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The Departed – Il bene e il male (2006): Scorsese in trasferta a Boston

Alcuni film ti portano per mano lungo strade illuminate, altri invece ti sbattono dentro vicoli bagnati di pioggia, con sirene che urlano e nessuna via d’uscita, indovinate a quale categoria appartiene il protagonista di oggi nel nuovo capitolo della rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese!

Aprire il libro alla pagina The Departed” è come cadere dentro una Boston che non ti ha mai invitato, che poi qualcuno potrebbe sostenere com’è Boston per davvero, bella ma non proprio amichevole, come i fan dei Celtics insomma. Il film è in giro da vent’anni, quindi dovreste averlo già visto, nel caso, un avviso per arrivare integri a fine post: qui non ci sono eroi comodi, la morte arriva senza preavviso, la tensione è continua, perché il Buon Vecchio Zio Martin ti fa sentire ogni secondo come se stessi trattenendo il fiato insieme a Billy Costigan.

Affrontiamo subito l’elefante al centro della stanza, un remake Scorsese lo aveva già firmato, quindi nel 2006 ad attirarlo è stato più la sceneggiatura firmata da William Monahan che l’idea di rifare “Infernal Affairs” (2002) di Andrew Lau e Alan Mak, film bellissimo che se non conoscete, vi consiglio sia il primo che i suoi seguiti, perché ci sono anche quelli e qui sta già tutta la differenza tra l’originale di Hong Kong e la versione ambientata a Boston, il film di Scorsese chiude i suoi conti qui, parlandoci di colpa e di rapporti paterni, il tutto con la sensibilità di un cattolico come il regista di New York, insomma è un’altra storia.

«Voi due l’avete visto qualche film di Andrew Lau e Alan Mak in vita vostra? Andate a studiare»

Scorsese prende “Infernal Affairs”, ci trova dentro i noir con ha amato come spettatore e professore di cinema e decide di fare sua la storia, gli stessi noir che ha consigliato a colpi di dieci titoli alla volta al suo protagonista, Leonardo DiCaprio ha dovuto sbattersi come una matto per cercare copie in DVD dei film consigliati dal professor Scorsese per calarsi nel ruolo (storia vera), anche perché “The Departed” oltre alla sensibilità e alle tematiche del Buon Vecchio Zio Martin ha anche un altro intento.

Al momento della sua cattura, nel 2001, il boss della malavita irlandese di Boston James Bulger, nella lista dei dieci criminali più pericolosi dell’FBI, lui era al secondo posto ma per darvi la vera dimensione della minaccia, vi serve il primo nome della lista: Osama Bin Laden.

“The Departed” non è un film sulla vita di James Bulger, per quello dovrete guardarvi “Black Mass” (2015) di Scott Cooper, ma è un film che tratta la vita del boss di sponda, cambiandogli il nome in Frank Costello (non faccia d’angelo) e mostrandolo come una sorta di padre buono a suo modo, ma allo stesso tempo malvagio. Il tutto lo vediamo nel prologo in cui il giovane Frank prende sotto la sua ala il futuro Matt Damon, regalandoci anche un fumetto di Wolverine. Capito!? Scorsese non odia la Marvel, era tutta una finta! Oppure ha una clausola che in ogni remake che gira, deve infilare una Marvel-citazione, in ogni caso solo sulla Bara Volante troverete la questione Scorsese vs. Marvel lontana dalla solita narrativa da “Infernet”.

Zio Martino e la Marvel, la verità che non ci dicono (gomblotto!!!)

Detta fuori dai denti, per me “The Departed” non è nemmeno tra i primi dieci film di Scorsese che mi vengono in mente quando penso al cinema del Maestro di New York, gusto mio eh? Forse sono troppo legato ad “Infernal Affairs” non lo so, ma ogni volta che lo rivedo, ritrovo un gran film, avercene di rifacimenti così. Incredibile che dopo anni all’asciutto, zio Martino la statuetta come miglior regista se la sia portata a casa proprio per questo film, sempre diretto chirurgicamente, ma per altri diretti prima allora cosa avrebbero dovuto dargli, il Nobel?

Billy (Leonardo DiCaprio ormai nuovo De Niro a tutti gli effetti, e il tassametro delle collaborazioni corre) è un ragazzo intrappolato tra due mondi che lo vogliono plasmare e distruggere allo stesso tempo, nasce sbirro ed entra nella mafia di Frank Costello (Jack Nicholson più Jack che mai) non è solo infilarsi in una rete di criminali, per lui è imparare a respirare menzogne, a camminare come se ogni passo potesse tradirti. Il suo nervosismo, il suo sguardo sempre un passo indietro, la sua paura di essere scoperto diventano una tensione contagiosa, tanto che non puoi fare a meno di sentirti ansioso anche tu, DiCaprio è bravissimo nel farla trasparire tutta.

«Bravo, tu fai quello nel panico, il pazzo lo faccio io che mi viene benino»

In questa storia di bene e male – come si tiene a sottolineare l’utilissimo sottotitolo italiano – l’altra faccia della medaglia è Colin Sullivan, brillante l’idea di aver assegnato il personaggio a quello che per anni è stato un po’ l’alternativa a DiCaprio, mi riferisco a Matt Damon. Apparentemente calmo, impeccabile, sorridente, l’uomo di Costello infiltrato tra le fila dei buoni, con la sua doppia vita che è un gioco di specchi deformanti. Lo osservi muoversi tra ufficio e criminalità come se fosse il regista della sua stessa trappola, e ti chiedi chi tra lui e il suo “gemello diverso” Billy, cadrà per primo o se riusciranno a sopravvivere dietro la loro maschera.

