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The Aviator (2004): il mezzo del futuro

Su un sito che si chiama la Bara Volante, oggi si parla di un aviatore, lo so, qualcosa non torna, qui di solito si vola basso, spesso sottoterra, e invece oggi si decolla, tra idrovolanti giganteschi, tappeti rossi hollywoodiani e sogni grandi quanto il cielo, allacciate le cinture e bentornati a… Non è cinema, è Martin Scorsese!

Molti registi sono stati associati all’idea di una biografia sulla vita del celebre Howard Hughes, lo zio Martin non era la prima scelta, ma quando il nostro si è trovato per le mani la bella sceneggiatura scritta da John Logan, il nostro ha annusato l’aria e capito che era ora di mettersi a capo di questa impresa titanica. Il fatto che sia una biografia, che si concentra su una porzione della vita del suo protagonista, ha senso, infatti non mi stupisce sapere che tra i produttori del film, faccia bella mostra di se Michael Mann, che di questa specialità è sempre stato maestro.

«… Occupato!»

Quando “The Aviator” esce nel 2004, Martin Scorsese ha già raccontato gangster, pugili, truffatori, santi e peccatori. Ha messo in scena l’America come un campo di battaglia morale, spesso sporco di sangue, sempre attraversato da un’energia quasi febbrile. I suoi film più celebri corrono, corrono i personaggi, corre la macchina da presa, corre la musica pop che entra a gamba tesa sulle immagini, con uno stile che grazie a film come Quei bravi ragazzi e Casino, è diventato un modello che ancora oggi, viene saccheggiato per storie analoghe.

“The Aviator” è un po’ diverso, tende più al classicismo, un grandioso classicismo, non perché rinunci allo stile, ma perché lo piega a un’altra figura enorme come quella di Howard Hughes, magnate, pilota, produttore, visionario più in generale, icona molto americana. Un uomo che non vuole conquistare il mondo per dominarlo, ma per superarlo, anche per farlo evolvere, Hughes non è un gangster, non è un criminale nel senso classico scorsesiano, piuttosto è un sognatore, certo, con luci ed ombre, infatti Scorsese, qui più che mai professore di cinema, sembra guardarlo con un misto di ammirazione e voglia di puntare in alto, al cielo.

Vai, vai, nel cielo vai, lassù nel ciel, vai vai, vai vai (cit.)

Il film sceglie consapevolmente di raccontare la “parte buona” della vita di Hughes, o meglio, la parte in cui il sogno è ancora più forte della malattia, in cui l’ossessione non ha ancora vinto del tutto. L’ombra della patologia ossessivo-compulsiva è sempre lì, dietro l’angolo, come una crepa nel vetro di una cabina di pilotaggio, ma non è ancora il buio totale, piuttosto sembra un presagio, un dettaglio che cresce lentamente.

Un ruolo fondamentale lo gioca il montaggio, non si parla mai abbastanza del talento della montatrice di fiducia del Buon Vecchio Zio Martin, ma qui Thelma Schoonmaker fa un lavoro di cesello micidiale, finalmente premiato con l’Oscar dopo anni in cui l’Academy aveva spesso ignorato la produzione di Scorsese o lo aveva sfiorato senza mai abbracciarlo davvero. “The Aviator” è un film che vive di montaggio non solo come tecnica, ma per rendere vera giustizia alle sequenze di volo, alle scene maestose sui set cinematografici, tutto è orchestrato per restituire la mente di Hughes, una mente che non pensava in grande, ma pensava in ENORME, scritto così, tutto maiuscolo.

Leo DiCaprio, il mercoledì, uno qualunque della sua normale settimana.

Il ritmo poi va di pari passo, uso sempre questa frase, perdonatemi se mi ripeto, ma Stephen King quando diceva che gli altri fanno storie mentre Martin Scorsese dirige romanzi, aveva perfettamente ragione, i 170 minuti del film volano via, percepiti meno della metà di un qualsiasi episodio della serie tv che state guardando in questi giorni, un mastodonte che vola leggero, come H-4 Hercules, un “ferro” mitologico che solo un genio con un talento, una personalità e un portafoglio larger than life (per usare un’espressione molto cara ai nostri amici Yankee) poteva pensare, ingegnerizzare e produrre, dove per altro, uno dei suoi ingegneri è Brent Spiner, il Data di Star Trek, coerente visto che l’Hercules sembra beh, il mezzo del futuro.

«Una Bara sì, però… Volante!»

Leonardo DiCaprio, nel mezzo ha avuto il tempo di fare il (finto) pilota per Spielberg per poi tornare ad essere un vero aviatore per Scorsese, nella sua prova, buona ma resa passiva dalla trama in Gangs of New York e quella, a mio avviso scintillante di “The Aviator”, abbiamo tutta la dimesione della crescita di DiCaprio, da attore bravo bravissimo a stella di primissima grandezza di Hollywood.

Ormai pretoriano numero uno di fiducia del regista, Leo qui offre una delle sue interpretazioni più misurate e complesse, non cerca l’eccesso forzando la mano sul disagio mentale, almeno non subito. Costruisce Hughes per accumulo, per dettagli, lo sguardo che si irrigidisce, la voce che si inceppa, il corpo che si ritrae. Un energico mitomane, capace di restare sveglio per quaranta ore di fila o di rigirare tutto “Gli angeli dell’inferno” (1930), quando il film era già in perdita – prima di uscire – solo per aggiungere il sonoro e riuscire comunque a fare dei soldi, in pratica James Cameron prima di Jimmy, giusto per stare nella “factory” di Roger Corman che guarda caso, è anche quella da cui arriva Scorsese.

