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The Bourne Identity (2002): Bourne is born!

C’è stato un tempo in cui Meeeeeittt Deeeeeimooon era tutto fuorché un nome papabile per film d’azione. Poi è arrivato The Bourne Identity e la musica è cambiata. Vi lascio a uno che di crisi d’identità se ne intende, e che a questa trilogia vuole un gran bene: il nostro agente sotto copertura Quinto Moro.

Se dico Doug Liman, cosa vi viene in mente? Probabilmente niente. Un regista i cui meriti principali sono stati far mettere insieme Brad Pitt e Angelina Jolie (con Mr. & Mrs. Smith), e far recitare Hayden Christensen dopo Star Wars (con un film di cui ci impegniamo a non parlare mai), non è in cima ai nostri pensieri.

Chi è Jason Bourne? Tanto per cominciare, è un archetipo narrativo vivente: l’uomo senza passato è un classico, l’amnesia è uno degli espedienti narrativi più abusati. L’assenza di passato consente di immedesimarsi col protagonista, perché ci fa scoprire insieme a lui il mondo e la storia che gli ruota intorno.

The Bourne Identity comincia con un giovane Matt Damon naufrago, salvato da un peschereccio italiano nel Mediterraneo. Fantascienza vero? Ma erano altri tempi, oggi sarebbe un film di ottantadue ore chiusi in barca ad aspettare l’autorizzazione della Questura, con Matt a sfoggiare i talenti da uomo della pioggia, altro che agente segreto.

Sopravvissuto a mare e pistolettate alla schiena, senza ricordi, Matt va a caccia della sua identità. Inizierà a scoprirla in una fredda notte di Zurigo: mentre cerca di dormire su una panchina, uno sbirro gli mette le mani addosso e lui per poco non gliele stacca. Oh, quella è una scena brutta e ridicola, accelerata artificialmente come nei film di Fantozzi, mi fa male al cuore ogni volta che la rivedo, ma da qui in poi il film (e la saga tutta) può solo migliorare. Non ce la posso fare nemmeno a scherzarci su con una didascalia mordace. Preferisco introdurvi alla tradizione delle fughe rocambolesche del buon Jason, in stile Spiderman.

The Amazing Spider-Bourne #1 – Fuga dal consolato

Dopo esser sfuggito alle guardie svizzere (no, non quelle del papa), Jason si rifugia nel consolato americano. Tempo due minuti e dovrà fuggire anche da lì con una bella arrampicata (primo episodio delle gesta di Spider-Bourne). Come spesso accade la vita di un uomo smarrito svolta all’incontro di una gentil donzella. Un colpo di fulmine? Diciamo che l’approccio tra Jason e Marie è non per soldi… ma per denaro. Si perché Jason nel frattempo è passato da nessuna identità all’imbarazzo della scelta di identità scritte su dieci passaporti diversi. Dal dormire su una panchina con un maglione bucherellato a uno zaino pieno di soldi. Dal non avere speranza a… beh, quella gli mancherà sempre, ma almeno ha una direzione: Parigi, dove forse c’è una casa, una vita da ritrovare (allerta spoiler: non c’è). Jason è braccato e non sa perché, quindi niente aerei, meglio un passaggio pagato a peso d’oro alla tipa appena incontrata, l’eroica Marie. Jason capisce che è la tipa giusta per sfidare il sistema, se con sprezzo del pericolo l’ha vista sfidare i veri padroni del mondo: i burocrati agli sportelli di un ufficio pubblico.

L’incontro con Marie svolta la storia in modo non banale: i due sono opposti per motivazioni e carattere. Lei praticamente una randagia, lui un mastino addestrato. Lui non ricorda il suo passato, lei forse vorrebbe dimenticarlo. Lui ha i soldi e lei quella Mini vecchio modello che sta per vivere il giorno più glorioso della sua vita.

E le Mini Cooper di “The Italian Job”… MUTE!

Alla Bara Volante abbiamo rispetto per chi sa fare film d’azione, e per quei momenti che rendono grande il cinema: gli inseguimenti. Liman aveva l’entusiasmo e non l’esperienza per gestire una grande produzione, ma aveva una visione, o peggio: tante visioni, indeciso tra quale scegliere nel momento stesso in cui girava, accumulando ritardi e spese. Senza le palle d’acciaio del produttore Frank Marshall, tirato dentro al progetto per salvare la baracca, forse questo film non l’avremmo neppure visto. Eppure, tra meriti e demeriti, Liman ha contribuito a far nascere la “formula Bourne”, con uno stile che voleva essere realistico e sporco, con un piede (o almeno un’unghia) ancora dentro all’action anni ’90, ruvido e artigianale ma senza pompare l’azione con le coreografie e lo spettacolo a tutti i costi. La visione di Liman era agli antipodi per un cinema che con Matrix rallentava sino a farci vedere le pallottole (e che tanti facevano a gara per imitare male), mentre con Bourne era già tanto vedere un pugno pulito. Purtroppo anche lo stile Bourne sarebbe stato imitato tanto e male, ma è un’altra storia.

