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Thanksgiving (2023): Grazia, Graziella e grazie all’Eli Roth

Tutto è cominciato con “Grindhouse” nel 2007, l’omaggio alle sale citate nel titolo e ai B-Movie messo su da Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, operazione sottovalutata e mai del tutto ben compresa dal grande pubblico, specialmente da quello di uno strambo Paese a forma di scarpa che dalla sua ha almeno l’attenuante generica di essersi beccato la versione spezzettata del progetto originale.

Ancora oggi, anno di Grazia e Graziella 2023 una buona fetta di pubblico non ha idea di cosa sia una sala Grindhouse, figuriamoci nel 2007, messi davanti a due film nati come ideale primo e secondo tempo, ma separati alla nascita e mandati in sala soli soletti, privi di quei finti trailer tra un cambio di pellicola e l’altro. Tra quei “Fake trailer”, “Machete”(2010) e “Hobo with a Shotgun” (2011) sono stati gli unici fino a questo momento che sono diventati dei lungometraggi, anche se Eli Roth, allora protetto di Tarantino, aveva apertamente già dichiarato la sua intenzione di fare lo stesso con il suo “Thanksgiving”, chiaro omaggio agli Slasher ambientati durante un giorno in particolare del calendario, meglio se festivo, sulla scia di Halloween di Carpenter e compagnia festeggiante (e sbudellante).

Se non avete mai visto il cortometraggio, lo trovate QUI anche se ve lo dico, molte delle morti più rocambolesche Roth le ha replicate (quasi) identiche anche nel film, quindi valutate voi se è il caso di bruciarvi la sorpresa, pericolo a cui ci si espone sempre con i trailer, veri o farlocchi che siano. A questo punto all’appello maccherebbe solo un film sulle donne naziste e mannare diretto da Rob Zombie e il bellissimo “Don’t” di Edgar Wright, che però dal suo profilo Instagram ha già dichiarando: «Non chiedetemi il film, la risposta è… Don’t» (storia vera).

É dal 2007 che aspetta e affila la sua accetta.

Per Eli Roth “Thanksgiving” non è solo una promessa mantenuta ma il ritorno al genere che ha determinato le sue fortune, dieci anni dopo (anche se da noi è arrivato un po’ in ritardo) dopo il suo ultimo horror ovvero “The Green Inferno” (2013), da allora vari esperimenti, anche un tentativo di mettere il naso fuori dal suo campo da gioco, la sanguinosa occasione persa rappresentata dal suo più che modesto (per non dire proprio orribile) Il giustiziere della notte, anche se penso che per il regiata doveva essere un po’ imbarazzante poter incontrare colleghi ed eroi del genere, come presentatore del suo Eli Roth’s History of Horror e allo stesso tempo essere il regista di brividini per ragazzi come “Il mistero della casa del tempo”, ecco spiegato (secondo me) il ritorno alle origini.

«No Eli! Non un altro film per ragazzi, quello noooo!»

Potrei sbrigarmela velocemente, “Thanksgiving” mantiene tutte le promesse, in tal senso non si distanzia da “Machete” nel suo colmare i vuoti tra le varie scene madri del “Fake Trailer”, con un’operazione che lo so già, molti etichetteranno come il solito Slasher, quindi aggiungo Grazia, Graziella e grazie all’Eli Roth, è proprio quello che il film doveva essere. Eppure sono sicuro che oggi, anno di Grazia e Graziella 2023, questo omaggio agli Slasher degli anni ’80, con notevoli (e amorevoli) strizzate d’occhio a tutti i grandi Maestri del genere, per una storiella dai dialoghi orribili (da sempre tallone d’Achille di Roth) che però omaggia con leggerezza il Giallo e i “whodunit” con identità dell’assassino da azzeccare, troverà il suo pubblico anche tra le giovani generazioni, quelle che corrono in sala a vedere ogni nuovo Scream. Da parte mia mi sono divertito anche se il secondo atto del film rallenta ed è inevitabile trovarsi ad affermare «Ah questa è la scena del fake trailer!» e anche se ho indovinato l’identità del killer sotto la maschera (e il movente) dopo il primo omicidio, sono contento che Roth sia tornato a casa, questo è il suo cinema e grazie a quegli effetti speciali orgogliosamente vecchia scuola, spero sia anche riuscito a far vomitare qualcuno in sala. Certo, va detto che alcuni degli omicidi sono un po’ più edulcorati rispetto al loro corrispettivo del 2007, ma nel frattempo Eli è cresciuto e ha anche un visto censura con cui fare i conti.

Il prologo di “Thanksgiving” dura dieci minuti, viene utilizzato per introdurre tutti i personaggi, dallo sceriffo Patrick Dempsey, passando per la “Final Girl” predestinata, la cantante e blogger Addison (collega!), anche se devo ammetterlo, quando ho visto Gina Gershon nella zona delle operazioni in prossimità del tacchino, ho seriamente creduto che Roth volesse combinare per una versione in grande (considerando le dimensioni del pennuti servito come portata principale) di Killer Joe, pericolo scampato, ma per il resto Roth davvero non prende prigionieri!

