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The Addiction (1995): quando la colpa ti entra in vena

C’è qualcosa di irresistibilmente malato in “The Addiction”, come in un’iniezione che non riesci a smettere di fare anche quando sai che ti sta consumando, Ferrara prende il mito del vampiro, lo spoglia delle sue pose gotiche, gli toglie il mantello e i canini appuntiti, e lo trasforma in una metafora della dipendenza e del peccato, girando tutto in un bianco e nero così sporco e livido da sembrare una pellicola tossica.

Siamo nel 1995, New York non è più quella delle strade infuocate di “King of New York” (1990) o “Il cattivo tenente” (1992), ma resta un corpo malato, una città che sanguina, che infetta chi la attraversa, a mani basse uno dei migliori film di vampiri mai realizzati, nella mia personale rosa, gioca nella stessa squadra di quanto fatto da pochi altri grandi registi, capaci di modificare la percezione stessa dei vampiri al cinema.

Una ragazza incontra una ragazza (e la morde)

Kathleen (una Lili Taylor che sembra uscita da una notte troppo lunga) è una studentessa di filosofia che parla di Heidegger e Nietzsche come fossero vecchi compagni di bevute, ma dietro il linguaggio accademico si nasconde una fame più primitiva, un bisogno fisico di succhiare la vita dagli altri. Il morso che riceve da una misteriosa vampira (Annabella Sciorra, glaciale e magnetica) non è solo l’inizio della sua trasformazione, ma la manifestazione tangibile di una dipendenza che era già dentro di lei. Ferrara, da cattolico ossessionato dalla colpa e dalla redenzione, filma la discesa di Kathleen come una via crucis tossica, un pellegrinaggio nel dolore e nel desiderio di perdono che non arriva mai.

La fotografia di Ken Kelsch è semplicemente impeccabile: non si limita a rendere elegante il degrado, ma lo eleva a linguaggio morale. Le strade di New York diventano croci dipinte in ombra e cemento, le aule universitarie somigliano a cripte, e i volti si scolpiscono in un chiaroscuro che non perdona, ogni riflesso di luce è una puntura, ogni ombra una confessione. Ferrara non ha mai avuto bisogno di budget o effetti: qui basta il contrasto netto tra bianco e nero per trasformare la realtà in un incubo, dove persino il sangue – quando arriva – sembra più rito di iniziazione che un liquido.

«Tu no hai fame?»

Lili Taylor poi, quel volto familiare che abbiamo visto mille volte, da “America oggi” (1993) a Six Feet Under, passando per ruoli secondari che il pubblico medio dimentica appena finiti i titoli di coda, qui trova il ruolo perfetto, minuta, nervosa, capace di alternare dolcezza e furia senza mai perdere credibilità, il suo corpo sembra costantemente in crisi d’astinenza da qualcosa – dalla vita, dall’amore, da Dio – e in questo è un doppio perfetto di Ferrara stesso.

Ego (non) te absolvo

Il film però non resta in superficie, quando Kathleen, ormai totalmente preda della sua dipendenza, decide di scatenare la fame durante una festa universitaria, Ferrara lascia che la metafora diventi carne, il massacro finale, girato con un’ironia nera, è insieme orgia e apocalisse. I vampiri (o tossici, o filosofi, tanto è lo stesso) si avventano sui corpi dei loro invitati come se fosse un banchetto, e Ferrara, con la macchina da presa immobile e crudele, sembra ridere sotto i baffi, perché alla fine, tutti vogliono solo un altro giro.

Tra un morso e l’altro, si riconoscono anche volti che faranno storia, Edie Falco e Michael Imperioli, che pochi anni dopo diventeranno Carmela e Christopher in I Soprano, qui sono comprimari, ma già con quella stessa aura di colpa, violenza e ironia che avrebbero reso immortale la famiglia mafiosa di Tony. Curioso pensare che nel 1995 Ferrara stava già filmando la dannazione come stile di vita, nel 1999 la HBO avrebbe solo cambiato scenario e aggiunto qualche accento “broccolino” del New Jersey.

La nostra faccia quando Carmela Soprano ascolta Bocelli per l’ennesima volta.

La droga e il peccato diventano la stessa sostanza, entrambe ti divorano, entrambe ti promettono una forma di elevazione che si rivela solo un altro tipo di condanna. Ferrara, come sempre, non giudica i suoi personaggi, li osserva con una pietà contorta, da consapevole peccatore, c’è qualcosa di profondamente umano nel modo in cui Kathleen, coperta di sangue, cerca ancora una forma di giustificazione filosofica per il suo bisogno, come se bastasse citare Sartre per lavarsi l’anima.

«Tu leggi Sartre Kane?» (quasi-cit.)

Quando alla fine arriva il momento della confessione, il film non concede davvero una catarsi ma solo un riconoscimento del proprio abisso, perché “The Addition” non vuole redimere, ma costringere a guardare, a capire che con la colpa, come con l’eroina, non si smette mai davvero. In quel bianco e nero senza vie di mezzo, Ferrara sembra trovare la sua verità, la purezza non esiste, esistono solo diverse gradazioni di dannazione, il peccato, quando ti entra in vena, non lo sciacqui più via. Sarò banale (Spoiler: sono Cassidy) ma da trent’anni resta il mio film preferito di Ferrara, non potevo terminare l’anno senza questo compleanno.

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