Il mio nome è Bourne, Jason Bourne. Dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13. John Michael Kane nei weekend, ma solo a Parigi. Gilberto de Piento in vacanza, ma solo nei paesi latini.

Benché affezionatissimo della trilogia filmica, non ho mai letto i libri di Robert Ludlum da cui (non) è tratta. La sceneggiatura di Tony Gilroy prende solo spunto dal materiale originale, che Gilroy considerava molto vicino alla monnezza. Infatti, dai romanzi ha preso giusto i nomi e l’amnesia iniziale per poi puntare tutto sui personaggi, senza le solite dinamiche da film di spionaggio. Scelta vincente, perché l’intento del film non era fare di Jason Bourne un clone di James Bond (che Ludlum abbia scelto per paraculaggine un nome così assonante?). Nei film, è la psicologia via via più complessa di Jason a renderlo interessante, come pure il rapporto con Marie, personaggio riuscitissimo perché riscritto da zero, da economista in carriera su carta a scapestrata senza fissa dimora su pellicola. Marie reagisce in modo credibile agli eventi traumatici che le piovono addosso, non è la ragazza in pericolo, né il classico interesse romantico dell’eroe. Una ragazza comune, coi suoi casini e i suoi sbagli che non ha bisogno di raccontarci in qualche brutto spiegone. Marie è vera, autentica come pochi personaggi femminili in film di questo genere. E poi Franka Potente m’è sempre stata simpatica, è l’attrice col nome più figo del mondo.

Scusa Franka, mi aiuteresti a farla franca?

Se chiedete a me, Gilroy ha fatto benissimo a tirar dritto per la sua strada. Peccato che al regista il romanzo originale piacesse eccome: per quel romanzo, Liman s’era visto sbattere la porta in faccia dalla Warner che deteneva i diritti a metà degli anni ’90 (e ne aveva pure tratto una miniserie tv). Liman dovette aspettare la scadenza dei diritti e ottenerli direttamente dallo scrittore, dopo aver convinto la Universal a metterci gli sghei. Gilroy però voleva stravolgere la storia, così tra regista e sceneggiatore volarono gli stracci: Gilroy fatto fuori, un altro sceneggiatore chiamato riscrivere tutto da zero, e Matt Damon incacchiato perché voleva lo script di Gilroy.

La fiducia quasi incondizionata che la Universal concesse a Liman risultò mal riposta, almeno per quanto riguarda la gestione del cast e della crew. Non si sapeva bene in che direzione dovesse andare il film. Solo l’entrata in scena di Frank “U.S.” Marshall salvò il progetto dal disastro: oltre a prendere in mano la produzione, per colmare il mostruoso ritardo accumulato finì persino dietro la macchina da presa per completare alcune sequenze, lui che comunque era del mestiere.

«Nascondili prima che la Universal chiuda baracca e ci mandi tutti a casa»

A Liman vanno comunque riconosciuti i meriti di una visione che, per quanto confusa, era giusta. Come per lo stile d’azione, anche nella gestione degli scenari voleva un approccio anti-cartolina, non quel look da Blockbuster con la didascalia “Parigi” su panoramica della Tour Eiffel per poi far vedere gli attori per le strade di Montreal. Liman si intestardì a girare il più possibile in Europa, là dove la storia si svolge, e anche se costi e tempi lievitarono, la qualità gli ha dato ragione.

Ho detto prima del rispetto per i registi che sanno fare gli inseguimenti. Quello di The Bourne Identity non è il più importante né più riuscito della storia del cinema. Dura 3 minuti ma se volete la mia, la durata è perfetta se l’intensità e il girato sono quelli giusti. L’inseguimento è genuino, semplice: c’è questa vecchia Mini tra le strade plumbee di una Parigi spenta. Cielo grigio. Una macchina brutta e vecchia tra strade brutte e vecchie, trafficate da altre auto brutte e vecchie. Niente CGI. Auto che sbattono, clacson che suonano. Lo guardi e ci credi.

Immagini (e stridere di gomme) che puoi sentire.

Per il ruolo del protagonista, la prima scelta di Liman era Timothy Olyphant, non abbastanza in vista per la Universal che puntava a nomi di richiamo, da Russel Crowe a Stallone, con Brad Pitt su tutti (che scelse invece di passare alla corte dello Scott giusto.

