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The Dentist (1996) e Progeny (1999): doppia dose di Stuart Gordon e Brian Yuzna

Con un piccolo aiuto da parte dei miei amici cantavano i Beatles, che poi è un po’ il tema di questo nuovo capitolo della rubrica… Above and beyond!

Gli anni ’90 non sono mai stati teneri con i registi preferiti di questa Bara, il decennio in cui il genere horror è diventato piuttosto anemico, il più delle volte ha anche coinciso con i periodi di bassa marea per registi come Romero, Carpenter e ovviamente anche Stuart Gordon, che però ha potuto contare su un’arma segreta, il suo amico, compare e collega Brian Yuzna.

Dividere Stuart Gordon da Brian Yuzna è come tentare di tenere separati il cacio dai maccheroni, la birra dalla pizza, e tutte le altre metafore culinarie che possono venirvi in mente. Proprio Yuzna ha tirato dentro Gordon nella sua idea di creare un nuovo dottor Frankenstein per il cinema, il risultato è stato Re-Animator, una saga in cui i due capitoli successivi (prossimamente su queste Bare) sono stati diretti proprio da Yuzna.

Le carriere di questi due registi si sono intrecciate spesso, a ben guardare entrambi hanno sfornato bellissimi B-Movie, nel senso più orgoglioso del termine, film in cui la satira e la critica sociale non è mai mancata. Infatti mentre Stuart Gordon, dopo aver diretto Space Truckers, faticava a trovare soggetti da dirigere in quella manciata di complicati anni sul finire del decennio, è stato il suo compare Brian Yuzna a tenerlo impegnato con due soggetti, “The Dentist” (1996) e “Progeny” (1999), infatti oggi vi beccate un doppio post allo stesso prezzo. Buttalo via con i tempi che corrono!

Mettetevi comodi sulla poltrona, siamo pronti a cominciare.

“The Dentist” (1996)

Paure ataviche: il buio, essere inseguiti da uno sconosciuto di notte… il dentista! Quante persone conoscete che hanno vero e sano terrore nell’affrontare il trapano del dentista e tutti quei piccolo strumenti (di tortura) per la cura dei denti? Personalmente non ho mai avuto paura del dentista, più che altro l’ansia mi coglie quando è il momento di pagare il conto, ma questo è un altro discorso legato al mio “braccio di legno”.

L’idea di un horror su un dentista pazzo è venuta al produttore Pierre David, uno che evidentemente aveva capito che il “bzzzzz” del trapano poteva spaventare tanto pubblico. Per la regia venne chiamato al volo Brian Yuzna che un B-Movie del genere non poteva proprio perderlo, ma per mettersi dalla parte della ragione ha voluto con se l’amico Stuart Gordon (e il fidato Dennis Paoli) a firmare la sceneggiatura, successivamente rivista anche da Charles Finch, anzi a sistemarla perché nei piani originali, la storia del Dr.
Alan Feinstone era tutta ambientata in un’unica (brutta) giornata. Se Alan Moore sosteneva che basta una brutta giornata per trasformare chiunque in un pazzo come il Joker, il discorso poteva valere anche per un dentista di Los Angeles.

Proprio come il Joker, anche il dentista ha una passione per il protossido di azoto.

Stuart Gordon ha espanso la trama, spalmandola su più giornate e aggiungendo il suo tocco alla storia, di fatto Alan Feinstone è l’ennesimo “Mad doctor” della carriera del regista di Chicago, però filtrato dalla sensibilità spesso critica di Brian Yuzna, uno che dall’inizio della sua carriera, non si è mai tirato indietro quando si trattava di fare della critica alla crema della società, quindi un ricco dentista della città degli angeli, con villa, macchinone e bella moglie è il soggetto perfetto per uno come Yuzna.

“The Dentist” mescola alla perfezione l’amore di Gordon per i personaggi grotteschi e le brutture della nostra società, alla critica sociale di Yuzna, se poi ci aggiungiamo che i due amigos, non sono mai stati timidi quando si trattava di mostrare scene splatter e grondanti sangue, il film si fa da se, infatti ai tempi era un titolo ultra noleggiato, lo conoscevano anche tutti i miei amici refrattari al dentista ma pronti a mettersi alla prova con un film pensato proprio per cavalcare la paura del trapano, d’altra parte i film horror non servono proprio a questo? Esorcizzare le proprie paure, anche quelle da detartrasi.