«Ora faccio rimontare tutto a Thelma Schoonmaker!»

Ma “The Aviator” è anche — e forse soprattutto — un film sul cinema, il professor Martin Scorsese, quello che proprio a DiCaprio rifilava titoli di film di vecchi film da andare a vedere per studiare (storia vera), non racconta Hughes solo come aviatore o industriale, ma come produttore, come uomo che ha contribuito in modo decisivo alla settima arte. I kolossal che Hughes produce e dirige, le battaglie con la censura, la mania per il dettaglio tecnico, tutto parla di un’idea di cinema come impresa titanica, quasi folle, in questo senso, pur negando fortemente – lo ha fatto in tutte le interviste – di ritrovarsi nel suo personaggio, Scorsese guarda a Hughes quasi come un antenato spirituale? Un pioniere? Uno che voleva film più grandi, più realistici, più pericolosi? Insomma, un altro “Povero Cristo” del cinema scorsesiano, uno disposto a rimetterci tutto, a partire da soldi e salute, pur di far volare un’idea.

Poi possiamo dire quello che vogliamo, “The Aviator” con il suo classicismo interiorizzato può anche aver fatto storcere qualche nasino, quelli che da Scorsese vogliono solo gangster, ma le chiacchiere stanno a zero quando parliamo della scena, piazzata tatticamente e narrativamente più o meno a metà film, che fa da baricentro a tutte l’opera. La scena a cui mi riferisco è quella dello schianto durante il volo di prova l’XF-11, una delle migliori mai dirette, non in questo film, intendo in tutta la carriera di Martin Scorsese. Lo ribadisco, perché arrivi bene il concetto, uno dei migliori registi viventi americani, dirige una delle sue scene più clamorose e se volete vederla, la dovete cercare in questo film, non un altro, questo, basterebbe già solo questo a zittire quei due che ancora, a distanza di quasi vent’anni dalla sua uscita, hanno ancora da ridire su “The Aviator”.

Una sofferenza vedere un ferro del genere distrutto, ma la scena è grandiosa.

In questo senso “The Aviator” diventa una riflessione sul prezzo della visione, cosa succede a chi vede troppo lontano? A chi non riesce a fermarsi? A chi confonde il controllo con la salvezza? Scorsese non giudica Hughes, non lo assolve del tutto, ma lo accompagna, gli sta accanto mentre il sogno regge ancora, mentre l’aereo riesce a staccarsi da terra e a decollare.

Il risultato è un film monumentale ma sorprendentemente intimo, Kolossal nella forma e coerente con la filmografia di cui fa parte nella sostanza, un’opera che alla sua uscita è stata criticata per aver apparentemente rinunciato al cinismo per abbracciare una malinconia elegante, che preferisce il cielo alle strade sporche, senza dimenticare che anche lassù si può precipitare. Fa ridere il fatto che un’opera e un regista, che un minuto prima andava benissimo, improvvisamente smette di andare bene se per caso riceve, che ne so, undici nomination (solo cinque diventate Oscar Miglior attrice non protagonista a Cate Blanchett, migliore fotografia a Robert Richardson, migliore scenografia a Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, migliori costumi a Sandy Powell e come detto, miglior montaggio a Thelma Schoonmaker), posso dirlo? I cinefili sono bestie strane strane, e la storia quando si parla di nomination, tende a ripetersi.

DiCaprio, donne con meno di ventisette anni. La battuta fatela voi, è fin troppo facile.

Tutto questo “glamour” (parola che uso così poco che non sono nemmeno sicuro si scriva così) si vede nei costumi di Sandy Powell e nelle scenografie di Dante Ferretti, la stessa squadra di Gangs of New York, ma soprattutto si vede nella selezione di attrici e attori, perché per ricreare lo scintillio della vita mondana della California degli anni ’20, Scorsese sceglie il meglio della Hollywood dei primi anni 2000.

Quindi Gwen Stefani interpreta la “stellina” Jean Harlow, Alec Baldwin rappresenta la concorrenza, Ian Holm il professore a caccia delle nuvole giuste, una parata di stelle e facce note che prevede Jude Law nei panni di Errol Flynn su fino alla scelta di avere la bellissima Kate Beckinsale nei panni della bellissima Ava Gardner, perché tanto poi arriva Cate a fare il vuoto.

Cate Hepburn o Katharine Blanchett, fate voi, questo è un post fai-da-te.

Cate è ovviamente Cate Blanchett, azzeccatissima per il ruolo di Katharine Hepburn, con cui per altro si è portata a casa un premio Oscar come miglior attrice non protagonista, roba rara, visto che storicamente l’unico più snobbato dall’Accademy di Scorsese era Leonardo DiCaprio. Non mi serve nemmeno completare la battuta, fa già ridere così.

“The Aviator” non è il primo film che viene citato quando si parla di zio Martino, forse nemmeno il più amato, quando lo vidi al cinema e ogni volta che me lo sono rivisto (attività che diventa sempre più frequente con il passare degli anni) mi è, beh, volato via e lo trovo ancora riuscitissimo, perfetto rappresentate nell’ultima porzione della filmografia di Scorsese, quella che pensa e dirige se non Kolossal, per lo meno film grandi quanto il nome e la fama del loro regista, in questo caso, un film che parla di uomini che volano e di uomini che cadono.

In fondo, non è poi così strano parlarne su la Bara Volante, perché qui sappiamo bene che ogni volo prima o poi finisce, ma finché dura, vale sempre la pena guardare in alto. La prossima settimana ad esempio, salpiamo, come cantavano i Dropkick Murphys, alla volta di Boston, non mancate!

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