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The Book of Boba Fett (2022): un “The Mandalorian 2.5” mascherato

Annunciata con una scena dopo i titoli di coda, alla fine della seconda stagione di The Mandalorian, “The Book of Boba Fett” con la sua nemmeno velata citazione a Conan il Barbaro ha acceso gli animi più delle candeline su una torta di compleanno, ammettiamolo era più facile sbagliarla una serie così che farla giusta, possiamo dire che al netto del risultato finale, F&F (come li chiama Lucius), Jon Favreau & Dave Filoni sono riusciti sia a vincere che a perdere nel giro di sette puntate.

Boba Fett è un personaggio che ha sempre vissuto di mistero, dalla sua prima apparizione come giocattolo della Kenner passando per il famigerato Star Wars Holiday Special (odiatissimo dal creatore George Lucas), il cacciatore di taglie, il primo Mandaloriano della saga ha sempre stuzzicato la fantasia di un pubblico che però, il più delle volte ha bellamente ignorato le tante storie a fumetti dove Boba era duro e cazzuto, perché si sa come sono tanti fan di “Guerre Stellari”, dicono di amare quasi a livello religioso questa saga spaziale, ma beccami gallina se si scomodano a seguire qualcosa che non siano i film. Se non altro F&F hanno il merito di aver spinto tanti fan a dover prendere in considerazione anche l’universo espanso della saga, quello dove per decenni Boba è stato il Re senza corona (ma con elmo).

Boba, per anni sul libro paga dell’Impero, ora al soldo dell’Impero Disney.

Nessuno saprà riassumervi la storia di Boba Fett meglio di quanto ha saputo fare Lucius sulle pagine del Zinefilo, il primo grosso mirino puntato in mezzo agli occhi di “The Book of Boba Fett” era proprio questo, far entrare nel canone usando attori in carne ed elmo la storia del personaggio, a partire dalla sua (ridicola) morte in Il ritorno dello Jedi, perché solo Lucas sapeva creare personaggi incredibili e farli morire come dei pirla. Quindi Favreau e Filoni hanno cercato di fare a Boba Fett quello che avevano già fatto per Darth Maul, utilizzando la serie Clone Wars per rimediare allo spreco di personaggi perpetuato da Lucas, purtroppo qui si sono scontrati di faccia con le aspettative del pubblico.

Chi ha ignorato la lunga storia a fumetti del personaggio, sognava di vedere Boba, cazzuto cacciatore di taglie di poche parole (con l’elmo sempre in testa) intento a continuare a fare piazza pulita della feccia della galassia, ma parliamoci chiaro, non sarebbe stato una replica di The Mandalorian? Grazie a queste serie targate Disney, F&F hanno la possibilità di rovesciare sul pavimento la scatola dei loro giocattoli di “Guerre Stellari”, infatti il loro piano per Boba Fett era un altro, ovvero trovargli il mitico posto fisso (per dirla alla Checco Zalone), dopo anni passati a lavorare per altri, Boba sogna per il suo futuro quello che tutti gli sgherri vorrebbero: diventare loro il Boss. Essere stato quasi digerito dal Sarlacc è una bella spintarella per la carriera.

«Se esco vivo da questa storia, giuro che mi metto a ballare una giga» (cit.)

Posso essere onesto? A me l’idea di Boba Fett in versione Genny Savastano mi sembra un’evoluzione anche coerente per il personaggio, anche se considerando la capigliatura (si fa per dire) Temuera Morrison e la propensione del personaggio a non morire mai, forse lui è più Ciro Di MarzioFin dal primo episodio è stato piuttosto chiaro che “The Book of Boba Fett” sarebbe stata la storia di un Cristo risorto dallo stomaco del Sarlacc, in cerca nel suo posto nel mondo (di Star Wars), quindi ciao ciao cacciatore di taglie silenzioso e cazzuto, benvenuto Boba, nuovo Boss di Tattoine.

«Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost» (frase in dialetto Mandaloriano)

“The Book of Boba Fett” ha due grossi problemi, il primo si chiama Robert Rodriguez, il secondo è stato quello di essere stata “venduta” come una serie su Boba, il titolo il tal senso lasciava pochi dubbi. F&F hanno tentato di suggerire che questa sarebbe stato una sorta di “The Mandalorian 2.5”, ma il messaggio non è arrivato forse perché il pubblico stava già fantasticando sul numero di taglie che Boba avrebbe portato a casa. Il problema si sarebbe potuto tranquillamente risolvere intitolando questa serie “The Mandalorian: the book of Boba Fett”, il che avrebbe permesso a (quasi) tutti di godersi tutto senza troppe ansia da aspettativa, inoltre avrebbe messo in chiaro la natura quasi antologica di questa serie, un giorno vi farebbe schifo vedere un “The Mandalorian: the book of Bo-Katan”? A me no personalmente.

