
Perché si guardano i film del terrore? Mi piace pensare che sia anche per essere, non dico preparati, perché guardare tanti film non sarà mai equivalente all’esperienza diretta, quella accumulata sul campo, però oltre ad avere un valore catartico nell’esorcizzare la paura, possa servire almeno per avere qualcosa a cui aggrapparsi, una sorta di precedente, nel caso estremo del doversi ritrovare davanti all’orrore, quello vero.
Tra i compleanni a cui tenevo molto in programma per quest’anno, ci stava anche quello di questo mio coetaneo, uno di quei titoli che ha saputo fare davvero paura a tutti quelli che lo hanno visto, uno di quei casi in cui un film nemmeno etichettato come “Horror” (perché di fatto è un dramma) ha saputo davvero spaventare, più di tanti film dell’orrore. Siccome non ho tutte le rotelle al loro posto nella mia testa, io in pieno ripasso di compleanni, ho pensato bene di riguardamelo a stretto giro dopo un certo film di Spielberg, per riprendermi dalla doppietta, ho avuto bisogno di tutto quel Mel (storia vera).
Sapete che ho una predilezione per le storie produttive dietro ai film, ma quella di “The Day After” gioca in un altro campionato. Tutto è iniziato quando alla ABC si sono messi in testa di cavalcare il momento storico e l’esempio di un film come “Sindrome cinese” (1979) ancora negli occhi, a ben guardare un deciso salto nel buio, se non proprio un gesto molto coraggio quello di portare in prima serata, su un canale per tutti della televisione americana, un film che parlasse in modo così esplicito di quella che in quel momento, era LA paura per eccellenza degli Stati Uniti e in generale, di tutto il mondo occidentale: cosa succederebbe se i Russi lanciassero la bomba?

Una piccola ma doverosa fotografia della situazione va data, un anno dopo, uno come John Milius che con la bomba e il suo valore totemico ha sempre avuto un rapporto tutto suo, è stato condotto alla cinta daziaria di Hollywood per il suo Alba Rossa, mentre proprio nel 1983, un film per ragazzi come Wargames – Giochi di guerra ha mandato il Pentagono su tutte le furie, costringendolo ad una smentita ufficiale che rassicurasse tutti sulle loro procedure interne di sicurezza. Questo solo per darvi il polso della situazione su quanto i nervi fossero tesi negli Stati Uniti e su come il cinema, a volte anche senza volerlo, facesse leva proprio su quei punti scoperti.
“The Day After” è stato un atto di coraggio, il presidente della ABC, Brandon Stoddard ci ha investito sette milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti e con onestà disarmante lo ha definito: «Il nostro film spiega semplicemente che la guerra nucleare è terribile, nient’altro». La produzione poi è stata altrettanto complessa, la sceneggiatura di Edward Hume è stata affidata ad un regista come Nicholas Meyer, scelto perché fresco dell’enorme successo di Star Trek II – L’ira di Khan, che accettò di buon grado ad una condizione, ovvero quella di poter curare lui il montaggio del film, che nella sua testa avrebbe dovuto andare in onda in una sola sera, meglio se senza interruzioni pubblicitarie.

Richiesta di norma assurda per un canale televisivo, che vive e muore sugli sponsor paganti, ma visto il tema, nessuno voleva compare gli spazi pubblicitari disponibili nelle pause programmate per “The Day After”, ammettiamolo, se voi aveste un prodotto da vendere, vorreste che nelle teste dei vostri potenziali compratori venisse associato a inverno nucleare, radiazioni, piaghe, capelli che cadono a ciocche e in generale, l’annichilimento totale? Proprio no.

Problema: non si trovava un accordo sul montaggio finale, inizialmente troppo lungo. Per correre ai ripari la ABC ha pensato bene di licenziale Meyer e far rimontare il film che dopo vari rimaneggiamenti però, risultava una storia senza capo ne coda, incomprensibile tanto da costringere i vertici della ABC a tornare da Meyer con il cappello in mano, riassunto insieme al suo montatore di fiducia. Insieme hanno riportato non solo il film alla sua durata di 126 minuti, ma anche alla logica, montato per come poi è stato trasmesso effettivamente in prima serata dalla ABC, in una sola trasmissione, senza stacchi pubblicitari.
Anche perché nel frattempo, se negli uffici dell’ABC la temperatura era alta, fuori era diventata rovente, prima di quel fatidico 20 novembre del 1983, una data sinistramente vicina alla notizia dell’installazione dei missili MGM-31 Pershing nelle basi in Germania, attorno alla notizia di questo film si è scatenato un putiferio politico, alimentati da questa o da quella parte, a seconda dello schieramento.
I repubblicani lo consideravano propaganda a favore di Jurij Vladimirovič Andropov, con tanto di picchetti davanti agli uffici della ABC e tentativo di boicottaggio, ma visto che le polemiche sono sempre e comunque pubblicità gratuita, quel 20 novembre del 1983, davanti alla televisione si sintonizzarono cento milioni di cittadini statunitensi, per quello che ancora oggi è un record d’ascolto per un singolo film televisivo.

