
Quando piove, diluvia. Ogni realista lo sa, e la Chicago della quinta e ultima stagione di “The Bear” è sotto l’acqua, tanto che nemmeno i suoi protagonisti sembrano tanto impermeabili, anzi, sono più che altro come l’edificio che ospita il ristorante: cadono a pezzi ma cercano di resistere, come tutti noi.
Avete presente l’infinito bla bla bla della doppia stagione, terza e quarta, girate insieme per venire incontro al successo della serie, che non facevano altro che allungare la zuppa? Dimenticatele. Dimenticate anche l’infinito blaterare attorno al nulla dell’episodio speciale “Gary” (ne abbiamo parlato qui, due parole, tante ne bastava), per concludere il servizio Christopher Storer riporta tutto al pilota della serie.
La tensione di un’unica tirata, di un servizio in cui, come ci hanno ripetuto ossessivamente: Ogni. Secondo. Conta. Quell’effetto viene espanso per sette episodi, in cui bisogna affrontare tutte le difficoltà, quelle tipiche di qualunque lavoro di squadra, in cui beh.. Shit happens come dicono gli americani.

Il tetto può crollare, hai troppe prenotazioni e non abbastanza tavoli, piove che Dio la manda e le persone arriveranno tutte insieme, in ritardo, compreso “L’uomo delle stelle” su cui fare la migliore delle figure possibili per diventare un ristorante stellato. La prova della verità per tutto il cast che deve applicare quello che ha imparato.
Il migliore? Sempre lui, il mio preferito Rich (Ebon Moss-Bachrach), che apre la stagione allo specchio, citando L’ultimo Boy Scout, confermando il suo essere uno di noi, anche quando risolve la crisi tavoli alla sua maniera, proprio lui che con i suoi metodi grezzi è quello più ruspante, ma anche quello che ha dimostrato che ogni tanto, la classe operaia va in paradiso.

Sidney (Ayo Edebiri) ha messo da parte tutte le sue paure ed ora è la caposquadra che era destinata ad essere, capace di lasciare spazio o di prenderselo, l’anima del locale e probabilmente della serie. Il cavallo pazzo resta Carmen Anthony Berzatto (Jeremy Allen White), che non devo domare il suo talento ma la sua ansia, rappresentante di una società dove quella simpatica sensazione non è uno stato saltuario, ma una condizione d’allarme costante, un sibilo di fondo, come l’acufene. Carmy qui è chiamato a non andare in pezzi – come suo solito – ma anche di fare il “tiro allo scadere”, e come al solito “The Bear” funziona alla stessa maniera: tre episodi per scaldare i motori, quattro per esplodere alla grande, c’è anche un «As you wish» omaggio a Rob Reiner, cancellato dalla serie nel più doloroso dei modi, non sapremo purtroppo mai quali sarebbero stati i piani originali per lui.
A questo servizio avrei dato cinque stelle, se non fosse stato per il finale: ho apprezzato tutto, tranne il messaggio, perché tutti i personaggi di “The Bear” hanno una crescita sensata e realistica, tranne il più rappresentativo. Sarà che nel frattempo Jeremy Allen White ha guadagnato altri punti “Star System”, ma il monologo tutto in primo piano, che dovrebbe risultare liberatorio e rivelatorio non ha senso, non davanti ad uno delle risorse umane.

La sensazione? Che dopo “Shameless”, Jeremy Allen White abbia di nuovo per le mani un personaggio che getta via il suo talento incapace di domare davvero i suoi demoni. Sarebbe stato ridicolo un finale con l’ansia, l’orso di Carmy che sparisce per magia, non sparirà mai, ma trovo ancora meno sensata questa ennesima fuga del personaggio, che a livello di messaggio che si vuole mandare, non è nemmeno sano, tutti i personaggi hanno fatto conto con la loro natura, specialmente Rich il fan dei Van Halen che li ascolta perché è così, mentre proprio il personaggio simbolo della serie, fugge ancora, sarebbe stato molto più sensato chiudere con l’episodio 5×07 e poi ognuno per la sua strada dopo “The last dance”, siamo a Chicago no? Avrebbe avuto senso.
Siccome questa era la serie dove tutti volevano essere, “The Bear” può permettersi una stagione finale interamente con le musiche di Hans Zimmer, lo dico? Belle, tese, fanno il loro dovere alla grande, ma passano come pialla su una delle caratteristiche che mi hanno fatto amare questa serie, proprio la varietà di pezzi, anche a chilometro quasi zero (Eddie Vedder e gli Smashing Pumpkins) selezionate alla grande, per dare risalto alla storia, insomma la fama dà, la fama toglie.
“The Bear” si chiude qui, con due stagioni di troppo e portando avanti la maledizione dei Gallagher, ma quando ha funzionato al meglio, questa serie ha emozionato proprio come emoziona ogni cosa che funziona, quando un gruppo lavora insieme in armonia e tutti i pezzi vanno al loro posto, quello calma l’ansia più di ogni altra cosa.


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