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The Blues Brothers (1980): sono in missione per conto di un capolavoro

Sono 126 miglia per Chicago. Ho il serbatoio della Bara pieno, mezza cassa di birra, è buio e porto gli occhiali da sole… Vai!

«Vestiti come beccamorti, possiamo far volare questa Bara»

Chicago è una delle più grandi città d’America, un luogo con una mistica del tutto speciale, che pur non essendo particolarmente isolato, ha sviluppato una sua cultura quasi autoctona, basata proprio sul mito che quella città è in grado di generare. Chicago ha i suoi miti sportivi, con mentalità vincente come i Bulls, oppure sfortunati e per cent’otto anni di fila perdenti come i Cubs, il cui stadio per altro, il Wrigley Field è anche il falso indirizzo che Elwood fornisce per depistare tutti, anche i Nazisti («Io li odio i nazisti dell’Illinois»).

In quanto cultura propria della città, Chicago ha il suo clima – un vento terribile che tira dal lago che le è valsa il soprannome di “Windy city” -, i suoi piatti tipici e soprattutto, la sua musica. Una musica talmente potente da essere in grado di infiammare chiunque, anche un ragazzone nato in Canada ma con Chicago e la sua musica nel cuore. Dan Aykroyd in carriera ha dimostrato di essere un vero nerd, ma per certi versi potremmo anche definirlo un nerd della musica di Chicago, un “Soulman”, bianco fuori, ma nero dentro, con un rispetto e una totale venerazione per il rhythm and blues.

La storia più o meno la conosciamo tutti, i Blues Brothers nascono al Saturday Night Live, la fucina di tutti i più grandi talenti della comicità americana, che tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ’80 era colma come la coppa del Dio Bacco. Quindi quello che mi sono banalmente chiesto è stato: perché anche oggi, nell’era dell’informazione a portata di click, non ho mai visto un singolo sketch dei due fratelli al SNL? Con tutta la passione che ho per questo film!? Infatti da buon nerd ho fatto i compiti: la prima apparizione di Dan Aykroyd e John Belushi (pensate un po’, nato a Chicago) al SNL con occhiali da sole e cappelli neri, prevedeva per il resto del loro completo due costumi da ape (storia vera). Belushi cantava e Dan suonava l’armonica, eppure i semi erano stati gettati.

Non si può affrontare questo post senza un po’ di buona musica.

I Blues Brothers al Saturday Night Live non avevano dei loro sketch, più che altro si occupavano degli intrattenimenti musicali dello spettacolo, infatti la banda venne assemblata grazie alla complicità di Paul Shaffer, in pianta stabile a suonare nel programma e a lungo, spalla comica (e musicale) di David Letterman. Il nome del gruppo invece, fu un’idea del compositore Howard Shore, il resto della “The Blues Brothers Band” invece? Semplicemente il meglio su piazza: Paul “The Shiv” Shaffer, Steve “The Colonel” Cropper, Matt “Guitar” Murphy, Donald “Duck” Dunn e Alan “Mr. Fabulous” Rubin, insomma musicisti con i controcazzi (come dicono quelli che hanno studiato), in cui Jake “Joliet” ed Elwood Blues, rappresentano musicalmente parlando, quasi un accessorio, ma anche il vero traino per il gruppo, infatti il loro primo disco “Briefcase Full of Blues” divenne doppio disco di platino nel 1978, ma ad esclusione di una breve biografia sul retro del vinile, la storia dei personaggi nasce insieme al film.

Questo spiega l’entrata in scena ammanettati ad una valigetta, da aprire prima di ogni esibizione.

Il successo del disco e soprattutto di “Animal House” (1978), combinato all’enorme popolarità di quell’agente del Caos chiamato John Belushi, fece partire la gara per accaparrarsi la possibilità di produrre un film sui Blues Brothers, vinse la Universal e per la regia venne scelto senza pensarci troppo, proprio il regista di “Animal House”, un ragazzotto nemmeno trentenne, il mio amico John Landis, che per inciso, è nato e cresciuto a Chicago.