Considerando poi il modo di lavorare di Filoni, che fa continuare la storia dei suoi personaggi passando da una serie all’altra (pensate ad Ahsoka Tano), forse sarebbe stato il modo migliore, perché anche chi non era interessato alla storia di Boba, avrebbe guardato la serie, senza dover aspettare qualcuno a suggerirgli di guardare gli episodio 1×05, 1×06 e per concludere 1×07 (gli ultimi tre di questa serie) per non perdere nemmeno un minuto dei due personaggi arrivati a salvare Boba (e la sua serie), vi do degli indizi: uno ha un elmo sempre in testa, l’altro è piccolo e verde, tanto lo so che già sapete tutto, ma ci tenevo a precisarvelo. Diciamo che da qui in poi è tutto SPOILER, così posso scrivere in libertà scendendo nei dettagli.

I gemelli Hutt, cugini di Jabba vi ricordano che da qui in poi ci sono anticipazioni più pericolose di loro.

Affrontata questa importante questione, vogliamo prendere il Rodriguez per le falde del cappello? Io voglio molto bene al buon Roberto, dopo aver diretto uno dei migliori episodi di The Mandalorian, guarda caso proprio quello dove tornava in scena un cazzutissimo Boba, era facile pensare che questa serie avrebbe potuto dormire tranquillamente tra due cuscini, invece per assurdo le puntate dirette da Robert Rodrigez (qui anche produttore esecutivo) sono proprio le più pasticciate, l’episodio finale è una lunga battaglia che porta in scena Rancor incazzati e droidi distruttori con gli scudi, anche se sulla dinamica della battaglia ci sarebbe da discutere, se fino a questo momento F&F erano riusciti a far sembrare un telefilm girato quasi tutto in interni, di grande respiro come i ben più costosi (da girare) film della saga, qui qualcosa non ha funzionato, per assurdo sembra che la serie “The book of Boba Fett” non sapesse bene che farsene di questo tale di nome Boba Fett.

Turned my world to BLACK, tattooed all I see / All that I am, all that I’ll be, yeah

Il primo episodio “Stranger in a strange land” (che cita un romanzo di Robert Heinlein e un pezzo degli Iron Maiden) scritto da Jon Favreau e diretto da Robert Rodriguez procede sue due piani paralleli, da una parte Boba impegnato a consolidare il suo potere su Tatoine, dall’altra il lungo flashback chiarificatore sul passato del personaggio. I problemi qui sono molteplici, nella trama ambientata nel presente, la regia di Rodriguez è un po’ troppo macchinosa e manca del dinamismo che ci si aspetta da lui (specialmente nei combattimenti), mentre due puntate e mezza dedicate al passato di Boba, fanno risaltare qualche problema di continuità.

Quello che succede quando Robert Rodriguez scende dal lato “Spy Kids” del letto.

Temuera Morrison aveva impersonato il papà di Boba, Jango Fett nella Prequel Tragedy, ma ha anche doppiato i soldati da lui clonati in Clone Wars, quindi resta e sarà per sempre la scelta giusta per il personaggio, il problema è che con i suoi 65 anni risulta troppo vecchio per la continuità ufficiale della saga, i Grandi Cultori del Canone (i nerd) hanno calcolato che Boba doveva avere più o meno 42 anni al momento del suo voletto nella pancia del Sarlacc. Ora, io firmerei per arrivare all’età di Temuera Morrison in forma come lui, inoltre si sa che la vita nel deserto e i succhi gastrici non facilitano l’invecchiamento, purtroppo F&F secondo me hanno avuto troppa fretta nel raccontarci gli “anni perduti” di Boba, da quando si è scavato un’uscita dal condotto digerente del Sarlacc fino al suo ritorno in The Mandalorian 2.