L’inizio di “The Dentist” è micidiale, ci trascina di colpo nella vita apparentemente perfetta del dottor Alan Feinstone (un impeccabile Corbin Bernsen), ossessionato dall’igiene e non solo dentale, un maniaco del pulito all’limite dell’ipocondria che subito dopo colazione trova la conferma di tutte le sue paranoie: la sua moglie trofeo Brooke (Linda Hoffman) lo tradisce con l’addetto alla manutenzione della piscina.

«Tranquillo dottò, me ne occupo io…», «Parliamo ancora della piscina?», «Si certo, la piscina»

Se non sembrasse già uno stereotipo, oltre alla delusione e alle corna da grattarsi, il dottor Feinstone deve prima di tutto affrontare l’onta. L’addetto alla manutenzione è il suo esatto opposto, se il dentista è un professionista in giacca e cravatta, ordinato, preciso e con i gemelli ai polsi, l’amante della moglie è un bisteccone con le unghie luride proveniente da una classe sociale più bassa, quindi per Feinstone del tutto inferiore. Normale (nella sua ottica) che il dottore poi abbia fantasie omicide con cui Yuzna fa cominciare il suo film.

Per il dottore Feinstone il sassone che rotola si trasforma presto in una valanga, un ossessivo ipocondriaco maniaco del controllo colpito alle spalle dalla moglie, vede crollare il suo mondo. La sala d’aspetto piena non lo distrae dalla sua ossessione e se siete interessati agli esordi illustri, sappiate che moltissimi attori hanno un horror tra i primi titoli della loro filmografia, è successo anche a Mark Ruffalo, che qui interpreta un manager magheggione che si occupa di modelle e di lanciare le loro carriere, infatti si aggira nella sala d’aspetto del dottore, per assicurarsi che il sorriso della sua protetta, sia pronto per il flash dei fotografi.

«Questa attesa mi sta facendo arrabbiare. Non ti piacerà vedermi arrabbiato» (quasi-cit.)

“The Dentist” è una lunga discesa nella follia di uomini ordinari, che per certi versi anticipa nella struttura alcuni dei film di Stuart Gordon che vedremo nelle prossime settimane nel corso della rubrica, storie di persone normali alle prese con piccole (e grandi) cattiverie quotidiane. Uno slasher che funziona perché con il passare dei minuti come spettatori, finiamo sempre più avvinghiati nella spirale di pazzia di Feinstone, un personaggio che vorremmo vedere punito perché come tutti gli assassini degli Slasher, è senza ombra di dubbio il cattivo, anche se le sue vittime, alcune volte non è che siano poi più piacevoli di lui, certo alcune sono innocenti finiti sulla sua poltrona per caso, come la ragazzina che di fatto passa tre giorni di fila attendendo invano di farsi sistemare l’apparecchio, ma in generale l’umanità che vediamo in “The Dentist”, è quella grottesca che Gordon ha sempre saputo raccontare molto bene nei suoi film.

Il personaggio del Detective Gibbs, interpretato dal mitico Ken Foree (altro pretoriano di Gordon) aggiunge pepe alla trama, ma il motivo per cui “The Dentist” ancora oggi merita una visione, resta il lavoro di regia di Brian Yuzna, che riesce a trasformare stanze immacolate in sale di tortura e gli attrezzi di lavoro del dentista, nell’armamentario di un sadico con la sanità mentale pronta a scivolare giù lungo lo scarico.

«Non sono sopravvissuto agli zombie per farmi fregare da un dentista»

Il modo di Yuzna di inquadrare in primissimo piano i denti e il  maltrattamento a colpi di trapano del (non tanto buon) dottore, mette in chiaro la natura di B-Movie del film, ma garantisce anche il risultato. La storia del cinema è piena di dentisti spregiudicati, da “Il maratoneta” (1976) a “La piccola bottega degli orrori” (1960), ma state tranquilli che il Dr. Alan Feinstone resta uno dei più memorabili.