Hometown boy: il mio amico John Landis si carica la mistica di Chicago sulle spalle.

Mitch Glazer, il giornalista musicale che aveva scritto la breve biografia dei personaggi, insieme a Dan Aykroyd sul retro del loro disco, non ne voleva sapere di scrivere una sceneggiatura, quindi del compito se ne incaricò Dan, forte della sua lunga esperienza di sceneggiatore, che vantava la bellezza di zero lavori, nisba, nada, zip!

Però Dan Aykroyd conosce a menadito i personaggi, del resto li ha creati lui no? Quindi comincia a scrivere, a scrivere, mette su un disco e scrive ancora un po’, poi non pago, scrive ancora qualcosina, il risultato finale? Un plico di fogli alto come l’elenco telefonico di Chicago, un mostro di più di trecento pagine intitolato “Il Ritorno dei Blues Brothers”, firmato ironicamente da Dan con il nomignolo di “Scriptatron GL-9000”, un modo per scherzare sul suo leggerissimo problema di prolissità (storia vera). Quindi non voglio più sentire nessuno lamentarsi per la lunghezza dei miei post, ok?

Le sedute creative di questo film, devono essere state piuttosto memorabili.

John Landis si ritrova quindi con il compito di rendere filmabile il romanzo Russo scritto dal comico, con non pochi problemi, perché Dan Aykroyd ci tiene davvero un sacco a molti di quei dettagli, in particolare quelli legati alla “Bluesmobile”. Avete presente la scena in cui Elwood infila quella meraviglia di Dodge Monaco 440 (con motore V8), in un piccolissimo garage con avviso sul pericolo dell’elettricità sulla porta, per poi lanciarsi in numeri da contorsionista per uscire dal finestrino? Secondo Aykroyd, era fondamentale che il pubblico sapesse che l’automobile, si ricaricava con l’energia elettrica dei treni impegnati a sfrecciare sui binari, il tipo di dettaglio su cui solo un nerd potrebbe andare in fissa. Landis si sorbì nuovamente tutto lo spiegone di Aykroyd, salvo poi tagliare tutto dicendo: «It’s just a magic car!» (storia vera). Fine delle ossessioni da nerd del povero Dan, anche perché Landis sul set di questo film, non sapeva più dove girarsi a dare i resti.

Il budget iniziale stabilito dalla Universal, si aggirava attorno ai diciassette milioni di fogli verdi con sopra le facce di altrettanti ex presidenti defunti, ma le continue difficoltà e la volontà di puntare in alto del film, fecero lievitare il costo ad oltre ventisette milioni della stessa valuta, molti dei quali spesi per gestire il turbolento cast. Non si è mai saputo quale attore abbia preso una delle Bluesmobile disponibili sul set, per sfrecciare nottetempo per Chicago, ma pare che Landis costretto a mettere una pezza alla bravata, era molto più interessato ad impedire il sequestro del mezzo da parte della polizia, il misterioso guidatore? Lasciatelo sbollire al fresco, ‘sto casinista (storia vera).

Dedicata a Luke Skywalker e Han Solo. Firmato: i fratelli Blues.

L’altro grosso, anzi direi enorme problema della produzione, era il fatto che John Belushi giocava in casa, a Chicago conosceva tutto e tutti, ma soprattutto conosceva tutti i posti migliori dove fare bisboccia fino all’alba, e dove procurarsi quella robetta bianca che amava tirare su con il naso, che è stata la causa della sua prematura dipartita. Lo aveva già capito Spielberg in 1941 – allarme ad Hollywood che una forza della natura votata al caos e alla “Vida loca” come Belushi, non la puoi contenere, puoi solo cercare di incanalarne la furia sfruttandola a tuo vantaggio. Landis a lungo amico di Spielberg, lo sapeva benissimo visto che compariva anche lui in 1941, quindi ebbe un colpo di genio: chiese all’allora fidanzata di Dan Aykroyd, l’attrice Carrie Fisher – pare che tra i due, galeotta fu la manovra di Heimlich, con cui Dan evitò il soffocamento alla principessa Leila. Storia vera -, di tenere d’occhio Belushi visto che Carrie aveva un buon ascendente sull’amico. Problema! Nel 1980 Carrie aveva lo stesso identico problemino di “naso ad aspirapolvere”, citofonare Irvin Kershner per conferma, quindi di male in peggio!