«Cass non starai mica dicendo sul serio, vero?»

Plymouth nel Massachusetts è stata la prima colonia dove si è festeggiato il giorno del ringraziamento, teatro dove si sono svolti i fatti che hanno fatto entrare nei libri di Storia uno dei pellegrini della Mayflowers di nome John Carver, solo che fuori dagli Stati Uniti è forse più popolare il fuori tutto che arriva dopo il Thanksgiving, quello con cui ormai ci sfracellano i maroni tutto l’anno cercando di venderci roba, che da quella parte della grande pozzanghera nota come oceano Atlantico è sinonimo di code fuori dai centri commerciali per accaparrarsi ciarpame in super sconto. Horror? Centro commerciale? Eli Roth con la mano sul cuore nel prologo ci regala il suo omaggio a zio George A. Romero (sapete già per cosa sta la “A”), mettendo in chiaro che dal 1978 se possibile, siamo anche peggiorati, non serve più nemmeno essere zombi per essere mostri senza cervello avidi, metafore del consumismo semoventi pronti a tutto – anche a morire – pur di accaparrarsi una piastra per cucinare i Waffel.

Non è festa per gli americani senza una parata (i nativi potrebbe essere d’altro avviso)

Tutto possiamo criticare a Roth, di sicuro non è mai stato un narratore sottile, i suoi METAFORONI sono sempre stati urlati ma sentiti, i suoi due “Hostel” si facevano beffe del turismo sessuale e del capitalismo (con un sottilissimo uso di falce e martello nel secondo capitolo), “The Green Inferno” era una dichiarazione d’amore a Ruggero Deodato ma anche una critica messa lì in bella vista, ma potrei continuare a lungo, il cinema di Roth è così e proprio per questo gli si vuole bene, ha imparato da Maestri che erano satirici, cinici e spesso apertamente politici nelle loro opere e lui dimostra di essere sempre stato uno studente diligente, anche qui, quando un anno dopo il massacro della svendita (in pratica quella che ha lasciato orfano Rat-Man, questa la capiranno in pochi) si gioca subito strizzate d’occhio proprio ad “Halloween” di Carpenter e ad un po’ tutti gli Slasher dagli anni ’70, giù fino alla caccia all’identità del Killer mascherato degli anni ’90, quella di titoli come Scream o “So cosa hai fatto” (1997).

Dietro, un “Boomer” che pensa: «I giovani stanno sempre al cellulare» (e lo scrive sui Social)

Il gioco qui consiste nel capire chi si cela dietro alla maschera di Guy Fawkes John Carver, che sfoggia due differenze sostanziali rispetto alla sua incarnazione del 2007, un miglioramento e un piccolo passo indietro, iniziamo dal secondo, nel 2007 negli omicidi era più anarchico, irriverente, “scollacciato” e gustosamente cazzone, anche se questo è imputabile più ai sedici anni in più del regista e al visto censura che all’assassino mascherato. Il miglioramento invece è rappresentato dalla possibilità di dare due picconate anche alla ossessioni dei Social-Così, qui rappresentati dagli onnipresenti telefoni cellulari (che possono essere ricatto o salvezza, Roth non è tecnofobico) quelli che nel 2007 non dominavano ancora così tanto le nostre vite.

John Carver è impegnato in una lunga vendetta, ogni nuovo commensale invitato al suo tavolo (e il film mi ha fatto pensare ad una certa battuta mitica proveniente dall’adattamento italiano di Trappola di cristallo, storia vera) viene documentato su Instagram, il che permette a Roth di giocarsi anche la citazione della “finta” irruzione che sono sicuro quando ha diretto, aveva in testa quella de Il silenzio degli innocenti.

«Guardate cosa pubblica Cassidy sul profilo Instagram della Bara Volante

Anche perché tutto il film è carico di quell’umorismo grottesco vagamente in stile episodio di “South Park” che rappresenta l’idea che ha Eli Roth di fare satira, tra le gag, una particolarmente carica di umorismo nero che mi ha fatto ridere (più del dovuto lo ammetto) è stata quella del venditore di armi che fa affari fuori da un liceo, tutto così, dall’inizio a alla fine, anche se il vero asso nella manica di Roth è proprio il suo amore per l’horror vecchia scuola, qui omaggiato dagli effetti speciali che si traducono in morti variegate, creative e tutte sparate dritte in faccia allo spettatore, per un film che non inventa nulla, nemmeno la sinossi visto che è riciclata dal 2007, ma che comunque diverte e che sono sicuro, proprio Eli Roth è stato quello che si è divertito più di tutti a realizzare.

Di più non mi sento di aggiungere, perché come detto è un film alla “Machete”, che offre al pubblico tutto quello che poteva aspettarsi da un “Fake Trailer” trasformato in “Real Movie” , non aspettatevi invenzioni, ma godete l’amore con cui Roth affonda il suo coltello in tutto il genere horror che conosce e ama, per poter mettere nel piatto a tutti noi una bella fettona di tacchino, ovviamente al sangue, quindi grazie Eli e buona abbuffata a tutti!

Sepolto in precedenza lunedì 20 novembre 2023

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