La colonna sonora composta da Alan Howarth risulta particolarmente sinistra e azzeccata, così come la prova di Corbin Bernsen, caratterista dal curriculum infinito e possessore di una delle più vaste collezioni di palle di vetro con la neve del mondo (storia vera). Qui ci regala una prova sopra le righe quanto serve, un assassino da slasher che forse non troverete citato molto spesso quando si parla di questo genere, ma recitato
alla grande e con punte da personaggio Lovecraftiano, perché pochi registi più di Brian Yuzna hanno dimostrato in carriera di saper alzare il volume della radio (e della follia) nei finali dei propri film, “The dentist” non è da meno perché si conclude con una perfetta rappresentazione del delirio del protagonista, tra opera lirica, sale dentistiche immacolate e bianche come celle imbottite, una conclusione in crescendo che o vi farò passare per sempre la paura per la visita odontoiatrica o vi lascerà traumatizzati a vita all’idea del controllo annuale ai denti, non ci sono troppe alternative.

«Apri grande… più grande! Ecco così perfetto»

Visto che siamo in argomento, sappiate che il Dr. Alan Feinstone è tornato in azione anche nel film successivo di Yuzna, “The Dentist 2” (1998), che pur non essendo sceneggiato da Stuart Gordon è un seguito abbastanza degno, certo non più basato sull’effetto sorpresa o sulla genesi di questo “Mad doctor”, ma più che altro sulla stessa formula che Yuzna sa gestire molto bene: nel tentativo di trattenere i suoi impulsi, Feinstone si nasconde in provincia cercando di rifarsi una vita, ma la sua ossessione per la pulizia tornerà a tormentalo e a tormentare i suoi incolpevoli pazienti, come ad esempio il mitico Clint Howard, protagonista di una delle scene più toste del film.

Il seguito è abbastanza matto, tra i due film preferisco ancora il primo perché la satira sociale è più palpabile, ma nel secondo Brian Yuzna si è divertito da morire e si vede, non vi rivelerò nulla sulla trama, ma sappiate che nel finale il regista ci dà dentro con dissolvenze in stile Looney Tunes e trovate quasi da cartone animato violento, insomma anche “The Dentist 2” segue la regola aurea dei seguiti: uguale al primo ma di più!

Progeny – il figlio degli alieni (1999)

Visto che questo (doppio) post è sottilmente legato oltre che dagli amiconi Stuart Gordon e Brian Yuzna, anche dal tema della seconda metà degli anni ’90, vi faccio una domanda rivolta a quelli che erano presenti: cosa ricordate degli anni fino al 1999 oltre all’ansia da fine millennio, a quella storiella del Millennium Bug e le Nike Air? Vi sblocco un ricordo, come si dice in questi casi, perché nessuno parla più dei rapimenti da parte degli alieni?

Oh io lo ammetto candidamente, sarà che non mi perdevo una puntata di X-Files nemmeno per errore, ma il terrore di andare a dormire e svegliarsi su un asettico tavolo chirurgico alieno, studiato e analizzato dai “grigi” (ora che ci penso, come in una celebre puntata di “South Park”) era qualcosa di palpabile sul finire degli anni ’90. Proliferano le trasmissioni televisive a tema, ma se Spielberg ci aveva insegnato che gli incontri ravvicinati del terzo tipo potevano essere amichevoli, quelli del quarto tipo erano spaventosi e basta, infatti il cinema horror è andato a nozze con questa paranoia durata una manciata di anni.

«Non ci posso credere diventeremo genitori», «Si ma poi lavati le mani, ci ho dovuto pisciare su quello»

Ad esclusione di alcuni titoli che sfruttava la tecnica del “found footage” (con risultati rivedibili), su questo tema vi consiglio “Altered” (2006), che cambia il punto di vista con risultati niente male, ma soprattutto l’immortale e ansiogeno “Bagliori nel buio” (1993), che prima o poi mi deciderò a portare su questa Bara. Ma nel mezzo non poteva mancare la risposta di Brian Yuzna, ovvero “Progeny”, appesantito dal suo sottotitolo italiano che di fatto riassume più di metà della trama.

Per questo B-Movie nato per cavalcare la paranoia da rapimenti alieni di fine anni ’90, Brian Yuzna non ha preso prigionieri: 98 minuti con un secondo atto che soffre di qualche lungaggine di troppo e un finale che più matto di così non avrebbe potuto essere. Un film piccolo, sghembo, tutto matto e che comunque ricordo con affetto perché proviene anche lui dell’epoca del videonoleggio e che ovviamente, è stato nobilitato dalla sceneggiatura Aubrey Solomon e il solito Stuart Gordon, infatti anche qui gli elementi tipici del regista di Chicago si vedono tutti.