Perché non hanno mai chiesto a lei di far saltare in aria la Morte Nera?

Sappiate che gli occhiali neri che Belushi seminava per il set (pare abbia perso centinaia di paia di Ray Ban Wayfarer, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Buco nero”, doppio senso quanto mai azzeccato), il più delle volte hanno salvato Landis, perché Belushi era spesso così cotto e con gli occhi rossi, che senza occhiali non avrebbe potuto girare davvero niente. Nel bene e nel male, perché il genio di Belushi si è sempre espresso in bilico tra trovate brillanti e una (auto)distruttività inarrestabile.

Ora sappiamo chi ha insegnato il trucchetto degli occhioni al gatto di Shrek.

Scrivere di “The Blues Brothers” a quarant’anni dalla sua uscita, vuol dire parlare della cultura popolare occidentale di otto lustri, vuol dire affrontare uno dei film che nella vita ho visto e rivisto più volte in assoluto, anche io che mal sopporto i musical quando si presentano senza la minima ironia. In “The Blues Brothers” c’è la musica, tantissima e meravigliosa e soprattutto non mancano quintali di ironia. Questo film è responsabile dei miei Wayfarer (li ho sul naso anche ora mentre scrivo. Storia vera), della mia passione per i ciocchi fortissimi di automobili nei film, di un quantitativo esagerato di citazioni (anche involontarie) presenti nel mio e nel vostro modo di parlare («… le cavallette!»). Questo film in quarant’anni ha raccolto premi, trionfi al botteghino e record nel Guinness dei primati e da oggi sono fiero di averlo tra i Classidy!

La storia non ve la devo nemmeno raccontare, quanti film avete visto dove i protagonisti devono rimettere insieme la vecchia banda per completare una buona missione? Tzè centinaia! E tutti debitori di “The Blues Brothers”, che però ha ancora svariate peculiarità che lo rendono il capolavoro che ancora oggi è, partiamo subito dalla più importante: la musica.

Perché un film che parla di rhythm and blues ha due bianchi come protagonisti? La verità è che nessuno potrebbe mai criticare questa scelta, nemmeno oggi, quarant’anni dopo dove siamo (giustamente) ultrasensibili a questo tipo di argomentazioni. “The Blues Brothers” è un manifesto, un purissimo e meraviglioso atto d’amore nei confronti di un intero genere musicale, non è un tentativo di appropriazione di una cultura musicale che appartiene per forza di cose alla popolazione di colore di Chicago. Per certi versi, un’operazione simile a quella fatta da Cameron Crowe con la musica Grunge nel 1992 con “Singles”, ma con un impatto culturale leggerissimamente diverso sulla cultura popolare.

Se non vi viene voglia di cantare e agitare il culo con questi due, non vi conosco e non vi voglio conoscere.

No, “The Blues Brothers” ha tutte le caratteristiche di Dan Aykroyd che è davvero il cuore di tutto questo omaggio al Blues, lui che è sempre stato forse la più grande spalla comica della storia del cinema, un entusiasta capace di trascinare e far mettere in cantiere progetti in cui credevano in pochi, convincendo tutti con la sua carica emotiva, ma astutissimo nel capire quando fare un passo indietro, lasciando ad altri la possibilità di brillare, che siano essi Bill Murray oppure John Belushi.

