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The Deuce – Stagione 1: Scusi, per la via del Porno? Tutto dritto!

Ammetto di avere una certa predilezione per le serie HBO di
una volta, per capirci quelle come le faceva David Simon che di recente ha
sfornato l’ottima Show me a hero, ma ancora prima “La più bella serie tv della
storia della televisione”, per amore di sintesi, nota ai più come “The Wire”.

In “The Wire” Simon ha utilizzato tutta la sua esperienza di
giornalista, motivo per cui la serie risulta estremamente credibile in quanto
basata in parte su eventi reali che poi è lo stesso espediente applicato anche
per la sua nuova fatica, firmata sempre HBO e prodotta con il suo fidato
collega George P. Pelecanos.
Alla base di “The Wire” c’era lo scambio di soldi generato
dalla vendita della droga tra le strade di Baltimora, invece in “The Deuce” ad
essere venduti sono i corpi e la strada è quella di New York dei primi anni
’70, in particolare la 42esima, o come veniva chiamata ai tempi, la
forty-deuce.

Quando in cartellone trovi Dario Argento e Bernardo Bertolucci, vuol dire che sono proprio gli anni ’70.
“The Deuce” proprio come la canzone di Curtis Mayfield che
negli anni ’70 era diventato un inno all’integrazione razziale, qui diventa
quasi un richiamo ironico visto che al centro della storia ci sono le signore
che si prostituiscono lungo i viali o nei cinema a luci rossi, in un giro di
soldi gestito dai papponi di turno, rappresentati quasi come dinosauri dai
vestiti esageratamente pomposi, di un’era che sta per finire, spazzata via
dalla nuova industria del sesso, quella dei film porno.

Motivo per cui in uno strambo Paese a forma di scarpa, la serie si è beccato il sottotitolo “The Deuce – La via del porno” perché comunque vuoi non metterci la parola tabù nel titolo e acchiappare qualche pollo in più? Se non altro mi hanno dato un ottimo assist per il titolo del post, tiè!

La serie è piuttosto matura sia per i contenuti (anche
parecchio espliciti in più di una scena) che per l’andamento della trama: non
solo ci sono parecchi personaggi in gioco, ma la storia non si sviluppa in modo
canonico.  Gli otto episodi che compongono la prima stagione si prendono tutto
il tempo necessario per spostare i personaggi, farli evolvere e gestire le loro
dinamiche, per più di metà stagione, non sembra quasi ci sia una vera storia,
ma solo spaccati di vita dei vari personaggi, ma lasciate il tempo a David
Simon di tessere la sua tela e prima della fine della serie riuscirete ad
affezionarvi a più di un personaggio.
A proposito di personaggi multipli, quello che fa davvero
gli straordinari in questa serie è James Franco che armato di porno baffo anni
’70 interpreta due ruoli, quello dell’affabile barista Vincent Martino e quello
del suo scapestrato fratello gemello Frankie, con il vizio del gioco e le mani
bucate.

“Che solo Orange può avere un Porno Baffo? Tzè!”.

Un problemino che incasinerà la vita di entrambi i baffuti
gemelli, per pagare il debito di gioco di Frankie, Vincent si ritroverà a
gestire un locale per la mafia italo-americana locale e se c’è qualcuno capace
di fiutare il talento nel fare soldi, quelli sono proprio i Mafiosi, quindi tra
un cocktail e una birra spillata, i fratelli Martino si guadagnano la fiducia e
la possibilità di espandersi, prima con nuovi bar e poi con un altro genere di
locale, tipo le case chiuse, ad esempio.

James Franco è davvero molto bravo, grazie ad un linguaggio
del corpo diverso quel tanto che basta, mette sempre lo spettatore nelle
condizioni di capire chi è Vincent e chi è Frankie, al resto ci pensa la regia
che riesce ad evitare l’effetto commedia, utilizzando al meglio il montaggio
per moltiplicare il numero dei James Franco sullo schermo, Franchi, allora,
sono due.

Franchi, Jamessssss Franchi…  Tre Scotches…

Se da una parte, i fratelli Martino puntano alla vetta,
dall’altra bisogna vedere chi, invece, fa il lavoro sporco: le ragazze sono
tutte molto ben rappresentate, si va da Lori (Emily Meade) appena sbarcata dal
bus proveniente dal Minnesota e finita sulle strade per direttissima, ma
soprattutto Eileen “Candy” Merrell intrepretata da una Maggie
Gyllenhaal in grande spolvero, una ragazza piuttosto determinata che non solo
si rifiuta di avere un protettore per non dover dividere i guadagni, ma è anche
la prima a capire che il futuro sono i film su nastro e grazie al suo fiuto
passa prima davanti e poi dietro alla macchina da presa.

Maggie Gyllenhaal è dai tempi di “Secretary” (2002) che fa
il filo a questo tipo di ruoli, la dico fuori dai denti: non la trovo
bellissima anzi, però ha un certo grado di sensualità che aiuta, ma soprattutto
in questa serie tira fuori una delle sue prove migliori di sempre, era
parecchio che non la vedevo recitare così bene in un ruolo così complicato, ma
è davvero bravissima, si mangia tutte le scene in cui compare.

“Ma tu una volta non facevi la segretaria?” , “Lascia perdere, è una lunga storia”.

“The Deuce” è un perfetto spaccato di storia, la nascita
dell’industria del porno ha portato un nuovo modo di pensare al corpo
femminile, un modo molto probabilmente anche peggiore che David Simon
rappresenta alla perfezione senza moralismi, anche perché l’autore non è certo
interessato a puntare il dito ed esprimere giudizi, quanto più che altro
continuare un discorso iniziato proprio con “The Wire” di fiction avvincente,
ma del tutto realistica in quanto basata su eventi reali.

Il mitico D’angelo, ti riconosco anche travestito da Commissario Basettoni.

Insomma, Simon è una sicurezza, non so se la serie verrà
rinnovata, sarebbe un peccato perché “The Deuce” ha parecchio da dire e lo fa
in maniera molto intelligente, sembra quasi tornata l’HBO che piaceva a me.

Visto che siamo in argomento, passate anche a leggervi il pezzo del Cumbrugliume su questa serie!

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