Film sconsigliato a chi aspira a diventare genitore, bisogna dirlo.

La storia inizia con il dottor Craig Burton (Arnold Vosloo) a culo nudo intento a fare “all’amore” con sua moglie Sherry (Jillian McWhirter), i due stanno cercando da tempo di avere un bambino ma vengono interrotti da una luce. Immacolata concezione? L’arcangelo Gabriele che annuncia la sua prossima gravidanza (di Vosloo intendo)? No, i cari vecchi UFO che fanno il loro dovere, perché sul finire degli anni ’90, pare che abbiano fatto sparire più persone loro che durante una maratona di puntate di “Chi l’ha visto?”.

Ovviamente i due protagonisti non ricordano lo strano evento luminoso e proseguono la loro vita, anche quando il dottore viene fermato dai cani ringhianti della polizia durante un controllo di routine, oppure quando Sherry resta improvvisamente incinta, non tranquillizza il fatto che il ginecologo della donna sia il mitico Wilford Brimley. Quando l’unico dottore disponibile che siete riusciti a trovare, è uno che ha avuto esperienza sul campo in Antartide, io due domande me le farei.

“Beh è stato un inverno movimentato laggiù in Antartide, non ci siamo annoiati”

Vosloo sarà per sempre ricordato come Arnold sì, ma non quello. Come l’attore di “La mummia” sì, ma non quella. Come Darkman, però l’altro, quello sfigato, insomma quando spunta il suo faccione la serie B (se non proprio Z) è assicurata. Qui offre una prova più che onesta specialmente nel finale del film, che è davvero tiratissimo e in cui lo zampino di Gordon si vede tutto, non voglio raccontarvelo perché vi rovinerei una delle parti migliori di un film minuscolo che però ricordo con affetto. Per certi versi però è una versione in piccolo (cioè, ancora più in piccolo) di Re-Animator, perché il dottor Craig Burton con la sua ossessione per i rapimenti alieni, di fatto anche lui può essere annoverato nella lista dei “Mad doctor” che hanno popolato il cinema di Stuart Gordon.

Arnold riflette sulla sua carriera, meglio lasciarlo solo.

Inoltre “Progeny” è un film pieno di facce note, in un piccolo ruolo compare Don Calfa ma la parte di contorno più interessante è quella del Dr. Bert Clavell, un ufologo interpretato dal mitico Brad Dourif,
che entra nel film come il più sciroccato della storia, ma con il passare dei minuti viene sorpassato a destra dal dottore di Vosloo, impegnato nella sua personale discesa nella follia.

“Brad perché sei conciato come il Ragionier Filini?”, “Sempre meglio della salopette

“Progeny” vi farò sollevare un sopracciglio con la sua premessa iniziale, nel secondo atto mena l’UFO il can per l’aia un po’ troppo ma il finale? Oh il finale è un vero spettacolo. Brian Yuzna non prende prigionieri e se già il parto di suo può essere un’esperienza lieta quanto volete, ma al limite del Body Horror, qui Yuzna preme sul pedale dell’acceleratore e grazie agli effetti speciali del leggendario Screaming Mad George, porta in scena un finale angosciante, fatto di ditine aliene e tentacoli gelatinosi. Se i finali di Yuzna sono sempre un tripudio di follia, quello di “Progeny” è una spremuta di tutta l’angoscia da rapimenti alieni degli anni ’90 gettata sul grande schermo e senza nessun filtro, roba che fa pensare che a Cartman, nel già citato episodio di “South Park” alla fine, non è andata poi così male.

Una scena in grado di far passare immediatamente a tutti la malinconia per gli anni ’90.

Insomma sia “The Dentist” e “Progeny” hanno tratti comuni e tutte le caratteristiche proprie del cinema dei due amigos Yuzna e Gordon, ho voluto trattarli insieme proprio per questo motivo, oltre al legame affettivo che ho per entrambe le pellicole.

Ma sappiate che gli anni ’90 di Stuart Gordon non sono ancora terminati, se questi due film tra amici vi sembravano strani, aspettate di vedere cosa vi lancerò addosso venerdì prossimo, un film che guarda caso parla proprio di amici. Ci vediamo qui tra sette giorni, mi raccomando, portate il vostro vestito migliore.

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