Con quella stessa umiltà Dan Aykroyd non ha trasformato il film nel suo spettacolo privato, un modo per dire: guardate quanto sono bravo a fare Blues, no anzi, tutt’altro, ha sfruttato la sua popolarità in quel momento, per offrire alla musica che ha sempre amato, la possibilità di uscire dal quel piccolo cerchio di appassionati, che già la conoscevano. Ecco perché Cab Calloway dopo questo film ha avuto un ritorno di fiamma di popolarità, ecco perché nel film ci sono tutti i grandi nomi come il reverendo James “Cocaina” Brown, la grande Aretha Franklin, che tra polli arrosto e pane bianco tostato, ci chiede a tutti di pensare (Think about what you’re tryin’ to do to me…), riassumendo alla perfezione al cinema un classico della vita di coppia: donne incazzate e uomini… MUTI! La legnosità di Matt “Guitar” Murphy in quella scena, non potrebbe essere più azzeccata in tal senso.

Decenni di rapporti uomo donna, riassunti dalla faccia inebetita del vecchio Matt.

Per non dimenticare il mio momento preferito, il negozio di strumenti di Ray “The Genius” Charles, che dimostra che nessuno strumento è davvero spompato e senza più grinta. Il livello di amore per il Blues di Aykroyd e di tutti quelli coinvolti nella produzione di questo film, diventa chiaro quando in una scena, il film rallenta, senza comunque perdere niente del suo incredibile ritmo, solo per farci sentire John Lee Hooker cantare “Boom Boom”. Ai fini della trama questo passaggio non aggiunge nulla alla storia, ma personalmente ho conosciuto la musica di Hooker grazie a quella singola scena, quindi l’obbiettivo è stato centrato in pieno.

L’espressione di Aykroyd: un bimbo in un negozio di caramelle sarebbe meno felice di lui.

Nelle prime settimane di proiezione, questo film andato drammaticamente fuori budget, non ingranava al botteghino, colpa anche di alcuni cinema dei quartieri benestanti, che temevano di trovarsi invasi da quelli là, quei neri esaltati dalla loro musica (storia vera). Nel giro di pochissimo però, “The Blues Brothers” è esploso passando come pialla sulle differenze, insomma gli intendi di Landis e Dan Aykroyd alla fine hanno avuto la meglio… vi ho già detto che io li odio i Nazisti dell’Illinois vero?

Ci facciamo un ballo, alla faccia di tutti i Nazisti dell’Illinois di questo mondo.

Anche perché parliamoci chiaro, per un film che dura 132 minuti – la versione estesa non la considero nemmeno, serve solo a rivendere una copia del film a chi già lo aveva comprato -, “The Blues Brothers” non ha nemmeno un tempo morto, Landis è stato micidiale nel prendere il meglio da quel malloppone scritto da Dan Aykroyd, dando al film un ritmo indiavolato quando necessario e flemmatico, come i suoi due protagonisti allo stesso tempo. Quando dico che i primi cinque minuti di un film ne determinano tutto l’andamento, voi dovreste già pensare all’inizio di “The Blues Brothers”, con l’uscita di prigione di Jake “Joliet” Blues, che dura la bellezza di sette minuti, e che mi fa ridere anche ora che dovrei restare serio (mentre scrivo con i Ray Ban sul naso) per descriverla. Tra Frank “Yoda” Oz che elenca i pochi averi di Belushi e i piedi, rigorosamente dietro la linea gialla anche quando bisogna firmare, John Landis ci porta già per mano dentro al suo gioco, nel mondo dei personaggi.

Un giorno qualcuno girerà una scena con un’uscita di prigione più epica di questa… ma non è questo il giorno!

Sulle note di “She Caught the Katy”, Landis ci mostra occhiali, cappelli, folte basette e nomi tatuati sulle nocche dei suoi due fratelli, immersi in una luce irrealistica alle loro spalle, quando si riabbracciano fuori dalla prigione. Sottilmente Landis ci ha già chiesto di accettare (anzi proprio di abbracciare), due personaggi che non sono realistici, ma alterano il mondo attorno a loro in una maniera così naturale che da spettatori, non abbiamo mai il minimo dubbio sul realismo di quello che vediamo accadere.