«Vivo la mia vita a un quarto di Speeder alla volta»

Se avessero lasciato un po’ di buchi, anche l’età anagrafica di Morrison sarebbe risultata un po’ più logica, infatti il secondo episodio “The tribes of Tatooine” (non diretto da Rodriguez, tenetelo a mente) con i miei amati Sabbipodi (anche se continuano ad ostinarsi a chiamarli Tusken), l’attacco al treno, i motociclisti da fare fuori e il finale in puro stile Western, con tanto di scena alla Balla coi Lupi Boba, mi è davvero piaciuto molto e fino a quel momento tutto mi ha permesso di chiudere un occhio sulla regia di Rodriguez meno brillante del solito, anche se metterci due dei suoi pretoriani come Danny Trejo e Jennifer Beals, fino a quel momento era ancora un decente modo per farsi perdonare da parte del regista, evidentemente sceso dal letto con il piede “Spy Kids” piuttosto che con quello del suo El Mariachi.

L’episodio di “Four Rooms” ambientato su Tatoine che non avevamo ancora visto.

L’episodio 1×04 (“The gathering storm”) è dove la mia fiducia nei confronti di tutta questa operazione ha traballato, ho apprezzato vedere il Wookie Black Krrsantan, direttamente dai fumetti di “Doctor Alpha”, ho gradito meno il fatto che a quel punto della serie, il titolare della serie fosse in evidente difficoltà. Non solo Boba non vince uno scontro diretto nemmeno per errore, ma fa una serie di scelte piuttosto stupide, qualcuno mi spiega che senso ha infilarsi nuovamente dentro il Sarlacc per cercare l’armatura che Boba aveva regolarmente indosso quando è strisciato fuori dal mostro? Non si ricorda che gli è stata rubata dai Jawa? Oppure Favreau e Filoni ci tenevano tantissimo a mostrarci com’è fatto un Sarlacc al suo interno? Mi è sembrata francamente una trovata da nerd fuori controllo, ci sono cose come la rotta di Kessel percorsa in meno di 12 parsec, che sono più mitiche se raccontate piuttosto che mostrare (come nel pessimo “Solo”), anche se questo si potrebbe applicare anche al passato e all’aurea di mistero di Boba Fett. Per fortuna poi è arrivato l’episodio numero 5, sia lodata la Forza! 

In questi casi i nostri amici Yankee direbbero: and the crowd goes bananas!

Con “The return of the Mandalorian”, la serie getta la maschera (ah-ah), Jon Favreau sembra tornato quello scintillante della serie su Mando e ritrova al suo fianco una delle migliori interpreti del personaggio, ovvero Bryce Dallas Howard (detta BRUCE in amicizia) alla regia e posso dirlo? Si respira tutta un’aria nuova, come se la produzione fosse tornata quella di “The Mandalorian”, anzi non è difficile pensare che sia stato proprio così, visto che nell’episodio Boba Fett è totalmente assente quindi è chiaro che a livello di produzione, la squadra di “The Mandalorian” ormai sia un meccanismo ben oliato in grado di far brillare quasi chiunque alla regia (anche Carl “Apollo Creed” Weathers), mentre per la porzione dedicata a Boba qualcosa non sia ancora a quel livello di gruppo di lavoro, per questo mi viene da puntare il dito contro Rodriguez (anche produttore) perché è l’unica novità rispetto allo spettacolo che abbiamo visto per due anni di fila senza intoppi di sorta. Quindi occhio cari fan di Star Wars, facile mettersi a sbraitare sui Social-Cosi: «Date un film di Star Wars a BRUUUUUUUUCE!», ma le condizioni produttive in cui una regista viene messa a lavorare contano, con tutta la stima che ho per Bruce, non credo che sia più brava di Robert Rodriguez, eppure dati alla mano lei sul piccolo schermo ha diretto più episodi riusciti sia di Roberto (che di suo papà Howard a ben pensarci). 

BRUCE è meglio ‘e GIEI GIEI ci hanno fatto ‘o mazz’ tant pe ‘ll ave’! (quasi-cit.)

Nel quinto episodio torna la “Darksaber”, Mando è sempre cazzuto e un po’ tonto (duro come il Beskar fuori ma cuore di panna dentro) come abbiamo ormai imparato a volergli bene, la puntata è tutta per lui e per la sua nuova navetta, che viene ricostruita con tanto di “montage” come quando l’A-Team modificava il loro furgone per renderlo un’arma da guerra per uscire dai guai, insomma tutto torna a filare alla grande e l’episodio numero sei ne è la conferma. 