«Non mi picchiare, potrei essere la tua controfigura!»

Costello, Jack Nicholson in versione molto elegant… Ahaha non è vero, Nicholson qui è più Jack che mai, un tripudio di battutacce e uscite matte, pare che l’unico freno che Scorsese sia riuscito ad imporre all’attore, sia stato quello di non concedergli la scena che Nicholson sognava di girare sul set, ovvero sniffare coca (non cola) dal sedere di una, chiamiamola modella. Fa ridere che pochi anni dopo, Scorsese abbia chiesto a DiCaprio di esibirsi nella stessa specialità per un altro film (prossimamente su queste Bare), ma visto che Nicholson era il fan numero uno dei Los Angeles Lakers, costretto a girare a Boston, immagino che volesse rilassarsi alla moda di beh, Jack (storia vera).

«Non potete costringere un fan dei Lakers di stare a Boston»

Il suo personaggio non è solo un boss, è una calamita di caos, ogni sua parola è veleno, ogni sorriso una minaccia, la sua presenza ti inchioda, mentre lo vedi passeggiare tra uomini che vivono e muoiono secondo le sue regole, a Nicholson non servono tante spiegazioni per creare il personaggio, basta guardarlo e la tensione sale da sola, come se la stanza stessa trattenesse il respiro in sua presenza.

Scorsese da ragazzo di New York in linea di massima, le città sa come dirigerle, qui Boston non è solo lo sfondo ma un organismo pulsante fatto di pioggia, luci dei lampioni, taxi, rumore dei bar, tutto ti stringe in una morsa invisibile che aiuta il clima di paranoia generale dei personaggi, pur giocando fuori casa, zio Martino ci ricorda che ogni angolo, ogni vicolo e ogni incontro apparentemente casuale può essere fatale.

Questo si traduce in sequenze, anche lunghe, tiratissime come quella che vede al centro il personaggio di Queenan (Martin Sheen), un gioiellino di montaggio che è uno dei punti più alti di un film bello tirato e teso, in un film ben scritto da William Monahan, io a distanza di anni, ogni tanto vorrei insult… no, rispondere, no anzi, direi che i colleghi li insulta proprio Sean Dignam, quante volte avrei voluto citare le risposte del personaggio di Mark Wahlberg, che se avesse sempre recitato così in carriera, la percezione attorno a lui sarebbe molto, ma molto diversa.

Come mi immagino il lunedì mattina, quando ormai è domenica sera inoltrata.

Poi ehi, spoiler libero, che mi sia concesso in occasione dei primi vent’anni del film: le morti improvvise non sono spettacolo, sono colpi di scena realistici ed estremamente efficaci, il caos che esplode senza preavviso, quando succede, senti il peso della storia su tutti i personaggi rimasti: Sullivan, Billy, Costello, Queenan, Madolyn. Nessuno è intoccabile, e questa sensazione di vulnerabilità costante ti accompagna fino all’ultima scena.

Madolyn in particolare è un perfetto esempio dei personaggi femminili scorsesiani, Vera Farmiga è perfetta per il ruolo, anche nel suo essere un’osservatrice della follia, capace di fare da ponte tra i personaggi, quasi una zona franca vivente, gli unici momenti in cui Billy si rilassa dalla paranoia constante sono quelli che passa con lei.

«A te piacciono i Dropkick Murphys?»

La colonna sonora è a tema, ovviamente I’m Shipping Up to Boston è come la Guinness il giorno di San Patrizio, non può mancare mai nella vita, ma oltre ai pezzi famosi, le canzoni che Scorsese sa usare sempre così bene e che sono parte del suo stile super riconoscibile, una menzione speciale se la merita la composizione firmata da Howard Shore, provate ad ascoltarla in cuffia, racconta quasi una storia giù così, da sola.

“The Departed” è uno scavo nel bene e nel male del piattissimo sottotitolo italiano, senza per fortuna essere piatto mai, anzi, risulta molto coerente con i temi cari al regista di New York, anche se comunque parliamo di un film su commissione, prima o poi un remake lo hanno fatto tutti e questo è quello di Scorsese, ma si può davvero parlare di film su commissione in senso classico, con un Maestro come lui che ha sempre impresso ai suoi lavori così tanto della sua poetica? Come dicevo lassù in apertura, dal film originale il Buon Vecchio Zio Martin ha preso letteralmente solo quello che gli interessava, localizzando tutto il resto, attori, città e persino tematiche per trasformare tutto nel suo campo da gioco privato, un’altra tornata di “poveri Cristi” in preda alla paranoia, con i nervi tesissimi e il tassametro della vita che corre sempre più prossimo allo zero.

Se per il film di oggi, il Professor Scorsese ha rifilato a DiCaprio tutte le copie dei film noir che secondo lui servivano per calarsi nella parte, per il film della prossima settimana non è stato da meno, copritevi bene perché sull’isola dove andremo tirerà una brutta aria, non mancate!

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