Il buono…
… il brutto…
… i cattivi (in missione per conto di Dio)

Il dialogo sulla “Bluesmobile” («La Cady! Dov’è la Cady?»), il lancio dell’accendisigari dal finestrino (che nulla mi toglie dalla testa abbia influenzato i Coen nel 1998, per una scena simile di “Il grande Lebowski”) e il salto di uno dei tipici ponti mobili di Chicago, ci porta subito nel mondo di questi due personaggi, che di fatto sono due cartoni animati. Pensateci sono uno alto e magro e l’altro basso e cicciotto, come Gianni e Pinotto, come Mignolo & Prof. Il look poi li rende subito due “silhouette” immediatamente riconoscibili, ben prima dei “Men in Black” e dei “cani da rapina” di Tarantino, ma al resto ci pensa il loro atteggiamento.

Jake ed Elwood sono due cartoni animati stilosissimi e flemmatici, rilassati come veri Bluesman anche nelle situazioni più improbabili, come i Chicago Cubs hanno un’aurea da perdenti, perché di fatto non hanno i soldi per salvare l’orfanotrofio in cui sono cresciuti e non hanno nemmeno una band, però il loro modo di comportarti è quello dei vincenti, come i Chicago Bulls di Michael Jordan, sanno che alla fine, avranno ragione loro e il mondo, si spiega alla loro attitudine vincente.

Potete essere fighi, ma non sarete mai fighi come Jake ed Elwood Blues.

Ecco perché quando Carrie Fisher, come se fosse Willy il coyote, gli spara con un Bazooka, loro come Beep Beep si tolgono la polvere di dosso e vanno dritti per la loro strada. Oppure quando lei fa saltare per aria la loro cabina del telefono, senza scomporsi i due fratelli contano le monetine rimaste a terra.

John Landis poi dirige tutto con una mano ferma incredibile, parliamo di uno che nemmeno trentenne, nel giro di una manciata di film all’attivo e qualche altro capolavoro in arrivo, aveva già fatto suo lo spirito degli anni ’80. Landis con “The Blues Brothers”, archivia il sentimento nichilista del cinema americano degli anni ’70, segnato dallo scandalo del Watergate e dal Vietnam, portando aria fresca, leggerezza che però non vuol dire per forza stupidità, voglia di fare casino, quella di sicuro moltissima, ma un tipo di leggerezza a suo modo colta.

Il padre nobile (e amabilmente cazzone) degli anni ’80 cinematografici.

Andiamo! Dove la trovate una commedia musicale dove la “Pinguina” si muove come se fosse uscita da “I tre volti della paura” (1963) di Mario Bava? Questa incredibile capacità di inserire trovate assurde, che però il pubblico accetta senza battere ciglio, costella tutta la pellicola. A me ad esempio, fa impazzire quando per prendere tempo, Cab Calloway chiede alla band se conoscono “Minnie l’impicciona” («Conoscevo una certa Minnie la battona») e di colpo i suoi vestiti e quelli di tutta la banda cambiando, nel momento esatto in cui cominciano a suonare l’irresistibile “Minnie the Moocher”.

Ma il vero talento di Landis resta quello di saper tirare su trame incredibili, partendo da spunti quasi inesistenti, lo stile del mio amico John è sempre stato lo stesso: avete presente la scena del treno di Una poltrona per due? Vediamo i protagonisti in costume salire a bordo, vediamo i due portantini un po’ tonti vestiti uguali, vediamo un gorilla e Belushi (…l’altro!), che invece indossa un costume da gorilla. Un modo lento ma metodico di presentare gli elementi di una barzelletta, preparando quella che sarà la battuta finale. “The Blues Brothers” funziona allo stesso identico modo, ma su scala ingrandita, centuplicata!

La battuta finale di una lunga e distruttiva barzelletta (secondo estratto)

Mi fa impazzire che tutto il film di fatto, sia un lungo accumulo di “nemici”, che inizia con una banalità, i due fratelli che passano con il giallo, ma sfortunatamente beccano una pattuglia (appostata sotto il cartellone pubblicitario di “See You Next Wednesday”, il film immaginario che viene citato in tutti le pellicole di Landis), che a bordo hanno un cepics («Controllo Elettronico Patenti e Infrazioni Codice Stradale»). Questo è l’inizio del gran casino, il sassolino che rotola e che finisce per generare una valanga, che prevede un inseguimento tra le vetrine del JC Penney, oppure dover improvvisare il tema di “Rawhide” in Sol con risultati esilaranti («… Voooooi siete i Good Old Boys?»).