In “From the desert comes a stranger”, Dave Filoni alla regia, insieme al suo compare Favreau alla sceneggiatura a quattro mani dell’episodio si fanno perdonare quasi tutto, dimostrando che il loro servizio reclami funziona: Luke in CGI vi aveva convinto poco? Provate a guadare quello di questo episodio, un balzo in avanti nell’uso della tecnologia che apre a scenari sempre più da brividi (in più di un senso di questa parola). L’addestramento di Grogu continua così come le strizzatine d’occhio amorevoli al passato della saga non mancano e la scelta finale del personaggio, tra la spada laser di Yoda (continuare sulla via solitaria dei Jedi) o la cotta di maglia di Frodo Beskar (riunirsi al suo padre putativo), più che la scelta dell’eroe sembra quella del nerd, mi ha fatto un po’ pensare al Randall di “Clerks 2” (2006) vista anche la presenza di Rosario “Ahsoka Tano” Dawson, forse gli intenti erano proprio quelli. 

«Prima di te l’ha usata anche Frodo è proprio della tua taglia»

Ma fosse solo il ritorno del verdastro generatore di merchandising, F&F continuano a giocare con la saga facendo muovere i personaggi da una serie all’altra, per portare avanti la loro storia, infatti in un perfetto omaggio al Western di Sergio Leone a cui Filoni rende onore anche nella scelta delle inquadrature, lo sceriffo Cobb Vanth (sempre interpretato da Timothy Olyphant) deve vedersela con lo spietato Cad Bane, il cacciatore di taglie con il cappello e lo stile alla Sentenza, già visto in The Bad Batch. In quest’ottica, il suo scontro con Boba chiude un capitolo, penso sia piuttosto chiaro quello che F&F vogliano raccontarci, i metodi del vecchio Boba non hanno funzionato, anche per avere la meglio sul suo vecchio maestro Cad Bane, Boba deve rinunciare al suo passato abbracciando idealmente il nuovo Boba (armato di mazza).

«Questo treno ferma a Tucumcari» (cit.)

Dopo aver sterzato e corretto la parabola discendente di “The book of Boba Fett”, il finale è quasi una festa, anche qui potrei mettermi a fare le pulci sulle scelte di Boba, qualche esempio? Per salvare la città, scatena una guerra al centro della città stessa devastandola, invece di sparare il razzo contro i droidi da combattimento con gli scudi abbassati, pensa bene di sprecarlo sparandolo contro gli scudi già sollevati, ma ormai avete capito no? Siamo tornati anche per l’ultima puntata sotto la gestione Rodriguez quindi tocca tapparsi il naso godendosi un Rancor, Baby Yoda in azione e Mando con la Darksaber. Mi sembra chiaro che Rodriguez chiamato a portare avanti una produzione organizzata da altri sia un valore aggiunto (volete un esempio?), altrimenti il suo lavoro di produttore al momento, con quello di F&F si mescola bene più o meno come acqua e olio, anche perché mi sembra abbastanza chiaro che il trio di autori e produttori, si siano spartiti le scene da girare come i Boss hanno fatto con Mos Espa.

Poteva usare la sua navetta e vincere la battaglia in dieci secondi, ma volete mettere la soddisfazione di imitare Sebastian in La storia infinita?

Risultato finale, con un po’ di difficoltà Boba Fett ha finalmente il suo posto (fisso) nel mondo di “Guerre Stellari”, mentre Mando e Grogu sono pronti per la loro prossima stagione, non tutto ha funzionato alla grande in questo “The book of Boba Fett” eppure so già che mercoledì prossimo sentirò il vuoto, anche se non dovremmo attendere molto, la serie su Obi-Wan è già all’orizzonte. Bisogna dire che a Boba è toccata la redenzione delle canaglie che alla Disney piace fin troppo, eppure credo che sia lui che Robert Rodriguez utilizzati come pistoleri solitari pronti a dar manforte nel momento del bisogno prima di sparire cavalcando verso l’orizzonte, potranno ancora essere una risorsa notevole nel futuro, ma è chiaro che il passaggio del testimone ormai sia avvenuto, Boba Fett non è più il Mandaloriano più famoso della saga, mi piace saperlo là sul suo trono ma proprio come il finale di Conan, certe fascinazioni generano più meraviglia quando restano solo suggerite.

«…Ma questa è un’altra storia» (cit.)

Sepolto in precedenza lunedì 14 febbraio 2022

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