“The Day After” uscì nei cinema italiani nel febbraio del 1984 e ad un anno dalla sua messa in onda negli Stati Uniti, nel novembre del 1984 sbarco anche sulla Rai, alimentando la sua leggenda perché per quanto mi riguarda, fa parte di quei titoli ereditati dai miei genitori, che mi hanno sempre decantato l’angoscia e il terrore che questo film è in grado di generare, ma fosse stata “solo” quella l’unica reazione.
I circoli conservatori, etichettarono la ABC come emittente a libro paga per i Comunisti, il New York Post, mettendo in chiaro che i giornalisti di destra sono tutti uguali ad ogni latitudine nel globo, pensò bene di sfottere le reazioni titolando (in preda al “machismo”) che il film poteva fare paura solo ai pacifisti. Il tutto mentre a Kansas City, città teatro del film, venne istituito un numero amico da chiamare, per fornire supporto, rassicurazioni o anche solo informazioni sugli eventuali effetti di un inverno nucleare (storia vera).
Tra sindaci di cittadine nel Kansas, che si sono detti disponibili per ospitare i presidenti Reagan e Andropov, pur di raggiungere una mediazione che evitasse quanto visto nel film, raramente un racconto immaginario ha saputo scatenare così tante reazioni, senza scomodare la famigerata trasmissione radio di Orson Welles e i marziani del suo quasi omonimo. “The Day After” ha utilizzato la settima arte per fornire al pubblico quell’appiglio di cui parlavo in apertura, creando nelle mente di quei cento milioni di spettatori, un precedente senza la quale forse non avrebbero avuto così tanta paura, ma allo stesso tempo, forse hanno anche potuto vedere il loro incubo avverarsi, nella sicurezza del loro divano di casa, per certi versi un’operazione simile (ma differente per intenti) a Matinee di Joe Dante, non è un caso se il dott. Russell Oakes, interpretato da Jason Robards, in questo film ricordi proprio il novembre del 1962, ovvero la volta in cui l’umanità è andata letteralmente ad un passo dall’annichilimento atomico.

A ben guardarlo oggi, nel quarantennale della sua uscita, “The Day After” è un film che risente un po’ dei limiti del formato televisivo, invecchiato per il semplice fatto che rivederlo nel 2023 non è come vederlo per la prima volta nel 1983, proprio in TV, ovvero sullo stesso schermo da cui molti americani ricevevano le notizie sullo stato della guerra fredda in atto. Un esercizio che ci ricorda che i film vanno sempre contestualizzati, anche se va detto, quando nella prima parte, le vite degli abitanti di Kansas City procedono placide, con le notizie dall’ideale fronte come sottofondo alla radio o in televisione, risulta ancora sinistro oggi, anno di grazia 2023, sentire parlare di sanzioni alla Russia, questo dovrebbe farci riflettere sul lavoro fatto da Nicholas Meyer, ma anche su come siamo combinati ancora oggi.

Come detto “The Day After” non è un horror, a dirla proprio tutta è anche privo di quell’elemento fantascientifico che di norma, ammanta molti film sulla bomba, basta dire che nello stesso anno al cinema, uscì l’ancora più angosciante (stando al barometro della mia pancia) “Testament”, quello si macchiato nel senso migliore del termine da elementi fantascientifici. “The Day After” non è nemmeno un horror, eppure fa paura perché svolge il suo compito alla perfezione, il suo piano è quello di essere un monito, se non proprio un ammonimento, un enorme grido d’aiuto pensato per svegliare le persone.
Nella prima parte sembra quasi una versione dal taglio semi documentaristico della prima porzione di pagine di L’ombra dello scorpione di Stephen King, personaggi che vivono le loro vite nella provincia americana, tante sotto trame e vite distinte e separate, che procedono placide all’ombra della distruzione imminente di cui non sono responsabili, che finiranno per incontrarsi e incrociarsi dopo il disastro. La struttura di un film così è inevitabilmente divisa tra un prima e un dopo la bomba, tutto il primo atto è una lunga presentazione di personaggi che sono facce note, il dottore impersonato da Jason Robards, il soldato di colore, l’infermiera, la mamma impegnata nei preparativi del matrimonio di famiglia (più preoccupata dai sessantasette invitati da sfamare che dall’allarme atomico, come sarebbe qualunque madre in quella situazione), passando per lo studente di medicina Steve Guttenberg, qui anche i suoi riccioloni (e la loro assenza) assumono un ruolo drammatico, perché se anche la faccia da schiaffi di “Scuola di polizia” non fa il simpatico, vuol dire che qui non c’è un bel niente da ridere.