Quindi alla fine? Ci vediamo mercoledì prossimo?

Sarebbe fin troppo facile stare qui ad elencare tutte le scene migliori, oddio nemmeno tanto, visto che bisognerebbe trascrivere ogni dialogo (la mia definitiva trasformazione in “Cassatron GL-9000”), ma “The Blues Brothers” è molto di più della notevole collezione di facce note che impreziosiscono il film, da Charles Napier alla super modella Twiggy, passando per Steven Spielberg, nel suo unico ruolo da attore in carriera visto che ha una battuta («Desiderano?»), mentre le sue altre apparizioni, erano da considerarsi solo comparsate. Uno dei tanti primati di un film che è finito per davvero nel Guinness dei primati, per il numero di auto distrutte.

Vorrei trovare lui dietro lo sportello alla posta, anche solo una volta nella vita.

La devastazione di automobili della polizia, gli odiati Nazisti dell’Illinois sfottuti (come meritano) per tutta la durata del film, sono scene che vengono girate con spirito goliardico ma anche con un certo occhio per l’azione, quell’enorme incartamento di lamiere si porta nelle budella lo spirito delle scene d’inseguimento girare per davvero, quelle dei vecchi film d’azione, infatti rappresentano per Landis il finale della barzelletta costruita per accumulo (di avversari). Ogni automobile che sbanda, si capovolta e sbatte fortissimo contro un’altra, sono le parole con cui il regista compone la sua esilarante battuta finale.

Negli anni, altri film hanno ritoccato il Guinness dei primati per la scena con il maggior numero di incidenti d’auto in una sola pellicola, ma sono titoli che non hanno dato lo stesso peso ad ogni singolo “ciocco”, oppure ad ogni lamiera maltrattata. Parliamo di roba inutile come “G.I. Joe – La nascita dei Cobra” (2009), in cui gli effetti digitali posticci di Stephen Sommers, non possono competere con l’orgoglio analogico fatto di accartocciamenti messo su da Landis, che qui fa contare ogni urto, ogni stridio di gomme, così tanto che alla fine, hai la sensazione di dover essere tu spettatore, a firmare il CID per tutti gli incidenti a cui hai appena assistito.

The Blues Brothers – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare i ciocchi fortissimi di automobili nei film.

Per questo “The Blues Brothers” resterà sempre il migliore, perché é esattamente come i Chicago Bulls di Jordan, altre squadre della NBA hanno battuto il record dei Bulls di partite vinte in una singola stagione, ma i Bulls vengono ancora ricordati come i migliori per l’attitudine con cui l’hanno fatto. Sarà qualcosa nell’aria della “Windy City”, ditemi quello che volete, sarà qualcosa nella mistica di un luogo che ha il rhythm and blues nel suo DNA.

I due “beccamorti” in missione per conto di Dio, da quarant’anni sono entrati a testa alta a far parte dell’élite del Cinema, probabilmente chiedendo agli altri film a tavola «Quanto vuoi per tue done? Tutte io compra». Perché è per film come “The Blues Brothers”, che il Cinema è davvero qualcosa di speciale.

«Continua a versare, continua finché non collasso a terra»

Quindi potrei stare qui a raccontarvi ancora per ore, in dettaglio, tutti gli infiniti momenti che hanno reso questo film il preferito di tutti, potrei provare a smentire quella leggenda popolare per cui esiste anche un seguito di questa pellicola, tutte balle, non esiste (ci siamo capiti?), oppure potrei dirvi che nella vita abbiamo tutti il diritto di avere un capolavoro come questo per consolarci, esaltarci, divertirci. Tutti quanti voi là fuori vi meritate un film così, voi, io, loro, tutti quanti… tutti quanti! One, two, one two, three four!


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