Liman, che era matto come un cavallo, propose la parte a Matt Damon. Niente di strano a pensarci ora, ma all’epoca, Matt eroe d’azione pareva una scherzo. Il genio ribelle Will Hunting, il soldato Ryan pesce fuor d’acqua anche in guerra, il belloccio un po’ arrogante e un po’ sfigato che sapevamo avere talento (ce l’aveva proprio urlato con “Mr. Ripley”), ma era difficile immaginarlo in più che una rissa tra ubriachi, con mascellone Affleck a coprirgli le spalle.

Lo stesso Damon, per paura di non essere credibile, si mise sotto di brutto con gli allenamenti per pompare i muscoli e addestrarsi nel corpo a corpo. Nella sua prova c’è poco spazio per le emozioni e ci sta: Jason Bourne è più macchina che uomo, il suo carisma viene dal proseguire dritto come un tram sui denti di chi lo ostacola.

La maglietta crociata non l’ho mai capita. Se sei un killer a caccia di un altro killer, non ti metti un bersaglio in pieno petto.

Se avete l’occhio clinico per i film di menare, non troverete molti stili di combattimento come quello di Bourne: il Kali filippino non è famoso come altri stili orientali celebrati al cinema. Pare un anti-stile, fatto di schivate, un sottrarsi allo scontro con risposte che devono disinnescare, spegnere la foga dell’aggressore. Se ci fate caso, Bourne non va all’attacco, aspetta l’avversario, assorbe il colpo e reagisce di conseguenza, coi pugni e con tutto quello che ha intorno. Oh, non aspettatevi troppo, perché le scazzottate sono un po’ così, a tratti col sonoro da film di Bud Spencer e Terence Hill (la scena nell’appartamento parigino è imbarazzante).

Il montaggio poi è quello che più è stato nominato negli anni – pure a sproposito – per elogiarne o criticarne lo stile. Non sono un montatore, non ho studiato cinema, mi limito a guardare i film. E il montaggio di The Bourne Identity è bello? È brutto? È un aereo? È un uccello? Di sicuro è un casino nelle scene frenetiche. Ma è voluto. Liman voleva cancellare la leggibilità dello scontro, a torto o ragione, era questa l’idea con cui voleva rendere tutto più realistico. Perché diciamolo: avete mai visto due che fanno a botte? Non c’è niente di bello, di pulito, di leggibile. Il realismo è confusione, perciò questi combattimenti incasinati sono riuscito a farmeli piacere.

Il lavoro di fino, la cesellatura, la fa la colonna sonora di John Powell: riconoscibile, insistente, con quegli archi incalzanti e grevi che fanno montare la tensione e tengono il ritmo anche nelle scene più statiche. Negli uffici della CIA, dove si ciancia e basta, c’è comunque un buon ritmo. I dialoghi sono colpi di pistola per quel concentrato di cazzimma che è il Conklin di Chris Cooper, arcigno capo in seconda del “Programma Treadstone” che a causa di Jason Bourne sta andando in vacca.

«Perché non prenoti una sala convegni? Potresti ammazzarlo di chiacchiere»
Anche disarmato, Chris Cooper tira legnate.

Liman sarà pure stato un cavallo pazzo e un pesce fuor d’acqua in una grande produzione, ma era stato lui a volere Cooper e Cox e dargli più spazio possibile, dando importanza e dignità a quel sottomondo di omicidi e programmi segreti. Negli staff della CIA si muovono anche altre facce note, una particina per Walton Goggins e Julia “quella di Save the last dance” Stiles, che sarà presenza fissa della saga. C’è pure Clive Owen che qui inizia la sua carriera nel cinema d’azione che conta, e gli tocca una delle battute simbolo della saga: il suo “guarda ché ti obbligano a dare” racconta in un respiro la vita sprecata di queste spie.

 “The Professor” resta il mio killer preferito della saga.

Per concludere e convincere i neofiti a recuperare una serie che ha superato i 20 anni (gulp!), vi ricordo che se John Wick è diventato leggenda per aver ammazzato un tizio “con una cazzo di matita”, Jason Bourne era arrivato prima: qui fronteggia un assassino con una biro, a cui sfila con cura il tappo, e a me sembra di sentir scarrellare una pistola immaginaria per il colpo in canna. Il resto è storia. E ossa rotte.

Restate sintonizzati perché la fuga di Jason continua con “The Bourne Supremacy”, prossimamente su questi loculi.

Un grazie a Quinto Moro per aver schivato le pallottole in questo post, vi invito ad andare a scoprire i suoi lavori premendo a tavoletta su questo LINK.

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