lei del resto non accetta di confessare a sé stessa quanto irresistibile sia questa pulsione e quanto il nostro lato benpensante ci faccia sentire un po’ sporchi e un po’ complici quando dovremmo solo provare nausea e repulsione. Angela è una studentessa di Scienza delle Comunicazioni e vuole laurearsi con una tesi sulla violenza negli audiovisivi, con lo scopo, più o meno esplicito, di denunciarne la mancanza, e/o la necessità, di limiti etici nei confronti del pubblico. La ragazza quindi si rivolge al professor Figueroa (Miguel Picazo) perché le procuri i film più estremi e disturbanti in possesso dell’università. Il docente preleva dunque una cassetta da un angolo seminascosto e remoto della videoteca dell’ateneo ma poco dopo viene ritrovato morto nella sala di proiezione proprio da Angela che, spaventata ma anche incuriosita più che mai, decide di sottrarre quella cassetta che Figueroa stava visionando prima di lasciare questo mondo. Non trovando il coraggio di affrontarla da sola, propone al suo compagno di studi Chema (Fele Martinez che in futuro ritroveremo nelle pellicole di Almodovar e di Balaguerò), super appassionato nonché collezionista di pellicole estreme, di guardarla insieme. I due ragazzi scoprono così che si tratta di uno snuff-movie. Un prodotto audiovisivo senza montaggio (o almeno così vorrebbe apparire) che tramite un unico piano sequenza riproduce scene reali di tortura fino all’uccisione finale del soggetto inquadrato. Nel caso di specie si tratta una ragazza che essi riconoscono essere una studentessa scomparsa alcuni mesi prima. Chi ha girato il video? Ne esistono altri? Angela seppure terrorizzata capisce di aver pestato… avete capito cosa e di non avere altra scelta che trovare il responsabile (o i responsabili) prima che lui (o loro) trovi lei.

Il tema degli snuff movies, frutto di leggende metropolitane (spero vivamente ma non ci giurerei) non era una assoluta novità nemmeno nel 1995, anno delle riprese di Tesis, si pensi per esempio ad Hardcore (1979) che indagava tra il fango di una certa pornografia alla ricerca di una ragazza scomparsa oppure ad un cult (mi dicono!?) quale Cannibal Holocaust, che sinceramente ho odiato, il quale in certo modo inaugurava lo stile documentaristico cercando di far percepire allo spettatore la realtà delle morti (film non a caso omaggiato in Tesis su una maglietta sfoggiata da Chema). Anche l’ambientazione horror tra corridoi universitari è un classico, tuttavia Amenabar è in grado seppur giovanissimo esordiente di trasformare il suo film imprimendogli uno stile che lo rende di gran lunga superiore a tanti thriller soprattutto di produzione statunitense i quali non reggono il confronto. Già l’estetica di Tesis è un’intrigante novità. Il film è girato quasi per intero in ambienti chiusi, claustrofobici, con l’utilizzo di una fotografia opaca non rassicurante. L’Ateneo stesso sembra sempre sbiadito, non è inondato di sole con prati verdeggianti come nei film americani e gli studenti non sono una carrellata di bellezze colorate. I meandri dell’Università dall’aria fatiscente e dal sapore di autunno perenne divengono i perfetti complici di scene ad alta tensione e senso di solitudine/pericolo nonostante siano popolati da tanti ragazzi di passaggio. Ana Torrent con la sua espressione perennemente ansiosa e una bellezza scura, più spigoli che morbidezze, è perfetta per farci buttare alle spalle le scintillanti horror girls americane che raramente sanno trasmettere quella malinconia e inquietudine tutta europea.

Il vostro tipico Nerd da commedia americana ambientata in un College.

Tesis come vi accennavo non è privo di difetti, si potrebbe obiettare che è tirato un po’ troppo per le lunghe e il saltellare dei sospetti da una parte all’altra potrebbe sembrare un esercizio di stile fine a stesso. Eppure siamo di fronte ad un giallo con tutti i crismi al loro posto, dove niente e nessuno è mai ciò che sembra e che nonostante questi piccoli peccati risulta avvincente e lascia uno strascico di apprensione sui titoli di coda. La riflessione che Amenabar ci propone con questo film col turbamento che ci procura è degna di nota per la profondità che riesce a toccare. Senz’altro essendo un ragazzo degli anni ‘90 è cresciuto con una pila di VHS in camera e capiamo che l’assoluta rivoluzione portata dal poter riprodurre ad uso personale e solitario delle immagini a proprio consumo sia stata vissuta e proiettata nella sua opera d’esordio. Il film infatti è punteggiato per tutta la sua durata dalla presenza di cassette misteriose, telecamere semi-professionali, lucine rosse accese che mettono in stato di allerta. A questa novità generazionale il regista intreccia un’altra delicata questione su cui non è facile prendere una posizione su due piedi senza rasentare l’ipocrisia. Ce la illustra il personaggio del professor Castro (Xabier Elorriaga) sia parlando agli studenti di cinema sia durante uno scambio d’opinione al gusto di panico con Angela: l’unica regola ferrea del cinema è dare al pubblico ciò che vuole vedere, questo è il principio basilare di ogni forma di spettacolo, mostrare quello che chi fruisce brama. Il resto non conta. E gli spettatori di Tesis, che sono “il pubblico”, sentono di venir concepiti come un unico ammasso informe, come una belva feroce a cui gettare un pezzo di carne sanguinolenta. Siamo questi? La scena finale del film sembrerebbe pensarla così. Queste sono considerazioni che portano molto lontano, rimandando ad altre domande sempre più difficili da affrontare. Dopo trent’anni dall’uscita del film viviamo in un mondo dove le immagini posso essere create, manipolate e confuse con la realtà utilizzando strumenti alla portata di tutti. L’informazione, di qualunque tipo essa sia, non solo potrebbe essere falsa (fake) ma entra ed esce dalla dimensione dello spettacolo senza soluzione di continuità. E la spettacolarizzazione del dolore, delle guerre, della morte anestetizza qualsiasi residuo di empatia venendo raccontata come fosse un video game. Le mani che stanno dietro tutto questo non agiscono dalle camerette degli adolescenti ma direttamente dagli uffici di forma ovale. Aiuto!

Solo per dirvi che l’impostazione scelta in Tesis è roba molto seria, attuale e spaventosa (Make Bara great again!)

A rappresentare il di-svelamento dell’ipocrisia con l’accettazione, questa volta consapevole, della nostra fame di visioni scioccanti è il personaggio del giovane Chema. Nerd, amante del lato oscuro, rimane in certo modo nell’alveo di una razionalità che possiamo accettare. Sa distinguere tra curiosità per il morboso, senza per questo vergognarsene, e violenza perpetrata nella realtà. In modo spesso brusco scuote Angela facendole presente quanto sia ipocrita negare o vergognarsi di tale pulsione e lasciando intendere che forse ciò che è invece necessario è non confonderla col fare del male per davvero o rimanere indifferenti. In una scena egli racconta alla ragazza la favola del nano deforme che va al palazzo della principessa per farla divertire. Non sono sicura della mia interpretazione ma l’ho intesa come una denuncia verso la forma di spettacolo che non contempla scrupoli descritta dal professor Castro. La principessa sentenzia infine che chiunque si rechi al suo cospetto per farla ridere non dovrà avere un cuore. Chi vuole soddisfare il pubblico non deve amarlo deve solo soddisfarlo. Siamo in grado di gestirne le conseguenze?

Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, la vedrete tornare presto su questa Bara ma se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto!

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