Forse il grande merito di “The Day After” sta nel suo essere assorto a modello di riferimento per tutti i “Disaster Movie” che lo hanno seguito, va detto che Roland Emmerich da qui ha pescato la scena dell’unica auto che cerca di raggiungere la città, mentre sulla corsia opposta tutti cercano di abbandonarla, nel 1996 era Jeff Goldblum ad esibirsi in questa specialità cercando di raggiungere Washington. Per pura curiosità, il trionfale finale del suo giorno dell’indipendenza, Rolando lo ha preso di peso da un altro film del 1983, uno dal tono completamente diverso.
Tra le facce note che contribuiranno alla vostra angoscia, una delle meno citate, ma protagonista di una sotto trama ad alto tasso di patema, è la madre incinta, determinata a partorire anche se le condizioni sono le peggiori del mondo, anche quando si ritrova ad essere una delle tante, troppe pazienti bisognose, asserragliate in un ospedale universitario palesemente sotto dimensionato per il numero di pazienti che lo affollano. La donna mostra una “cazzimma” (come direbbero a Kansas City) notevole, d’altra parte è interpretata da Amy Madigan quindi da lei uno un po’ se lo aspetta, anche se la fine del suo arco narrativo è una delle tante gocce che cadono nel vaso colmo d’angoscia di “The Day After”. Una madre che sente piangere per la prima volta il suo bambino, dovrebbe essere un momento lieto, felice, ecco dovrebbe.

Trovo poi significativo che il ruolo di coscienza del gruppo, sia stato affidato a uno dei prediletti di questa Bara, ovvero il mitico John Lithgow che in coda dal barbiere è il primo a capire che la cittadina, dislocata vicino ad una base militare, sarà sicuramente un bersaglio, ma è anche colui che dopo la bomba, grazie alla radio svolge la funzione di spiegare al pubblico gli effetti delle radiazioni e dell’impulso elettromagnetico. Anzi a dirla proprio tutta, la prima volta che ho sentito pronunciare la massima di Albert Einstein («Non ho idea di quali armi verranno usate per combattere la terza guerra mondiale, ma la quarta si combatterà sicuramente con le clave») è stato proprio per bocca del personaggio di John Lithgow, aggiungete un altro motivo di stima all’attore, sono vice-presidente del suo fan club mica per niente.

Come detto, in un film del genere la scena dell’attacco a Kansas City diventa il baricentro, quella per cui sono stati profusi i maggiori sforzi per renderla più realistica possibile, missione compiuta considerando il risultato finale, i quarant’anni sul groppone si sentono più che alto per via del formato televisivo, perché Nicholas Meyer ha davvero messo mano alla borsa dei trucchi, pescando materiale dal film “Meteor” (1979) e replicando l’effetto speciale della “Nebulosa Mutara” del suo Star Trek. Così come il fungo atomico, realizzato filmando ad alta velocità da una macchina da presa girata al contrario, pronta a riprendere vernice ad olio e inchiostro, iniettati in un serbatoio d’acqua usando un pistone, posso dirlo? Bellissimi trucchi ottici vecchia scuola che non si notano nemmeno, perché quando la bomba esplode in “The Day After”, Meyer ci ha coinvolto talmente tanto nell’atmosfera e nelle vicende dei suoi personaggi, che un cartello con la scritta “BOOM!” avrebbe sortito emotivamente lo stesso effetto.

Da qui in poi inizia un film che è “Cronache del dopobomba” senza il genio e la satira di Bonvi, l’angoscia del film emerge perché siamo testimoni di personaggi che nulla possono, ma si ritrovano la vita infranta in un attimo. Senza mostrare nulla, Nicholas Meyer riesce a farci percepire quanto sia pericoloso anche solo stare all’aperto nel cortile di quella che un tempo i personaggi chiamavano casa, un cane che abbaia fuori mette più angoscia degli ultimi cinque horror che avete visto, quindi “The Day After” non è un film dell’orrore, ma è un film che volutamente mette paura.
L’abilità di Nicholas Meyer sta nel fermarsi sempre un attimo prima di risultare troppo documentaristico, oppure troppo ricattatorio nel suo mostrare il dolore, guardando “The Day After” qualche sospetto di pornografia del dolore viene anche fuori, ma allo stesso tempo è chiaro che se avesse voluto, il regista avrebbe potuto esagerare anche molto di più in tal senso, perché parliamoci chiaro, il suo film non ha chissà quali mire artistiche, in questo senso è lampante la sua volontà di raccontare al suo pubblico l’orrore, nella sicurezza del piccolo schermo e nello specifico della settima arte, per esorcizzare, per creare quell’appiglio emotivo di cui parlavo, ma anche per mandare a segno il suo messaggio, riassunto nella frase che conclude il film: «Confidiamo che queste immagini siano più drammatiche di quello che accadrebbe se gli Stati Uniti fossero colpiti, ma confidiamo che i regnanti del mondo si impegnino perché non diventino mai reali»

A quarant’anni dalla sua uscita, il film è sicuramente riuscito nel suo intento, la speranza è che possa restare tale, finzione alla quale continuare ad aggrapparsi per esorcizzare, anche perché per essere un film che non ha nulla a che spartire con l’etichetta di horror, mette ancora un’ansia e un’angoscia notevoli, visti i corsi e ricorsi storici che Giambattista Vico lèvati, ma lèvati proprio, meglio festeggiarlo ora per ricordare il suo messaggio.
Sepolto in precedenza giovedì 24 agosto 2023


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